Il grido di Serena Palmieri si trasformò in uno strillo acuto.
— Giulia! Dov’è il pranzo? Ti avevo lasciato una lista precisa!
Marco Pellegrini entrò subito dopo di lei. Bastò un’occhiata al tavolo nudo perché il suo volto si imporporasse.
— Ma ti sei ammattita? Ci sono gli invitati per il nostro anniversario e non c’è nulla da servire!
La sua voce rimbombò tra le pareti. Gli ospiti, imbarazzati, si rifugiarono negli schermi dei cellulari, nelle venature del parquet, nelle tende socchiuse. Ovunque, pur di non assistere apertamente alla scena.
— Ti rendi conto di quello che stai facendo? — insistette lui, fuori di sé.
Giulia Rinaldi non rispose subito. Appoggiò con calma il bicchiere sul tavolo e intrecciò le dita.
— È una sorpresa — disse piano.
Il silenzio calò di colpo, denso come velluto.
— Per il nostro anniversario ho deciso di farmi un regalo: chiedo il divorzio.
Si sfilò la fede con un gesto lento e la lasciò cadere sulla tovaglia candida. Il tintinnio del metallo fu netto, definitivo.
— Me ne vado. Adesso.
Marco aprì la bocca, poi la richiuse. Cercò aria.
— Davanti a tutti? Hai scelto proprio questo momento per umiliarmi? Hai trasformato la casa in un teatro!
— Non è teatro. È la verità — replicò lei, sollevando la borsa già pronta accanto alla sedia. — Da sette mesi vivo come una domestica. Cucino, pulisco, lavo, mi alzo prima dell’alba e finisco a notte fonda. Tu non mi hai mai chiesto come stessi. Mai dato una mano. Ti è sempre andato bene così. Per te e per tua madre ero solo comoda.
Un colpo di tosse soffocato partì da Adele Bruno, seduta accanto alla finestra. Beatrice Neri fece un impercettibile cenno di assenso.
— Tesoro, fermati, parliamone con calma — intervenne Serena, avanzando con le mani curate tese verso di lei. — Sei solo stanca. Assumeremo qualcuno che ti aiuti, vero Marco?
— È tardi — rispose Giulia dirigendosi verso l’ingresso.
Marco la raggiunse e le afferrò il braccio.
— Non puoi sparire così!
Lei si liberò con decisione.
— Guarda bene: posso.
Aprì la porta. Mentre usciva, udì la voce concitata di lui al telefono:
— Pronto? Un servizio catering, subito! Per otto persone! Pago qualsiasi cifra, ma mandate tutto immediatamente!
Chiuse alle sue spalle e si fermò sul pianerottolo, respirando a fondo. Poi digitò un messaggio a Martina Sorrentino: «Posso stare da te qualche giorno?»
La risposta arrivò in un attimo: «Finalmente. Vieni subito».
Giulia rimase da Martina una settimana. Dormiva su un letto pieghevole, andava in ufficio, tornava e restava ore alla finestra senza parlare. L’amica non la incalzava con domande.
Marco telefonò per tre giorni consecutivi: prima furioso, poi supplichevole, promettendo cambiamenti. Lei ascoltava in silenzio e chiudeva la chiamata. Il quarto giorno arrivò un messaggio: «Mamma è a letto, sta malissimo. Sei contenta?»
Giulia bloccò il numero.
Poco dopo le scrisse Beatrice Neri: «Scusami se mi permetto. Hai fatto la cosa giusta. Io ho sopportato trent’anni una suocera identica. Non ho mai avuto il tuo coraggio».
Seguì Adele Bruno. Poi altri ancora. Tutti, in modi diversi, le fecero capire che quella sera non era stata una follia, ma un atto necessario.
