Alla fine si mosse. Andò in cucina, si versò un bicchiere d’acqua e lo bevve tutto d’un fiato, come se avesse la gola piena di sabbia.
— Le parlerò — disse infine.
Sospirai, senza più forza.
— Antonio, sono sette anni che le parli. E non è mai cambiato niente.
Lui mi guardò davvero. Non con quella distrazione comoda con cui, per anni, aveva scansato ogni discussione, ma con un’attenzione nuova, quasi dolorosa.
— Martina — mormorò — perdonami.
Non risposi. Non avevo più parole da dargli. Entrai in camera, chiusi la porta e, per la prima volta da quando eravamo sposati, girai la chiave nella serratura.
La mattina seguente, il trenta dicembre, Roberta Benedetti si presentò alle nove in punto. Aveva borse, scatole, pacchetti e quella sua solita espressione da donna convinta di sapere sempre come vada fatto ogni cosa.
— Buongiorno, Martinina — canticchiò, superandomi nell’ingresso senza nemmeno fermarsi. — Oh, ma quanta polvere c’è qui? Te l’ho detto mille volte: bisogna passare lo straccio tutti i giorni.
Senza una parola, le presi dalle mani le buste. Pesavano. In una c’era la sua famosa insalata russa, preparata, a suo dire, “secondo la ricetta giusta”; nell’altra tintinnavano bottiglie di spumante “di quello serio”, quello che, sempre secondo lei, “si serve nelle case rispettabili”.
Dario corse fuori dalla cameretta per salutare la nonna, ma appena vide la mia faccia rallentò di colpo e si fece piccolo piccolo.
— Nonna, stasera aspettiamo Babbo Natale? — domandò con prudenza.
— Ma certo, amore mio — rispose Roberta Benedetti, chinandosi a baciargli i capelli. — Però prima la nonna deve rimettere un po’ d’ordine qui dentro. Perché la mamma, beh… lo sai anche tu com’è.
Appoggiai le borse sul pavimento. Il tonfo fu più secco di quanto avessi previsto.
— Roberta Benedetti — dissi, scandendo bene il suo nome — è il momento di chiarire una cosa. Una volta per tutte.
Lei si raddrizzò lentamente. Mi fissò dall’alto in basso, con quel disprezzo educato che sapeva lucidare come argento.
— Che cosa vorresti dire?
— Voglio dire che questa è casa mia. Questa è la mia famiglia. Dario è mio figlio. E se lei si permetterà ancora una sola frase contro di me, una soltanto, non metterà mai più piede qui dentro. Non a Capodanno, non a un compleanno, non a Pasqua. Mai più.
Nei suoi occhi passò un lampo duro, quasi cattivo.
— Mi stai minacciando?
— La sto avvertendo — risposi. — Una volta. L’ultima.
Roberta Benedetti aprì la bocca, pronta a colpire di nuovo, ma in quel momento comparve Antonio. Indossava un maglione da casa e teneva il telefono in mano. Il suo sguardo, però, era diverso. Freddo, fermo, sconosciuto.
— Mamma — disse piano — vieni in cucina. Dobbiamo parlare.
Sparirono oltre la porta. Io rimasi nell’ingresso con Dario, che mi tirava la manica con le dita esitanti.
— Mamma, perché litigano tutti?
Lo strinsi a me, forte, come se potessi proteggerlo anche da quello.
— Perché a volte i grandi si dimenticano come si fa a essere gentili.
Dalla cucina arrivavano voci. All’inizio alte, tese. Poi sempre più basse. Poi quasi impercettibili. Infine, il silenzio.
Dopo una ventina di minuti, Antonio uscì da solo. Era pallido; teneva le labbra serrate come se avesse appena ingoiato qualcosa di amaro.
— Martina — disse — scusami. Davvero. Io… non avevo capito che si fosse arrivati a questo punto.
Lo guardai senza muovermi.
— Lo sapevi — risposi sottovoce. — Solo che ti era più comodo fingere di non vedere.
Lui annuì piano.
— Rimedierò. Te lo prometto.
— In che modo? — chiesi. — Che cosa puoi fare? È tua madre.
— È mia madre — ammise. — Ma tu sei mia moglie. E io scelgo te.
Rimasi a fissarlo a lungo. E, per la prima volta dopo anni, sentii dentro di me qualcosa che somigliava alla fiducia.
Tutto il resto del trenta dicembre trascorse dentro una tensione strana, sospesa. Roberta Benedetti si aggirava per l’appartamento come un’ombra: muta, rigida, con la schiena dritta, ma priva di quella raffica continua di ordini e correzioni. Io cucinavo, sistemavo, preparavo Dario per la festa e provavo il suo costume da coniglietto. Antonio mi aiutava. In silenzio, sì, ma aiutava davvero.
La sera, mentre mettevamo a letto nostro figlio, lui mi chiese all’improvviso:
— Martina, domani posso sistemare tutto? Ma sul serio.
— Come? — domandai di nuovo.
Antonio accennò un sorriso. Triste, stanco, ma sincero.
— Vedrai.
E vidi.
Il trentuno dicembre, alle otto di sera, la nostra casa era piena di persone. C’erano le amiche di Roberta Benedetti del teatro, tutte abiti eleganti, acconciature impeccabili e gioielli luminosi. C’erano i nostri amici, alcuni vicini. Persino mia madre era arrivata da un’altra città: Antonio l’aveva invitata di nascosto, senza dirlo a nessuno.
La tavola sembrava cedere sotto il peso dei piatti. L’albero brillava in salotto. Dario, vestito da coniglietto, correva tra gli invitati raccogliendo sorrisi e complimenti.
Roberta Benedetti sedeva a capotavola, come sempre. Come una regina. Rideva, faceva battute, riempiva i calici di spumante.
Poi Antonio si alzò.
— Cari ospiti — disse con voce chiara — ho preparato una piccola sorpresa.
Nessuno parlò più. Lui prese il telefono, lo sbloccò e premette un pulsante.
Nel silenzio del nostro salotto risuonò la voce di Roberta Benedetti: la stessa voce del giorno prima, nitida e impossibile da fraintendere.
