“Ho sostituito la serratura” rispose Francesca con una calma disarmante mentre Alessandro, fuori di sé, calciava e bussava alla porta senza riuscire ad entrare

Un'ostinazione ridicola e pericolosamente fuori controllo.
Storie

Aveva provato a parlargli con calma, a stabilire almeno una regola elementare: avvisare prima di presentarsi. Ma la misura si colmò il giorno in cui rientrò dal lavoro con un’emicrania martellante, molto prima del solito orario. Appena aperta la porta, notò nell’ingresso un paio di sneakers bianche, vistosamente nuove, con una suola spropositata che non aveva mai visto prima.

Dal soggiorno arrivavano le risate di Alessandro Fontana e il timbro acuto di Ludovica Rizzo. Erano passati, a loro dire, “solo per recuperare il giubbotto invernale”, ma già che c’erano avevano pensato bene di accomodarsi sul divano di Francesca, sorseggiando tè e sgranocchiando i suoi biscotti.

Quella volta Francesca non alzò la voce. Nessuna scenata. Entrò in cucina, prese con calma il mazzo di chiavi di Alessandro – che lui aveva lasciato con leggerezza sul mobile dell’ingresso – e se lo infilò in tasca. Poi tornò in salotto e, senza una parola, indicò l’uscita. Alessandro protestava, Ludovica roteava gli occhi con aria offesa, ma alla fine se ne andarono. Il mattino seguente Francesca chiamò un fabbro.

— Ma dai, Franci, che stai facendo? — il tono di Alessandro, filtrato dalla porta chiusa, passò in un attimo dall’aggressività a una melliflua supplica. Era la stessa voce con cui per anni aveva chiesto soldi per accessori inutili da montare sull’auto. — Siamo adulti, no? Ci siamo separati, va bene. Perché esagerare così? Le chiavi mi servono solo per comodità. Metti che arriva della posta per me, o qualche bolletta. E poi ho ancora metà delle mie cose lì dentro.

— La posta te la lascerò nella cassetta al piano terra. La chiave ce l’hai — replicò Francesca con fermezza. — E le tue cose sono tutte qui, già pronte nelle borse. Chiama un furgone e vieni a prenderle.

— Non ho soldi per i traslocatori adesso! — sbottò lui, tornando a urlare. — E non ho neppure la macchina, sono venuto in autobus! Apri, almeno le lascio nel corridoio e poi passo a ritirarle. E mi scappa pure la pipì!

Francesca chiuse gli occhi per un istante. Era esausta di quella recita infantile, di quelle continue manipolazioni.

— C’è un centro commerciale all’angolo con servizi gratuiti — rispose pacata. — Le borse le porto io sul pianerottolo. Se entro stasera non le avrai ritirate, chiamerò una ditta di pulizie e faranno sparire tutto.

Terminò la chiamata senza attendere replica. Dall’altra parte si udì un’imprecazione soffocata, poi passi pesanti che scendevano le scale. Il portone del palazzo sbatté con forza.

Francesca rimase un attimo appoggiata allo stipite metallico, inspirò profondamente e si diresse in cucina. Mise l’acqua a scaldare. Le mani le tremavano ancora per la tensione, ma dentro sentiva una leggerezza nuova, quasi incredibile. Aveva reciso l’ultimo filo con cui lui tentava di trattenerla.

Il telefono tornò a vibrare sul tavolo. Sul display comparve il nome: Ornella Zanetti. L’ex suocera.

Versò l’acqua bollente in una tazza, immerse una bustina di camomilla e, solo allora, toccò l’icona verde.

— Buongiorno, Ornella.

— Francesca, che succede? — la voce della donna era carica di indignazione, con una sfumatura melodrammatica fin troppo evidente. — Alessandro mi ha chiamata sconvolto! Dice che l’hai buttato fuori di casa, che hai cambiato la serratura e stai lasciando le sue cose sulle scale! Ma ti sembra un comportamento civile?

— Con l’età, di solito, si diventa più saggi — ribatté Francesca con tono misurato, sedendosi al tavolo e stringendo la tazza calda fra le mani. — Alessandro non le ha detto che siamo divorziati da un mese e mezzo?

— E allora? — esplose Ornella. — Nei matrimoni succedono crisi! Si litiga, ci si allontana. Mio figlio avrà fatto un errore, capita a tutti. Quella ragazzina gli passerà presto di moda e sarebbe tornato a casa. E tu invece chiudi ogni porta! Come farà adesso a rientrare?

— Non deve rientrare. Questa non è più casa sua. L’appartamento è mio. È stato lui a scegliere di andarsene e rifarsi una vita altrove. Che la costruisca altrove, allora.

— Tuo? Guarda un po’ che senso di proprietà! — strillò Ornella. — Eravate sposati! Mio figlio ha investito anima e corpo in quella casa! Faremo causa. Chiederemo la metà: dei lavori, dei mobili, di tutto!

Francesca sorseggiò la camomilla, lasciando che il calore le distendesse i nervi.

— Ornella, la rispetto, ma atteniamoci ai fatti. L’appartamento l’ho ereditato da mia zia: per legge non rientra nei beni da dividere. Non abbiamo mai fatto ristrutturazioni straordinarie insieme. I mobili li ho pagati io: ho scontrini e movimenti bancari archiviati. Negli ultimi cinque anni Alessandro ha lavorato sì e no un anno e mezzo; per il resto del tempo è rimasto sdraiato sul divano…

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Amore o Soldi