— …che ha ricevuto da me centomila euro per una presunta operazione urgente al cane — concluse Martina, lasciando che le parole cadessero come pietre.
— È una menzogna! — gridò Rita Marchetti, balzando in piedi con il volto paonazzo.
— Un momento — replicò Martina, facendo scorrere un’altra immagine sullo schermo. — Questo è il bonifico. Data e ora. Lo stesso giorno in cui compariva la foto della pelliccia.
Roberta Farina impallidì visibilmente, mentre Marco Caruso fissava il tavolo.
— Non è tutto. — Martina aprì l’estratto conto bancario. — Qui ci sono i trasferimenti che mio marito ha fatto a sua madre nell’ultimo anno. Trecentottantasettemila euro, prelevati dal nostro conto comune.
Marco abbassò lo sguardo, incapace di sostenere il peso di quelle cifre pronunciate ad alta voce.
— E per concludere… — la voce di Martina tremò appena — questa è una dichiarazione del mio datore di lavoro che smentisce le accuse diffamatorie diffuse sul mio conto.
Il carabiniere presente si agitò sulla sedia.
— Be’, insomma… queste sono questioni familiari…
— No — lo interruppe Martina alzandosi in piedi. — Qui si parla di truffa, estorsione e diffamazione. Sono reati, non “questioni di famiglia”.
Un silenzio compatto scese nella stanza.
Rita fu la prima a reagire:
— Non riuscirai a provare nulla!
— Ho già provato tutto — rispose Martina, indicando il registratore acceso nella tasca della giacca. — È stato registrato ogni dettaglio.
Poi si voltò verso Marco.
— Domani presenterò la domanda di divorzio. E se qualcuno della vostra “famiglia perfetta” proverà ancora a danneggiarmi, queste registrazioni finiranno direttamente in Procura.
Sulla soglia si fermò un istante.
— Tenete pure le vostre cose. Non voglio nulla che mi ricordi voi.
La porta si chiuse con decisione. Dall’interno esplose l’urlo furioso di Rita:
— Come osa?!
Ma Martina era già fuori. Camminava verso l’auto e, per la prima volta dopo mesi, sentiva l’aria entrare nei polmoni senza oppressione.
Il telefono vibrò. Un messaggio della sua migliore amica:
“Sei stata grandiosa. Champagne?”
Martina sorrise e digitò:
“Niente brindisi. Prima l’avvocato.”
Non immaginava ancora che il capitolo più interessante dovesse iniziare proprio allora. Mentre lei metteva in moto, Marco, in preda al panico, telefonava sottovoce:
— Mamma, cosa facciamo? Se va in tribunale, verrà fuori del tuo secondo prestito… e anche della seconda famiglia di papà…
Tre settimane dopo, Martina si trovava davanti al Palazzo di Giustizia, sistemando il colletto di un cappotto nuovo. Accanto a lei c’era l’avvocata, un’amica di un ex compagno di università, che aveva accettato il caso con evidente determinazione.
— Sei pronta? — chiese controllando i fascicoli.
— Lo sono da tempo — rispose Martina inspirando a fondo.
L’aula era immersa in un silenzio teso. Dall’altra parte sedevano Marco, Rita e il loro legale, un uomo anziano dall’aria stanca.
Il giudice aprì l’udienza:
— Procedimento di scioglimento del matrimonio tra Martina Barbieri e Marco Caruso.
Marco tamburellava nervosamente le dita sul banco. Rita lanciava occhiate cariche di astio.
Quando fu chiesto di esporre le richieste, l’avvocata di Martina si alzò.
— La mia assistita richiede la divisione paritaria dei beni acquisiti durante il matrimonio. Inoltre domandiamo un risarcimento per danni morali pari a trecentomila euro.
Un brusio indignato percorse l’aula.
— Ma quali soldi?! — scattò Rita. — È lei che dovrebbe restituire tutto!
— Signora Roberta Farina — intervenne severo il giudice — la invito al rispetto delle regole.
L’avvocata proseguì imperturbabile:
— Disponiamo di prove di continue pressioni economiche esercitate dalla famiglia del convenuto, oltre a elementi che attestano diffamazione e minacce.
Posò sul banco una cartella colma di stampe: conversazioni, movimenti bancari, trascrizioni audio.
Marco sbiancò.
— Martina… possiamo trovare un accordo senza arrivare a questo…
— È tardi — disse lei con calma.
Il giudice esaminò i documenti.
— La parte convenuta desidera replicare?
Il loro avvocato sospirò.
— Siamo disponibili a una soluzione conciliativa.
Dopo un’ora, tutto era definito. L’appartamento restava in comproprietà fino alla vendita, l’auto andava a Marco, mentre la metà delle somme presenti sui conti comuni veniva restituita a Martina.
All’uscita dall’aula, Marco la raggiunse.
— Martina… io…
Lei si voltò e lo osservò davvero, forse per la prima volta dopo mesi. L’uomo che aveva sposato con tante aspettative.
— Sai qual è la cosa più amara? — disse. — Avrei persino seguito le ricette di tua madre. Se solo, una volta, ti fossi schierato dalla mia parte.
Marco abbassò gli occhi.
— È pur sempre mia madre…
— Appunto. Adesso è un problema tuo.
Martina si allontanò. Fuori l’aspettava l’amica con una bottiglia di spumante.
— Allora? Donna libera?
Martina rise, e subito le lacrime le rigarono il viso.
— Sai qual è la prima cosa che voglio fare?
— Dimmi.
— Mangiare una pizza con l’ananas. Quella che lui detestava.
L’amica la strinse per le spalle.
— Andiamo.
In auto, Martina aprì il telefono. Nel gruppo di famiglia, da cui non l’avevano ancora rimossa, compariva un nuovo messaggio di Rita:
“Figlio mio, non preoccuparti. Ti troveremo una moglie migliore. Obbediente.”
Martina digitò l’ultima risposta prima di bloccare la chat:
“Grazie per l’elenco. Il mio è già sul tavolo dell’avvocato.”
Chiuse l’applicazione, abbassò il finestrino e inspirò profondamente. Davanti a lei si stendeva una vita nuova.
Intanto, nel veicolo di Marco, il cellulare squillò.
— Pronto, mamma?
— Vieni subito! — urlava Rita dall’altra parte. — Quel disgraziato di tuo padre ha chiesto il divorzio! E sai perché? Perché ha…
Ma Martina non avrebbe mai saputo il resto.
La sua storia con quella famiglia si era conclusa lì.
Anche se, da qualche parte, forse stava già crescendo una futura nuora destinata a ricevere la famosa cartellina blu.
