“Non sono l’autista personale di tua madre” disse Elisa, fissando Davide e tracciando un netto confine

Un atteggiamento arrogante, insopportabile e profondamente ingiusto.
Storie

Tra loro, ora, si era depositato qualcosa di compatto, definitivo. Non un litigio, non un malinteso: piuttosto una lastra invisibile che li separava pur stando a pochi centimetri.

Davide ruppe quel silenzio.

— Mamma diceva che sarebbe finita così — mormorò, quasi a sé stesso.

— Lo so — rispose Elisa Ricci.

Si voltò verso di lei e, per la prima volta dopo mesi, la guardò davvero. Senza quell’ombra di fastidio abituale, senza l’espressione contratta. Solo uno sguardo diretto, stanco. Elisa vi colse una fragilità che un tempo l’avrebbe intenerita. Adesso, invece, le confermava soltanto di aver fatto la scelta giusta.

— Scusami — disse lui.

Lei non alzò la voce, non mostrò durezza.

— Vai da tua madre.

Il giorno seguente fu Flaminia Mancini a chiamare.

Elisa rispose senza esitazione. Non aveva motivo di sottrarsi.

La suocera iniziò con cautela, parlando di quanto il matrimonio richieda impegno, di come i giovani non sappiano più sopportare, di quanto lei desiderasse soltanto il bene di entrambi. Il tono era vellutato, quasi ipnotico. Elisa le riconosceva quella capacità: sapeva modulare le parole fino a renderle convincenti.

— Flaminia — la interruppe con calma — lei era al corrente della questione dell’appartamento?

Dall’altra parte calò un silenzio breve ma significativo.

— Davide mi aveva chiesto un parere, sì. Ma io non…

— È stata lei a metterlo in contatto con l’agente immobiliare.

Quella pausa, stavolta, pesò più di qualsiasi spiegazione.

— Ho sempre voluto il meglio per mio figlio — replicò infine Flaminia, con quella nota offesa che Elisa conosceva fin troppo bene.

— Ne sono certa — disse Elisa. — Però, da oggi, non faccio più parte delle persone di cui può disporre per commissioni, favori o decisioni sulla loro vita. Le auguro ogni bene.

E chiuse la chiamata.

Una settimana dopo Davide se ne andò, con due valigie e l’aria smarrita di chi non ha compreso del tutto come sia arrivato fin lì. Il conto corrente cointestato venne diviso davanti a un notaio: la cifra era modesta, inferiore a quanto lui si aspettasse. Una parte era stata assorbita dalle spese legali; un’altra Elisa l’aveva trasferita, in modo perfettamente legittimo, sul proprio conto personale prima di avviare la separazione.

Quando Davide provò a sostenere che anche l’auto fosse un bene comune, si scontrò con una cartella di documenti che Elisa aveva predisposto con anticipo. L’avvocata aveva lavorato con precisione impeccabile.

L’appartamento rimase a Elisa.

L’auto pure.

Davide prese in affitto un alloggio, ma non quello che aveva visitato con l’agente suggerito da Flaminia. Quell’operazione sfumò: i risparmi accantonati non bastavano per l’anticipo richiesto e, senza uno stipendio come quello della moglie a garantire il mutuo, la banca era disposta a concedere molto meno di quanto lui avesse previsto.

Neppure Flaminia, evidentemente, aveva messo in conto uno scenario del genere. Abituata a pianificare senza occuparsi delle conseguenze, si trovò davanti a un risultato concreto: un figlio in un bilocale in affitto, privo delle comodità e di quell’ordine domestico che per otto anni Elisa aveva assicurato.

Ambulatori, uffici comunali, pratiche: tornarono a essere questioni di cui occuparsi personalmente.

A maggio Elisa decise di cambiare la disposizione della camera da letto.

Era un desiderio antico, sempre rimandato: prima la mancanza di tempo, poi il commento di Davide — “va bene così”. Adesso non c’erano più obiezioni. Spostò il letto accanto alla finestra, sistemò una piccola scrivania contro la parete e montò una mensola per i libri che da due anni riposavano in una scatola nel ripostiglio.

Preparò un caffè, si sedette vicino al vetro e aprì un romanzo.

La città brulicava sotto di lei. La luce del sole scivolava sulle pagine. Dal marciapiede saliva una risata estiva, piena.

Elisa si accorse che il silenzio dell’appartamento aveva cambiato qualità. Non era più quell’attesa sospesa — il rumore della chiave nella toppa, il telefono che squilla, una richiesta improvvisa.

Era semplicemente silenzio. Suo.

E le faceva bene.

A giugno ricevette un messaggio da Beatrice Rossetti, senza motivo particolare.

«Come stai?»

Elisa sorrise prima di digitare la risposta: «Bene. Davvero bene, per la prima volta dopo tanto.»

Si incontrarono quella stessa settimana, non nel solito locale di via Lesina ma in un posto nuovo, vicino al fiume, con una terrazza affacciata sull’acqua. Ordinarono vino e parlarono a lungo. Non di Davide, non del passato. Parlarono come fanno le persone che scoprono, quasi per caso, di trovarsi sulla stessa frequenza.

Quando si salutarono, Beatrice disse:

— Avevo paura che ti arrabbiassi. Che fraintendessi tutto.

— Sono contenta che tu mi abbia scritto — rispose Elisa.

Ed era la verità.

Ogni tanto arrivavano messaggi di Davide: brevi, pratici, riguardo documenti o conoscenti comuni. Elisa replicava con lo stesso tono neutro. Una sera, tardi, lui inviò una sola frase: “Ho sbagliato”. Lei la lesse, rimase qualche minuto con il telefono in mano e poi lo appoggiò sul tavolo senza rispondere. Non per rancore. Semplicemente perché certe parole, quando arrivano fuori tempo, non hanno più la forza di cambiare nulla.

Flaminia non chiamò più.

A luglio Elisa prese ferie e partì da sola, con uno zaino e un biglietto di sola andata verso una piccola località di mare. Vicoli stretti, odore di salsedine, caffè al mattino presto. Camminava senza meta, leggeva, dormiva finché ne aveva voglia.

Il quarto giorno si rese conto di non aver pensato neppure una volta alla casa.

Fu una sensazione nuova, leggera, quasi impalpabile. Come se un peso, rimasto lì per anni senza farsi notare, si fosse dissolto all’improvviso. Solo allora capì quanto a lungo l’avesse portato.

All’alba fotografò il mare — rosa, immobile, vastissimo — e impostò l’immagine come sfondo del telefono.

Un promemoria silenzioso.

In autunno si iscrisse a un corso che rimandava da tempo. Dopo l’ufficio attraversava la città per seguire le lezioni; tornava stanca, ma di una stanchezza diversa, piena.

L’auto era sempre parcheggiata sotto casa.

Elisa si metteva al volante e andava dove voleva: al lavoro, alle lezioni, da sua madre, al supermercato.

Dove decideva lei.

Ed era esattamente così che doveva essere.

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Amore o Soldi