“Non sono l’autista personale di tua madre” disse Elisa, fissando Davide e tracciando un netto confine

Un atteggiamento arrogante, insopportabile e profondamente ingiusto.
Storie

— Ma sei impazzita del tutto?

Così, senza nemmeno un saluto. Niente “buonasera”, niente preamboli. Diretto, secco, come uno schiaffo tirato appena varcata la soglia.

Elisa Ricci era in cucina, intenta a sistemare la spesa appena comprata. Il solito venerdì: uscita dall’ufficio, passaggio rapido al supermercato, borse pesanti, poi a casa a rimettere tutto al proprio posto. Le mani occupate, la mente già proiettata al fine settimana. E poi quella frase, piombata addosso senza preavviso.

Davide Grassi entrò con il telefono ancora stretto in mano. Dal suo volto si capiva che qualcosa era successo. Non a lui, ovviamente. A sua madre. E quando c’era di mezzo Flaminia Mancini, in qualche modo il problema ricadeva sempre su Elisa. Nella loro famiglia, quelle due realtà erano ormai inseparabili.

— Ha chiamato mamma — disse, lasciando il cellulare sul tavolo con un gesto nervoso. — Domani deve andare in ambulatorio, poi all’ufficio comunale per dei documenti e dopo ancora da un’altra parte. Tu hai la macchina, no? Portala tu.

Elisa infilò lentamente il cartone del latte nel ripiano del frigorifero e si voltò.

— Davide, domani è sabato.

— E allora?

— Ho già preso impegni.

Lui la fissò come se avesse parlato in una lingua sconosciuta. Impegni? Lei? Di sabato? Mentre sua madre doveva fare la fila negli uffici?

— Che impegni, Elisa? — nel tono c’era quella sfumatura che lei aveva imparato a riconoscere negli anni: una specie di superiorità camuffata da domanda innocente. — Tanto non avevi niente di così importante.

In quel momento sentì qualcosa ribaltarsi dentro, lentamente ma con decisione.

— Non sono l’autista personale di tua madre.

Davide rimase immobile.

Il silenzio si allungò. Il frigorifero vibrava piano, un clacson risuonò dalla strada. Elisa sostenne il suo sguardo. Si stupì lei stessa della calma con cui aveva parlato: niente urla, niente lacrime. Solo una constatazione.

— Cosa hai detto?

— Hai sentito benissimo.

E da lì cominciò tutto.

Davide non era il tipo da scenate plateali. In otto anni di matrimonio, Elisa aveva imparato che il suo modo di offendersi era più sottile. Nessuna porta sbattuta. Nessun grido. Si ritirava nel silenzio, freddo e profondo, come un sommergibile che scompare sott’acqua, e da lì la osservava con l’aria di chi è stato tradito dalla persona più vicina.

Uscì dalla cucina e si piazzò in salotto davanti alla televisione. Accese lo schermo e rimase a fissarlo, senza davvero guardare.

Elisa terminò di sistemare la spesa. Mise l’acqua sul fuoco, tagliò qualche fetta di pane. Movimenti automatici, abituali. Le mani procedevano, mentre la mente correva altrove.

Pensava a Flaminia Mancini.

Cinquantotto anni, fisico robusto, occhi scuri e penetranti. Una donna capace di avere sempre ragione — almeno nella versione dei fatti che raccontava lei. Non era mai apertamente sgarbata con Elisa. Sarebbe stato troppo semplice. Il suo stile era diverso: allusioni sottili, telefonate nei momenti peggiori, frasi apparentemente innocue.

“Elisa cara, sei sempre così impegnata…” diceva con un tono in cui “impegnata” suonava più come “insensibile”.

E Davide ascoltava. E credeva. Perché una madre resta una madre.

Elisa bevve un sorso di tè e rimase a guardare fuori dalla finestra.

Lavorava come manager in una società di logistica. Tempo pieno, spesso straordinari. L’auto — una piccola utilitaria comprata tre anni prima con i suoi risparmi — era diventata, col tempo, una specie di servizio pubblico a disposizione della suocera.

All’inizio sembrava un favore occasionale. Poi era diventata un’abitudine.

“Elisa, accompagna mamma al mercato.” Una volta.
“Elisa, la visita è dall’altra parte della città.” Due.
“Elisa, mamma non può portare le borse.” Tre, quattro, cinque…

E lei aveva sempre detto sì. Per educazione. Per quieto vivere. Perché in fondo non era così difficile.

Ma quella sera qualcosa si era spezzato.

La mattina seguente, a colazione, Davide non le rivolse parola. Sorseggiava il caffè scorrendo il telefono con ostentata indifferenza, come a dimostrare che era presente fisicamente ma distante anni luce.

Elisa si preparò con calma, senza fretta. Giacca, borsa, chiavi.

— Esco — disse verso la stanza.

Nessuna risposta.

Chiuse la porta alle sue spalle.

Nel parcheggio aprì l’auto e rimase qualche secondo seduta, le mani appoggiate al volante. La città era già in movimento: autobus pieni, biciclette che sfrecciavano, persone con il caffè da asporto tra le mani. Aprile brillava, luminoso e quasi arrogante, con quella luce chiara che costringe a socchiudere gli occhi.

Partì in direzione del centro.

C’era un piccolo spazio di coworking dove, ogni tanto, si rifugiava nei fine settimana per cambiare aria. Scelse un tavolo accanto alla finestra, tirò fuori il portatile, ordinò un cappuccino. Provò a concentrarsi su un report, ma i pensieri tornavano sempre lì.

Il telefono vibrò. Numero sconosciuto.

— Elisa cara? — la voce era dolce, quasi affettuosa. Flaminia Mancini. — Dove sei? Davide mi ha detto che oggi sei libera…

Elisa chiuse gli occhi per un istante.

— Flaminia, ho del lavoro da fare.

— Ma è sabato…

— Non per tutti è un giorno libero allo stesso modo. Oggi non posso.

Una pausa. Poi, in un sussurro appena ferito:

— Capisco.

La chiamata si interruppe.

Elisa appoggiò il telefono sul tavolo e fissò lo schermo del computer. Il cursore lampeggiava su una riga vuota. Fuori, un tram sferragliò sui binari; una bambina indicava entusiasta una vetrina di giocattoli, trascinando la madre per la mano.

Pensò: adesso chiamerà Davide. Parlerà di egoismo. Dirà che “mamma è sola”. Che “non ti costava nulla”.

Ma Davide non chiamò.

Arrivò invece un messaggio. Non da lui. Da un numero sconosciuto.

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