Quando la sentenza fu letta, Claudia Leone spostò lo sguardo verso l’uomo che un tempo aveva chiamato marito. Roberto Catalano restava immobile, il capo chino, le mani serrate fino a far sbiancare le nocche.
Terminata l’udienza, la raggiunse nel corridoio del tribunale.
«Mi hai incastrato.»
Claudia non alzò la voce. «No, Roberto. Ti sei incastrato da solo. Credevi che le tue minacce mi avrebbero fatta tremare. Pensavi che sarei rimasta al mio posto, zitta, a sopportare tradimenti e umiliazioni.»
Lui la fissò con rabbia e incredulità. «Da dove sono saltati fuori quei documenti? Quelle prove?»
«Le ho conservate,» rispose lei. «Sempre. Non sono mai stata una sciocca, anche se ti faceva comodo pensarlo. Ho visto come stavi cambiando. Negli ultimi due anni mi sono preparata. Per ogni evenienza. E l’evenienza, alla fine, è arrivata.»
Roberto deglutì. «Trecentocinquantaquattromila euro… non li ho, adesso.»
«Allora venderai qualche negozio. Oppure la casa. O la macchina. Non è un problema mio. Hai sei mesi.»
Claudia si voltò e si avviò verso l’uscita.
«Claudia!» la richiamò lui.
Lei si fermò appena, guardandolo da sopra la spalla.
«Io credevo che tu mi amassi.»
Per un istante, sul volto di lei passò qualcosa di antico, quasi una stanchezza lontana. Poi tornò calma.
«Ti ho amato. Per quindici anni. Ma tu quell’amore l’hai usato, calpestato, tradito. Adesso amo me stessa. E la vita che mi aspetta.»
Se ne andò senza aggiungere altro. Da quel giorno, non ebbero più nulla da dirsi.
Per trovare la somma stabilita dal tribunale, Roberto fu costretto a vendere tre dei suoi sette negozi. Non bastò nemmeno quello: dovette chiedere prestiti, rinegoziare debiti, tagliare spese. La sua attività cominciò a perdere terreno. Aurora Barbieri, appena capì che i soldi non scorrevano più come prima, sparì con sorprendente rapidità e trovò un altro amante facoltoso a cui aggrapparsi.
Claudia, invece, usò quel denaro per ricominciare davvero. Aprì uno studio contabile tutto suo: piccolo, ordinato, senza pretese inutili, ma solido. Tornò al lavoro che aveva sempre amato e che per anni aveva messo da parte. Assunse tre collaboratori, affittò un ufficio luminoso e si immerse in giornate piene, faticose, finalmente sue.
Dopo dodici mesi, lo studio seguiva già venti clienti e le garantiva entrate regolari.
Poi comprò un appartamento. Non era grande: un bilocale semplice, ma era suo. Soltanto suo. Lo ristrutturò scegliendo ogni dettaglio secondo il proprio gusto, prese una gatta dal pelo grigio e si iscrisse a un corso di italiano, qualcosa che aveva sempre rimandato.
La sua vita divenne silenziosa nel modo giusto. Libera. Serena. Felice.
Nina Giordano andava spesso a trovarla. Si sedevano in cucina, bevevano vino, ridevano come due ragazze.
«Ti ricordi la faccia di Roberto in aula?» disse una sera Nina, scoppiando a ridere. «Era bianco come un lenzuolo.»
Claudia sorrise. «Credeva che mi sarei spezzata. Che avrei avuto paura di restare senza soldi.»
«E invece lo hai battuto. Con eleganza.»
«Non l’ho battuto. Ho solo smesso di ignorare i miei diritti. E tu mi hai aiutata a difenderli.»
Nina sollevò il bicchiere. «Lo sai che lo faccio volentieri. Mi piace quando la giustizia trova la strada.»
Un giorno, per puro caso, Claudia incontrò Roberto in un centro commerciale. Lui sembrava più vecchio, più curvo, come se gli ultimi mesi gli fossero caduti addosso tutti insieme.
«Ciao,» disse lui.
«Ciao.»
«Come stai?»
«Molto bene. E tu?»
Roberto abbassò lo sguardo. «Così così. Sto cercando di rimettere in piedi l’attività. Dopo… dopo tutto, non è facile.»
Claudia annuì, senza rancore e senza tenerezza.
«Ti auguro buona fortuna.»
Poi proseguì per la sua strada. Non si voltò.
Roberto rimase a guardarla allontanarsi: una donna bella, salda, sicura di sé. Una donna che aveva perso per arroganza, superficialità e stupidità.
Claudia, intanto, camminava tra le vetrine e pensava che a volte le minacce tornano indietro come un boomerang contro chi le pronuncia.
Roberto aveva creduto di spaventarla con il divorzio, di costringerla al silenzio e alla sopportazione. In cambio aveva ricevuto una lezione.
Dura. Costosa. Ma giusta.
Non bisogna mai sottovalutare una donna. Soprattutto una donna che per quindici anni ha resistito, costruito, amato.
Perché prima o poi la pazienza finisce.
E allora comincia la giustizia.
