Posai l’uovo nella ciotola e mi asciugai le dita sul canovaccio.
— Anch’io ci ho ripensato tante volte — ammisi, senza cercare scuse. — E sa una cosa? Nemmeno io mi sono comportata bene. Restare zitta sempre, ingoiare tutto… non risolve niente. Avrei dovuto dirle prima che certe parole mi facevano male.
Roberta Benedetti annuì, piano, come se ogni movimento le costasse fatica. Poi mise da parte il coltello e finalmente si voltò verso di me.
— Io ero convinta che, se fossi stata dura, esigente, severa… tu saresti diventata migliore. Più forte. Come ho dovuto diventarlo io, un tempo. E invece… invece ti ho soltanto ferita. Giorno dopo giorno.
Nella sua voce non c’era più quella lama fredda a cui ero abituata. C’era stanchezza. E sotto la stanchezza, qualcosa che somigliava molto al rimorso.
— Lei pensava di fare la cosa giusta — dissi. — Ora lo capisco.
— No — mormorò, scuotendo il capo. — Volevo che le cose fossero comode per me. E non è affatto la stessa cosa.
Calò di nuovo il silenzio, ma non fu imbarazzante. Il bollitore scattò spegnendosi. Dietro i vetri la neve continuava a cadere a fiocchi larghi, soffici, da notte di festa.
A un tratto Roberta sorrise appena.
— Ti ricordi l’anno scorso, quando Dario Gatti, vestito da coniglietto, si infilò sotto il tavolo e si addormentò proprio sulle mie scarpe?
Mi venne da sorridere anche a me.
— Certo che me lo ricordo. Lei lo prese in braccio e lo portò fino in camera. Ancora oggi racconta che la nonna era “calda calda”.
Roberta abbassò lo sguardo, quasi imbarazzata.
— Quella sera pensai una cosa… Se anch’io, tanti anni fa, mi fossi concessa di essere un po’ più calda con tua madre, forse non avrei passato metà della vita a cercare di rimediare.
Non seppi rispondere. Allora feci l’unica cosa possibile: la abbracciai. Senza prepararmi, senza pensarci troppo. Lei, come sempre quando qualcuno le arrivava vicino all’improvviso, si irrigidì per un istante. Poi, con cautela, ricambiò l’abbraccio, come se temesse di rompere qualcosa.
Antonio Basile entrò in cucina proprio in quel momento. Ci vide così, ferme una contro l’altra, e si bloccò sulla soglia. Il suo sorriso fu discreto, ma pieno di calore.
— Allora, donne della mia vita — disse sottovoce — pace fatta?
— Pace — risposi.
— Da un pezzo — aggiunse Roberta Benedetti. E per la prima volta rise davvero, senza amarezza, senza difese.
A mezzanotte eravamo sul balcone tutti e tre: io, Antonio e lei. Dario Gatti dormiva già, stremato dalle corse in casa e dai dolci rubati prima del brindisi. La città rimbombava di fuochi d’artificio, e il cielo si apriva in lampi d’oro, rosso e porpora.
Sollevai il bicchiere.
— A che cosa brindiamo?
Antonio guardò sua madre. Lei guardò noi due, poi il buio illuminato dai fuochi.
— Al fatto che, a volte, bisogna arrivare proprio sull’orlo del precipizio — disse — per capire quanto si amano le persone che abbiamo accanto. E quanto sarebbe terribile perderle.
Facemmo tintinnare i bicchieri. Piano. Senza frasi solenni.
Poi Roberta infilò una mano nella tasca del cardigan e ne tirò fuori una piccola busta. Me la porse.
— Questa è per te, Martina cara. Per il tuo compleanno. Arriva un po’ in ritardo, lo so… però meglio tardi che mai.
Dentro c’era una chiave. Una normale chiave di appartamento, insieme a un foglietto con un indirizzo scritto a mano.
La guardai, confusa.
— Che significa?
— È un appartamento qui vicino — spiegò lei, con voce bassa. — Due camere. L’ho comprato. Vorrei stare più vicina a mio nipote… ma senza intralciare la vostra vita. Verrete a trovarmi quando ne avrete voglia. E io, d’ora in poi… busserò. E chiederò se posso entrare.
Rimasi a fissarla. Quella donna che per tanto tempo mi era sembrata fatta di pietra ora aveva davanti agli occhi una fragilità nuova, quasi disarmante. E in quel momento capii che era cambiata. Non tutta in una volta. Non in modo perfetto. Ma era cambiata davvero.
— Grazie — riuscii a dire.
E la abbracciai di nuovo. Questa volta senza esitazioni.
Antonio ci strinse entrambe, avvolgendoci con le braccia. Restammo così, tre adulti sotto il cielo di Capodanno, finché i fuochi non si spensero e la neve non cominciò a ricoprire il balcone come una coperta bianca e morbida.
Dopo rientrammo al caldo. Bevemmo tè e mangiammo la mia torta di mele. Roberta Benedetti mi chiese persino la ricetta e la copiò nel suo vecchio quadernino, con quella calligrafia ordinata e sottile che sembrava appartenere a un’altra epoca. Quando se ne andò, ormai quasi alle tre del mattino, si fermò sulla porta e si voltò.
— Martina cara… domani posso passare? Per le crêpes? Preparo l’impasto stasera, come mi hai insegnato tu.
Le sorrisi.
— Venga pure. La porta sarà aperta.
Lei annuì e uscì.
Io e Antonio restammo ancora a lungo in cucina, seduti uno accanto all’altra, tenendoci per mano senza parlare. Perché ci sono silenzi che dicono più di qualsiasi discorso.
La mattina del primo gennaio, Dario Gatti irruppe nella nostra camera, saltò sul letto e gridò:
— Ha telefonato la nonna! Dice che le crêpes sono già sul fuoco! E che dobbiamo andare tutti insieme! Ha comprato perfino il latte condensato per papà!
E noi andammo. Tutti insieme. Nel nuovo appartamento di Roberta Benedetti, dove l’aria profumava di pastella, vaniglia e di qualcosa che, in modo sorprendente, assomigliava a casa.
Allora compresi che, a volte, i cambiamenti più grandi cominciano da un solo “scusa” pronunciato al momento giusto. E da una semplice chiave offerta attraverso un tavolo.
Quanto alla vita… la vita va avanti. Diversa da prima. Ma finalmente giusta.
