“Ho sostituito la serratura” rispose Francesca con una calma disarmante mentre Alessandro, fuori di sé, calciava e bussava alla porta senza riuscire ad entrare

Un'ostinazione ridicola e pericolosamente fuori controllo.
Storie

— Ma ti sei completamente bevuto il cervello? Perché diavolo la mia chiave non gira più?

La voce di Alessandro Fontana esplodeva nel telefono con un tono acuto, quasi isterico. Respirava affannosamente e, attraverso l’altoparlante, si distingueva perfino l’eco dei suoi passi nervosi che rimbombavano nel vano scale.

Francesca Martini era immobile nell’ingresso, la schiena appoggiata alla superficie liscia e fredda della porta blindata appena installata. Dall’altra parte, a non più di pochi centimetri, il suo ex marito stava dando in escandescenze. Dallo spioncino lei scorgeva la sua sagoma agitata: il viso arrossato, la giacca spalancata, una mano che strattonava la maniglia mentre la spalla colpiva la porta con rabbia.

— Ho sostituito la serratura, Alessandro — rispose con una calma disarmante, osservando il proprio riflesso nello specchio dell’armadio a muro. — Stamattina è venuto il tecnico. Ora c’è un cilindro di sicurezza nuovo di zecca.

— Ma che stai dicendo? Quale serratura? — Un tonfo sordo vibrò contro il metallo: probabilmente un calcio. — Apri subito! Devo prendere le gomme invernali dal balcone e la cassetta degli attrezzi! E poi ho ancora delle cose da recuperare.

— Ho già preparato tutto — replicò Francesca, spostando lo sguardo verso quattro grandi borse a quadri allineate con ordine accanto alla scarpiera. — Le tue gomme sono in corridoio, le ho fatte rotolare giù io. Gli attrezzi sono nei sacchetti, pronti. Chiama un furgone e ti porto tutto al piano terra. Oppure sali tu a prenderli. Ma in casa non entri più.

— Sei fuori di testa! — ruggì lui, e la sua voce riempì contemporaneamente il telefono e le scale. — È anche casa mia! Ci ho vissuto quindici anni! Ho fatto io i lavori! Quelle piastrelle in corridoio le ho messe con le mie mani!

Un sorriso appena accennato le sfiorò le labbra. La memoria selettiva maschile era davvero sorprendente. L’appartamento era arrivato a lei per eredità di una zia, molto prima di conoscere Alessandro. Era intestato esclusivamente a lei. Quanto ai “lavori” di cui lui si vantava a ogni occasione, si erano limitati alla posa di qualche piastrella nell’ingresso, con metà del materiale rovinato e la colla finita persino sui battiscopa nuovi. Per il resto erano intervenute squadre di operai: carta da parati, parquet, impianti idraulici. E tutto era stato pagato con i risparmi personali di Francesca. In quel periodo Alessandro era impegnato, come sempre, nella sua eterna fase di “ricerca di sé stesso”, passando da un lavoretto occasionale all’altro.

— Smettila di fare baccano, stai disturbando tutto il condominio — disse lei, sistemandosi una ciocca ribelle dietro l’orecchio. — Dai documenti l’appartamento è mio. Siamo divorziati ufficialmente. La sentenza è definitiva. E non hai mai avuto la residenza qui, perché non hai voluto toglierti da casa di tua madre per non perdere qualche sconto sulle bollette. I tuoi diritti su questa casa sono identici a quelli del portiere.

Seguì un silenzio teso. Attraverso la porta blindata, Francesca percepiva il respiro pesante dell’ex marito.

La loro separazione era stata lunga e logorante. Alessandro non era rimasto solo: si era trasferito dalla “comprensiva e spensierata” Ludovica Rizzo. Venticinque anni, impiegata come receptionist in una palestra dove lui aveva iniziato a passare le serate, ufficialmente per scaricare lo stress. Ludovica rideva fragorosamente alle sue battute mediocri e lo guardava con occhi spalancati e ammirati. Francesca, invece, a quarantadue anni, lo fissava dritto negli occhi, senza illusioni, pretendendo soltanto partecipazione alle spese e collaborazione in casa. Il confronto, ovviamente, non aveva giocato a suo favore.

La sera in cui Alessandro aveva riempito la prima valigia, si era atteggiato a eroe tragico. Aveva parlato di libertà, di un’unica vita da vivere, di soffocamento domestico, di bisogno di slancio e ispirazione. Francesca non aveva versato una lacrima. Era rimasta vicino alla finestra, le braccia conserte, osservandolo mentre infilava distrattamente nella borsa le camicie costose che lei gli stirava ogni mattina.

Credeva che con quella partenza tutto sarebbe finito. Ma Alessandro aveva deciso diversamente. Una volta sistemato nell’appartamento in affitto della sua nuova musa, continuò a trattare la casa di Francesca come un magazzino gratuito, una lavanderia sempre aperta, un punto d’appoggio. Si presentava senza preavviso il sabato mattina, apriva con la sua chiave, attraversava la cucina con le scarpe sporche, si preparava un caffè, frugava nel frigorifero, prendeva le sue canne da pesca e se ne andava lasciando la tazza sporca sul tavolo.

All’inizio Francesca aveva sopportato, attribuendo tutto all’inerzia di un matrimonio durato anni. Aveva tentato di parlargli con calma, chiedendogli semplicemente di avvisarla prima di presentarsi.

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Amore o Soldi