“Ho chiesto trecentomila euro alla banca! Trecentomila!” esclamò Lorenzo, tremando mentre contava le banconote ammucchiate

Questa felicità apparente è tragicamente irresponsabile.
Storie

Non erano venuti per ricucire. Si erano presentati per occupare spazio, per mettere bandierine come conquistatori da quattro soldi. Come insetti che trovano una fessura e credono che la casa sia già loro.

Serena Barone incrociò lo sguardo compiaciuto di Simone Fabbri, l’amichetto di sempre, che squadrava l’ingresso con aria da perito immobiliare, soffermandosi sui mobili, sulle pareti, persino sul lampadario.

— Fuori di qui — disse lei, con voce bassa ma ferma.

Lorenzo Rinaldi rimase interdetto. — Come sarebbe? Serena, ma che ti prende? Va bene fare la dura, ma non esagerare. Sono tuo marito. Ex, forse, ma solo per ora. Possiamo ritirare la domanda…

— Ho detto: fuori! — esplose lei, e l’eco rimbalzò nel vano scale.

Non attese repliche. Basta accomodamenti, basta mezze misure. Afferrò Lorenzo per i revers della giacca elegante che tanto ostentava. Il tessuto tirò, minacciando di strapparsi.

— Sei impazzita? Lasciami, isterica! — strillò lui, tentando di liberarsi.

Ma Serena, abituata a sollevare sacchi di terriccio e a spaccare pietre in giardino, possedeva una forza che nessuno le aveva mai riconosciuto. Lo strattonò verso di sé e subito dopo lo spinse con decisione all’indietro, oltre la soglia, nel pianerottolo.

— Questo è per quando mi hai chiamata “sprecona”! — gridò.

Lorenzo perse l’equilibrio e rovinò all’indietro contro Simone. Il mazzo di peonie cadde a terra; Serena lo calpestò senza esitazione, riducendo i fiori a una poltiglia rosata.

— Ma sei fuori di testa?! — urlò Paola Monti, agitando la borsetta come un’arma improvvisata. — Non ti permettere di toccare mio figlio!

La rabbia le annebbiava la vista. Serena intercettò il polso della suocera e lo respinse con forza. Paola, colta di sorpresa, barcollò sui tacchi sottili, si storse la caviglia e finì seduta sui gradini con un lamento acuto. Una scarpa volò via, rimbalzando lungo le scale.

Lorenzo, nel frattempo, cercava di rialzarsi. Il volto deformato dall’umiliazione, gli occhi iniettati di rancore.

— Sei una… — ringhiò, stringendo i pugni. — Io ti faccio vedere…

Avanzò con il braccio sollevato, convinto che lei si sarebbe ritratta. Era abituato alle lacrime, non alla resistenza.

Serena, invece, fece un passo avanti.

In quell’istante non difendeva soltanto quattro mura. Difendeva la memoria di suo padre, il sacrificio silenzioso di sua madre, la propria dignità calpestata troppe volte.

Chiuse la mano in modo maldestro, il pollice ripiegato all’interno, ma nel colpo mise tutto: delusione, vergogna, rabbia compressa per mesi. Il pugno centrò lo zigomo di Lorenzo, appena sotto l’occhio.

Si udì un tonfo secco.

Lui urlò, portandosi le mani al viso. Non aveva previsto quella reazione. Il dolore e lo shock lo lasciarono immobile.

— Questo è per il tradimento! — sibilò lei.

Lo afferrò per il colletto della camicia e tirò con tale forza che i bottoni saltarono via, scoprendo il petto magro e pallido.

— Sparisci. Non voglio più vederti qui!

Lorenzo indietreggiò, gemendo e coprendosi l’occhio che già si gonfiava. Simone, davanti a quella furia, non ebbe alcuna intenzione di fare l’eroe.

— Lory, andiamocene! È matta davvero! — gridò, e fu il primo a precipitarsi giù per le scale, saltando i gradini.

— La mia scarpa! Ridatemi la scarpa! — piagnucolava Paola Monti, tentando di rialzarsi su una gamba sola.

Serena afferrò Lorenzo per le spalle, lo girò di scatto e gli assestò un calcio deciso sotto la schiena. Un colpo pieno, liberatorio. Lui rotolò giù per la rampa, raccogliendo polvere con il suo completo “italiano” di marca.

— Fuori dai piedi, parassiti! — gridò Serena dal pianerottolo, spettinata, il respiro affannoso. — Se tornate, vi butto giù a pezzi!

Paola, con entrambe le scarpe finalmente in mano, scese scalza borbottando minacce di polizia e ospedali psichiatrici. Lorenzo, zoppicante e con l’occhio livido, la seguiva senza osare voltarsi. I pantaloni gli si erano strappati dietro, lasciando intravedere mutande rosso acceso, ma la dignità l’aveva già persa del tutto.

Le porte dei vicini si socchiusero. Qualcuno ridacchiava. Nicola Piras, dall’appartamento accanto, le fece un cenno di approvazione con il pollice alzato.

Serena rimase sulla soglia finché il rumore dei passi non si dissolse. Sentiva la mano pulsare e il cuore martellarle nel petto. Eppure, per la prima volta dopo mesi, respirava leggera.

Non aveva solo cacciato loro. Aveva espulso la parte di sé che accettava in silenzio.

Raccolse il mazzo di peonie schiacciate e lo lanciò giù per le scale.

— Riprendetevi la vostra scopa! — urlò nel vuoto del vano.

Chiuse la porta con decisione. Guardò le nocche arrossate, la pelle graffiata.

— Bene — mormorò nel silenzio della sua casa, finalmente solo sua. — Adesso posso tornare al mio muschio.

In lontananza, dalla strada, si udì l’allarme di un’auto: probabilmente Lorenzo, nella fuga, aveva urtato qualcuno. Aveva perso la moglie, l’appartamento, la faccia.

Serena, invece, aveva ritrovato se stessa.

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Amore o Soldi