“Ho sostituito la serratura” rispose Francesca con una calma disarmante mentre Alessandro, fuori di sé, calciava e bussava alla porta senza riuscire ad entrare

Un'ostinazione ridicola e pericolosamente fuori controllo.
Storie

L’uomo abbassò lo sguardo per un istante, poi tornò a fissarla.

— È lei che ha richiesto l’intervento? — domandò con cautela. — Il signore mi ha detto che la moglie aveva smarrito le chiavi e che non riuscivate più a entrare.

Francesca non alzò la voce, ma ogni sillaba cadde netta come un colpo di martello.

— Quel “signore” è il mio ex marito. Questo appartamento è di mia esclusiva proprietà. L’ho acquistato prima del matrimonio. Lui non risulta residente qui, non possiede alcuna quota e non ha titolo per accedere. Le sue valigie sono accanto a lei sul pianerottolo. Se anche solo sfiora la mia porta con un attrezzo, chiamo immediatamente la polizia e lei verrà identificato come complice di un tentativo di violazione di domicilio.

Il tecnico fece un passo indietro di scatto, come se la catena d’acciaio fosse diventata incandescente. Lanciò un’occhiata irritata ad Alessandro Fontana.

— Ma che storia è questa? Io non mi metto in mezzo alle questioni di famiglia. Ha un documento che dimostri la residenza qui? Un atto di proprietà?

Alessandro arrossì fino alle orecchie. Frugò nervosamente nelle tasche della giacca.

— Ma che importa! Ci abbiamo vissuto quindici anni! Ho roba mia dentro, elettrodomestici, oggetti personali! Almeno che mi restituisca la macchina del caffè! E il televisore in camera da letto! Li abbiamo presi insieme!

Dalla fessura della porta, gli occhi di Francesca si strinsero.

— Insieme? Il televisore è stato comprato a rate intestate a me. Ho pagato ogni singola quota con i miei premi di produzione per un anno e mezzo. Quanto alla macchina del caffè, mi è stata regalata dai colleghi per il mio compleanno. Ho fatture e garanzie archiviate tra i documenti.

Alessandro perse definitivamente il controllo.

— Sei solo un’avida egoista! — sbottò. — Ludovica ha ragione: sei una donna inacidita, piena d’invidia! Tieniti pure la tua casa e i tuoi aggeggi!

Ludovica Rizzo sbuffò platealmente, sistemando la tracolla scivolata dal braccio.

— Ale, andiamocene. Mi vergogno a stare qui a discutere sul pianerottolo. Prendiamo le tue cose e basta. La macchina del caffè te la compri nuova, magari migliore di questa. Io ho fame.

Nel frattempo il tecnico, scuotendo la testa, si voltò senza salutare e iniziò a scendere le scale, borbottando tra sé e sé sui clienti che gli facevano perdere tempo con beghe personali.

Alessandro sferrò un calcio alla borsa a quadri più vicina.

— Chiama un taxi — ringhiò a Ludovica.

— Perché io? — replicò lei stizzita. — Sulla mia carta ho lasciato solo i soldi per il centro estetico. Sei tu l’uomo, arrangiati.

— Ho il telefono quasi scarico — mentì lui, evitando di guardarla. Francesca sapeva bene che mancava una settimana allo stipendio e che i risparmi erano già evaporati tra cene costose e regali vistosi durante il primo mese della sua presunta “nuova vita”.

Senza aggiungere altro, Francesca chiuse la porta. Tolse la catena solo per girare la chiave due volte nella serratura, poi la riagganciò con cura. Dall’esterno giunsero ancora, per una decina di minuti, voci soffocate: capricci, accuse, passi pesanti trascinati verso l’ascensore. Infine le porte metalliche si richiusero con un tonfo e il rumore della cabina che scendeva portò via con sé gli ultimi frammenti di quel passato.

Nel corridoio calò un silenzio compatto, quasi tangibile.

Francesca appoggiò la fronte al pannello freddo della porta. Non provava né esultanza né desiderio di rivalsa. Solo una stanchezza profonda, simile a quella che segue una lunga malattia quando la febbre finalmente scende e il corpo comprende di aver superato il peggio.

Si diresse in bagno, aprì l’acqua calda e si lavò le mani a lungo, insaponandole con cura come per eliminare una traccia invisibile. Nel riflesso dello specchio notò le occhiaie marcate, ma lo sguardo era limpido, deciso. Niente più scarpe infangate lasciate in mezzo all’ingresso. Niente rimproveri sussurrati tra i denti. Niente concessioni fatte a scapito della propria dignità.

La mattina seguente si svegliò prima che suonasse la sveglia. I raggi del sole filtravano tra le lamelle delle persiane, disegnando strisce dorate sul muro. L’appartamento sembrava più ampio, arioso. L’assenza di Alessandro non era più un vuoto doloroso: era spazio libero, pronto a essere riempito.

Preparò il caffè proprio con la famosa macchina tanto contesa, lo versò in una tazza di porcellana che un tempo riservava alle occasioni speciali e uscì sulla loggia. Senza le vecchie gomme invernali accatastate in un angolo, l’ambiente era luminoso e ordinato. Osservò la città che si risvegliava sotto di lei, inspirò l’aria fresca del mattino e assaporò un sorso caldo e leggermente amaro.

Sorrise piano. La sua vita non era finita quella sera sul pianerottolo: stava ricominciando. E le chiavi di quella nuova fase erano, finalmente, soltanto nelle sue mani.

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Amore o Soldi