I messaggi continuarono ad arrivare per giorni, tutti con lo stesso identico senso: avevi ragione.
Una settimana più tardi Martina Sorrentino rientrò dal supermercato e le raccontò di aver incrociato Marco Pellegrini tra gli scaffali dei surgelati. Aveva il carrello stipato di piatti pronti, buste di minestroni congelati, vaschette da scaldare al microonde. L’aspetto era trasandato, le occhiaie scure, lo sguardo arrossato come se non dormisse da tempo.
— Gli ho chiesto come stava — spiegò Martina. — Ha risposto a monosillabi. Dice che sua madre adesso è davvero malata, non si alza quasi più. Deve fare tutto lui: cucinare, sistemare casa, lavorare. Hanno preso una donna per qualche ora al giorno, ma costa troppo. Ha venduto l’auto. Niente più pesca, niente più uscite. Non gli resta un minuto libero.
Giulia ascoltava senza interrompere. Dentro non trovava né soddisfazione né compassione. Solo una quiete leggera, come dopo un temporale che finalmente si è allontanato.
— Mi ha chiesto di te — aggiunse Martina. — Ha detto che se torni promette che cambierà tutto.
Giulia scosse il capo lentamente.
— Non cambierebbe nulla. Adesso semplicemente sa quanto valeva ciò che facevo ogni giorno.
Passò un’altra settimana. Giulia affittò una stanza in un appartamento condiviso vicino alla scuola dove insegnava. Dieci metri quadrati appena, cucina e bagno in comune. La finestra dava su un cortile interno popolato di piccioni. Non c’era niente di elegante, niente di speciale. Però era uno spazio suo.
Seduta sul letto, osservava le pareti spoglie. Ai suoi piedi la valigia ancora chiusa: tutto ciò che aveva deciso di portare con sé.
Il cellulare vibrò. Numero sconosciuto.
«Giulia, sono Serena Palmieri. Perdona quello che ti ho fatto. Non capivo. Torna a casa. Cambierò, te lo giuro.»
Lesse una volta. Poi cancellò il messaggio e appoggiò il telefono sul davanzale.
Nel cortile un’anziana spargeva briciole; i piccioni scendevano in massa, si urtavano, tubavano rumorosi. L’aria sapeva di autunno, di asfalto bagnato e di sughi provenienti dalle altre cucine. Non c’era traccia del profumo invadente di Serena Palmieri, né dell’odore stanco di Marco, che non aveva mai imparato davvero a vedere oltre se stesso.
Giulia spalancò la finestra. Una folata fredda le colpì il viso. Inspirò a fondo, fino a sentire l’aria riempirle i polmoni.
Per la prima volta dopo sette mesi si coricò alle otto di sera perché ne aveva semplicemente voglia. Non per sfinimento, ma per scelta. Nessuno l’avrebbe svegliata pretendendo camicie stirate. Nessuno le avrebbe rimproverato di non fare abbastanza. Nessuno avrebbe scambiato la sua disponibilità per debolezza.
La mattina seguente fu il sole a destarla. Era sabato. Non doveva alzarsi per forza. Poteva restare sotto le coperte, uscire a passeggiare o non fare nulla. Qualunque decisione spettava solo a lei.
In cucina Caterina Ferretti, la coinquilina cinquantenne, stava mettendo su il bollitore.
— Ti preparo un tè?
— Volentieri, grazie.
Bevvero in silenzio. Dal cortile arrivavano voci, motori, un litigio lontano. Una mattina qualunque. Non ancora familiare, ma finalmente sua.
Dopo aver sciacquato la tazza, Giulia si fermò a guardare il proprio riflesso nel vetro. Pallida, senza trucco, i capelli spettinati. Una donna normale.
Libera. Viva.
E sorrise.
