Il messaggio proveniva da un numero che Elisa non aveva mai visto. Non era quello di Flaminia Mancini.
Solo tre parole: «Dobbiamo parlare».
Rimase a fissare lo schermo per qualche secondo, come se quelle parole potessero cambiare forma da sole. Poi digitò: «Chi è?»
La risposta arrivò quasi subito.
«Mi chiamo Beatrice Rossetti. Conosco suo marito. E credo che lei abbia il diritto di sapere ciò che so io.»
Elisa lesse il testo una volta. Poi una seconda. Poi una terza.
Le dita restarono sospese sulla tastiera virtuale. Aveva già chiesto chi fosse. La risposta c’era stata. Ed era proprio quella a metterla a disagio. Non un dolore al petto, non un colpo improvviso. Piuttosto una sensazione più profonda, viscerale. Quella voce silenziosa che si accende quando qualcosa non torna — e capisci che non è iniziato ieri.
Accanto a lei il cappuccino si era raffreddato. Ne bevve un sorso senza percepirne il sapore.
Scrisse: «Dove?»
E subito si stupì di sé stessa. Perché non aveva risposto “ha sbagliato numero”? Perché non aveva chiuso lì? Perché non aveva scelto di non sapere?
Forse perché, in realtà, voleva sapere. Da tempo. Solo che non aveva mai avuto il coraggio di formulare la domanda.
Beatrice propose un bar in zona Porta Romana — un locale piccolo, tranquillo. Elisa lo conosceva: ogni tanto si fermava lì a prendere qualcosa al volo tornando dall’ufficio. Venti minuti d’auto, non di più.
Mentre guidava, il telefono vibrò.
Stavolta era Davide.
Rifiutò la chiamata.
Lui richiamò. Lei la fece cadere di nuovo. Poi scrisse soltanto: «Sono occupata. Ti chiamo dopo.»
La risposta arrivò quasi immediatamente. Il tono era tale che Elisa, ferma al semaforo, rilesse il messaggio con attenzione.
«Mia madre è da un’ora da sola in ambulatorio. Complimenti davvero. Puoi essere fiera di te.»
Posò il telefono sul sedile accanto e non lo toccò più fino all’arrivo.
Beatrice era più giovane di quanto Elisa avesse immaginato. Trenta, forse poco più. Capelli chiari raccolti in una coda ordinata, un maglione grigio semplice, trucco quasi invisibile. Era seduta a un tavolino d’angolo e si alzò non appena Elisa varcò la soglia, come se l’avesse riconosciuta all’istante.
— Elisa Ricci? — chiese.
— Sì.
Si sedettero. Elisa ordinò dell’acqua, Beatrice un tè.
— Non so bene da dove cominciare — disse Beatrice con una franchezza priva di teatralità. — Ho riflettuto a lungo prima di scriverle. Ma ho pensato che, se fossi al suo posto, vorrei saperlo.
— Preferisco che sia diretta — rispose Elisa.
Beatrice annuì.
— Lavoro nello stesso settore di Davide Grassi. Ci siamo incrociati su diversi progetti negli ultimi due anni. Circa tre mesi fa ha iniziato a scrivermi. All’inizio per motivi professionali, poi… non solo. — Fece una breve pausa. — Ho risposto perché non avevo capito subito dove stesse andando a parare. Quando l’ho capito, ho messo un limite. Ma non è questo il punto.
— E qual è?
Beatrice prese il telefono, cercò qualcosa e lo porse a Elisa.
Una schermata di chat.
Elisa lesse lentamente. Date, orari, parole. Davide scriveva con leggerezza, quasi con entusiasmo. Spiritoso. Attento. Le chiedeva come stava, cosa leggeva, le proponeva caffè, le diceva che era interessante parlare con lei.
A casa, negli ultimi mesi, non le aveva chiesto nulla del genere. A casa voleva sapere perché la cena non fosse pronta o perché Flaminia non avesse ancora ritirato dei documenti in Comune.
— Non voglio ferirla — disse Beatrice a bassa voce. — So cosa significa trovarsi dall’altra parte.
Elisa le restituì il telefono e bevve un sorso d’acqua.
— Sa che mi ha scritto?
— No.
— Bene.
Rimasero in silenzio per qualche istante. Dal tavolo vicino arrivavano risate di ragazzi, forti, spensierate. Un sabato qualunque.
— C’è anche un’altra cosa — aggiunse Beatrice con cautela. — L’ho saputo per caso. Davide stava cercando casa. Non in affitto. Per acquistare. Da solo.
Il bicchiere di Elisa si fermò a mezz’aria.
— Quando?
— Circa un mese fa. Forse qualcosa in più.
Rientrò a casa verso le tre del pomeriggio.
Davide era già lì, seduto in poltrona. Alzò lo sguardo appena la porta si chiuse alle sue spalle, come se fosse tornata dopo un’assenza di settimane.
— Dove sei stata? — domandò.
— Avevo delle cose da fare.
— Che cose, Elisa? — si alzò di scatto; nel movimento c’era una tensione trattenuta a lungo. — Mia madre ha aspettato in ambulatorio, poi è andata da sola in Comune. Da sola, capisci? Con la pressione che ha!
— Davide — disse lei con voce piatta. — Basta.
— Basta cosa? Ti rendi conto di come appare tutto questo?
— A chi? A tua madre?
— A una persona normale! — alzò il tono, e in quell’urlo c’era l’abituale pressione, la solita accusa pronta a schiacciarla. Eppure Elisa sentì una calma inattesa, come quella che precede qualcosa di definitivo. — Pensi solo a te stessa. Sempre. Solo perché ha la macchina non significa che puoi fregartene!
— Di chi, esattamente?
— Di mia madre!
— Hai detto “delle persone”. Plurale. — Gli passò accanto, entrò in cucina e appoggiò la borsa sulla sedia. — Hai visitato degli appartamenti?
Silenzio.
Si voltò. Davide era rimasto sulla soglia. Il rossore dell’ira si era dissolto, lasciando il posto a un’immobilità rigida.
— Come?
— Appartamenti. Per comprarne uno. Da solo. Un mese fa. — Lo fissò senza alzare la voce. — Te lo chiedo chiaramente: stai pensando di andartene?
