“Non sono l’autista personale di tua madre” disse Elisa, fissando Davide e tracciando un netto confine

Un atteggiamento arrogante, insopportabile e profondamente ingiusto.
Storie

Davide rimase in silenzio per qualche secondo, forse tre, forse di più. Poi domandò piano:

— Chi te l’ha detto?

E in quella domanda — non un «non è vero», non un «sei impazzita», nemmeno un «ma di cosa stai parlando?» — c’era già la conferma.

Elisa Ricci fece un piccolo cenno con il capo. Un movimento lento, da persona che ha appena ricevuto la risposta che temeva da tempo.

— Capisco — mormorò.

— Elisa, aspetta…

— Non adesso.

Prese la borsa dall’ingresso, infilò la giacca con gesti misurati.

— Dove vai? — la seguì fino al corridoio. Nel suo tono non c’era più rabbia, ma qualcosa di più fragile, quasi paura.

— Ho bisogno di stare sola. Devo riflettere.

E uscì, chiudendosi la porta alle spalle.

Sul pianerottolo regnava il silenzio. L’ascensore era fuori servizio, come spesso accadeva nel fine settimana. Scese a piedi, una mano sul corrimano freddo, mentre nella mente tornavano le parole di Beatrice Rossetti, pronunciate davanti al bar, al momento dei saluti:

«Non so cosa deciderete. Ma lei mi sembra una donna che sa cavarsela.»

Allora aveva soltanto annuito. Adesso, respirando l’aria limpida di quell’aprile luminoso, con un sole quasi leggero, si ritrovò a pensare a un’altra cosa: Flaminia Mancini era al corrente? Sapeva delle visite agli appartamenti, dei progetti del figlio?

Probabilmente sì. E da molto tempo.

Quell’idea cambiava completamente il quadro.

Rimase seduta in macchina senza mettere in moto. Fissava il palazzo di fronte: una comune palazzina di cinque piani, panni stesi ai balconi, una bicicletta appoggiata al muro dell’ingresso. Una scena qualunque. Vita normale.

Prese il telefono e scrisse a Beatrice: «Possiamo rivederci? Devo chiarire un paio di dettagli.»

La risposta arrivò quasi subito: «Domani. Stesso posto.»

Subito dopo aprì l’app della banca. Controllò il conto cointestato, quello che avevano aperto tre anni prima “per le spese comuni”. L’importo era più o meno quello di sempre. Nessun movimento anomalo evidente. Eppure lo osservò a lungo, come se non lo avesse mai visto prima.

Poi chiamò sua madre.

Non per lamentarsi. Solo per sentire una voce familiare.

Le due settimane successive trascorsero in una normalità apparente. Lavoro al mattino, rientro la sera, cena preparata quasi in silenzio, conversazioni superficiali. Dopo lo scontro sugli appartamenti, Davide sembrava essersi rilassato: lei non insisteva, non pretendeva spiegazioni, e lui doveva aver concluso che la tempesta fosse passata.

Non lo era affatto.

Elisa incontrò Beatrice altre due volte. Raccolse informazioni con metodo, come se stesse analizzando un dossier professionale. Beatrice parlava senza enfasi, attenendosi ai fatti, evitando supposizioni inutili. Proprio per questo risultava credibile.

Il quadro che ne emerse era lineare e sgradevole.

Negli ultimi sei mesi Davide aveva spostato piccole somme su un conto separato. Non dal conto comune, formalmente, ma dalla sua carta personale — che tuttavia veniva ricaricata anche con denaro destinato alla gestione familiare. L’appartamento che stava valutando si trovava in un quartiere nuovo, dall’altra parte della città. L’agente immobiliare? Un conoscente di sua madre.

Flaminia Mancini sapeva. Forse, addirittura, aveva suggerito tutto lei.

Elisa lo intuì ricordando una frase buttata lì mesi prima, durante una cena: «Davide merita una vita serena.» All’epoca non le aveva dato peso. Ora si domandava che cosa intendesse per “serena”. Una vita senza una moglie che non fosse disponibile ad accompagnarla a ogni visita medica?

La risposta sembrava evidente.

Alla terza settimana fissò un appuntamento con un’avvocata. Studio in un moderno centro direzionale, sguardo diretto, poche parole. Elisa espose la situazione in modo ordinato, senza lasciarsi andare alle emozioni. L’altra ascoltava, prendeva appunti.

— L’auto è intestata a lei? — chiese.

— Sì. L’ho pagata con i miei risparmi. Eravamo già sposati, ma il denaro era solo mio.

— Ha conservato le prove dei bonifici?

— Certamente.

— Bene. Parliamo ora del conto cointestato e degli altri beni.

Rimasero a discutere oltre un’ora.

Quando uscì dall’edificio, aveva nella borsa un elenco preciso di documenti da recuperare. Appoggiò la cartellina sul sedile dell’auto e, per la prima volta dopo giorni, avvertì una sensazione di sollievo.

Non felicità. Piuttosto lucidità. Sapere quale sarà il prossimo passo alleggerisce il peso.

Il confronto definitivo avvenne il mercoledì sera.

Elisa non alzò la voce, non pianse. Si limitò a posare sul tavolo una stampa: l’estratto della carta personale di Davide. Un mese prima, chiudendo distrattamente una scheda sul tablet che usavano entrambi, aveva notato quei movimenti e, senza fare commenti, aveva salvato il documento.

Non disse nulla. Si spostò verso la finestra.

Davide fissò il foglio a lungo, poi sollevò lo sguardo.

— Elisa…

— Risparmiati le spiegazioni — replicò con calma. — Sappiamo entrambi cosa significa. Evitiamo scene inutili.

Provò comunque a parlare: che stava solo valutando, che non aveva deciso niente, che lei stava fraintendendo. Si impigliava nelle frasi, ricominciava da capo. Non era aggressivo, né distante. Era smarrito, come chi viene scoperto prima di aver preparato una via d’uscita.

Alla fine tacque.

— Sei già andata da un avvocato — disse. Non era una domanda.

— Sì.

Un silenzio compatto riempì la stanza.

— E adesso?

— Adesso ti organizzi per andare via — rispose lei. — L’appartamento è mio: l’ho acquistato prima del matrimonio. Lo sai anche tu. Se vuoi, puoi farlo verificare dal tuo legale.

Davide si alzò lentamente. Fece qualche passo nel soggiorno, poi si fermò accanto a lei, davanti alla finestra. Erano vicini, quasi come un tempo, ma tra loro c’era una distanza nuova, invisibile e netta, che nessuno dei due sapeva più come colmare.

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Amore o Soldi