“Ho sostituito la serratura” rispose Francesca con una calma disarmante mentre Alessandro, fuori di sé, calciava e bussava alla porta senza riuscire ad entrare

Un'ostinazione ridicola e pericolosamente fuori controllo.
Storie

…sdraiato sul divano a “riflettere sul proprio futuro”.

Se desidera davvero trascinarmi in tribunale, faccia pure. Ma tenga presente che le spese legali e gli onorari dell’avvocato ricadranno su suo figlio. Sono certa che Ludovica Rizzo accoglierà la notizia con entusiasmo.

Dall’altro capo della linea calò un silenzio denso, quasi appiccicoso. Ornella Zanetti non era una donna sprovveduta: sapeva benissimo che Francesca Martini aveva ragione su tutta la linea. Tuttavia, per abitudine e per istinto materno, provava sempre a imporsi con la forza, pur di difendere il suo eterno ragazzo cresciuto.

— Sei diventata di una durezza impressionante, Francesca — disse infine con amarezza. — Non ti fa pena vederlo ridotto così? Un uomo senza niente… e tu neanche un briciolo di compassione. Almeno potevi restituirgli le sue cose con un minimo di decenza.

— Gli sto restituendo ogni singolo oggetto, comprese le calze bucate e le canne da pesca rotte. Le valigie sono pronte nell’ingresso. Se è tanto in pena per lui, venga pure ad aiutarlo a portarle via. Le auguro una buona serata, Ornella. E si riguardi.

Riagganciò senza attendere replica e mise il telefono in modalità silenziosa. Non aveva più intenzione di farsi trascinare in discussioni sterili: c’era ancora da finire ciò che aveva iniziato.

Tornò nell’ingresso. Quattro enormi borse a quadri — quelle da mercato, capienti e sgraziate — troneggiavano come montagne fuori posto. Le aveva riempite in due sere consecutive, passando al setaccio ogni armadio, cassetto e scaffale. Aveva recuperato magliette slabbrate, jeans scoloriti, grovigli di cavi misteriosi, pezzi d’auto mai identificati, perfino una collezione di boccali da birra vuoti che Alessandro Fontana custodiva sopra l’armadio come trofei. Era uscita anche sul balcone per recuperare il treno di gomme invernali, che aveva poi sigillato in robusti sacchi neri.

Durante quell’operazione non aveva provato nostalgia. Né malinconia. Solo un fastidio quasi fisico. Quanto può accumulare una persona che in casa non porta nulla, se non promesse disattese e recriminazioni?

Aprì la porta e fece scattare la manopola lucida della nuova serratura. Il pianerottolo era deserto, immerso in un silenzio irreale. Con pazienza trascinò fuori le borse una alla volta. Erano pesanti, le maniglie le segavano i palmi, ma non rallentò. Poi fece rotolare le quattro gomme fino all’angolo vicino all’ascensore, sistemandole con ordine. Per ultimo uscì con la cassetta degli attrezzi: un voluminoso contenitore di plastica, coperto da uno strato di polvere edilizia. Alessandro l’aveva acquistata dieci anni prima, convinto di montare da solo la cucina; dopo mezz’ora aveva rinunciato, chiamando un montatore professionista.

Quando tutto fu sistemato fuori, rientrò. Chiuse la porta e girò la chiave due volte. I clic metallici risuonarono come la più liberatoria delle melodie.

Prese uno straccio umido e lavò con cura il pavimento dell’ingresso, cancellando le impronte sporche lasciate dagli stivali di Alessandro e la polvere caduta dalle borse. Non voleva soltanto pulire: desiderava purificare. Spazzare via dagli angoli l’eco delle sue lamentele, le critiche al sugo “troppo salato”, l’odore invadente del dopobarba economico che si spruzzava prima di uscire con la nuova compagna.

Passarono quasi due ore. Francesca si preparò una cena leggera, mise in forno del pesce con verdure e accese una musica soffusa. Seduta al tavolo finalmente sgombro, assaporava il silenzio quando il campanello trillò con insistenza.

Il suono, lungo e impaziente, ruppe l’atmosfera. Con calma posò la forchetta, si tamponò le labbra con un tovagliolo e si avviò verso la porta.

Guardò dallo spioncino. Sul pianerottolo c’era Alessandro. Accanto a lui, Ludovica Rizzo si spostava nervosamente da un piede all’altro, masticando gomma e fissando lo schermo del telefono. Poco più indietro, un uomo sconosciuto in tuta da lavoro blu reggeva una valigetta pesante.

Il cuore di Francesca ebbe un sussulto, ma il controllo tornò immediato. Aveva previsto una mossa del genere.

— Francesca, apri! — urlò Alessandro, colpendo la porta con il pugno. — Ho portato un tecnico! Se non collabori, facciamo saltare via porta e telaio! Ho diritto di entrare dove ci sono le mie cose!

Ludovica arricciò il naso.

— Ale, quanto ci vuole ancora? Fa freddo qui fuori. E queste borse puzzano di roba vecchia. Siamo venuti per la macchina del caffè, ricordi?

Francesca sbloccò la serratura ma lasciò inserita la robusta catena d’acciaio che aveva fatto montare insieme ai nuovi cilindri. Attraverso la fessura filtrò odore di fumo di sigaretta.

— Buonasera — disse con tono cortese, guardando dritto negli occhi l’uomo in tuta blu.

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Amore o Soldi