Serena inspirò a fondo, cercando di dominare il tremito.
— Hanno detto anche che i vostri regali erano da quattro soldi — sussurrò infine, con la voce spezzata.
Giovanni Pellegrini scambiò uno sguardo con Roberta. Un sorriso amaro gli attraversò il volto. Senza aggiungere altro si alzò, raggiunse la vecchia credenza in legno scuro e ne estrasse una busta grande, rigida, formato A4.
— Saremmo venuti domattina — spiegò, posando la busta sul tavolo davanti alla figlia. — Volevamo farvi una sorpresa. Pensavamo: lasciamoli riposare, che si godano la prima notte da sposati.
Serena si asciugò le guance con il dorso della mano.
— Cos’è?
— Aprila.
Dentro c’erano documenti ordinati con cura: atto di donazione, visura catastale, un mazzo di chiavi nuove che tintinnò contro la carta.
— Un appartamento di due locali — disse il padre con semplicità. — Zona nuova, già ristrutturato. Io e tua madre abbiamo messo via ogni euro per anni. Tua zia Ilaria ha svuotato il suo conto risparmi, tuo zio Matteo ha venduto il garage e la vecchia macchina per contribuire. Tutta la nostra “famiglia di pezzenti”, come ci chiamano, ha partecipato. Volevamo che partiste con qualcosa di solido. Che non doveste saltare da un affitto all’altro. Ecco perché nelle buste del matrimonio c’era poco: tutto è finito in quelle mura.
Serena fissava le carte come se appartenessero a un’altra realtà. Le persone che Lorenzo Rinaldi e sua madre avevano disprezzato avevano dato via il necessario per regalarle una casa. E Lorenzo… Lorenzo aveva barattato il loro matrimonio per un prestito da trecentomila euro.
— L’immobile è intestato solo a te — aggiunse Roberta con fermezza. — È una donazione personale. In caso di separazione non rientra nella comunione dei beni. Domani dobbiamo andare dal notaio per sistemare ogni dettaglio, così sarà tutto inattaccabile.
Serena sollevò lo sguardo. Le lacrime erano sparite, sostituite da qualcosa di più duro.
— Non rientra nella divisione, quindi — disse lentamente. — Perfetto.
— Tornerai da lui? — chiese Giovanni.
— No. — La risposta fu netta. — Domani avvierò l’annullamento o il divorzio. Non mi interessa la formula, voglio solo chiudere in fretta.
La mattina seguente rientrò in hotel unicamente per recuperare ciò che restava delle sue cose. Lorenzo dormiva scomposto sul letto, ignaro. Della suocera nessuna traccia. Serena lasciò un foglio sul comodino: “Accetto il divorzio. Presenterò io le pratiche”.
La procedura fu sorprendentemente rapida. Lorenzo non si presentò nemmeno all’ufficio di stato civile: mandò al suo posto Paola Monti con una delega, così da controllare che non emergessero “pretese patrimoniali”. Serena firmò in silenzio, guardando oltre quella donna come fosse trasparente.
Nel frattempo si era già trasferita nella nuova casa. Sistemava mobili, montava mensole, e sulla loggia aveva allestito il suo laboratorio creativo: composizioni sofisticate di muschio stabilizzato e pietra naturale che stavano iniziando a vendersi benissimo online.
Due settimane passarono in un soffio. Per la prima volta dopo mesi respirava libertà. Eppure sapeva che la quiete non dura per sempre: le notizie circolano veloci.
Il sabato mattina qualcuno suonò alla porta del suo appartamento. Tre squilli insistenti, riconoscibili.
Serena guardò dallo spioncino. Sul pianerottolo c’era Lorenzo, con in mano un enorme mazzo di peonie costose. Alle sue spalle si agitavano Paola Monti e Simone Fabbri, l’amico-testimone che al matrimonio aveva ascoltato le sue lamentele.
Aprì.
— Ciao, amore! — esclamò Lorenzo, sfoderando un sorriso smagliante, come se nulla fosse accaduto. Tentò di varcare la soglia, ma Serena rimase immobile. — Dai, non fare la fredda. Abbiamo riflettuto… tutti un po’ esagerato. Stress, capisci? Un matrimonio mette a dura prova i nervi.
Paola spuntava dietro di lui con un’espressione talmente artificiale da risultare quasi caricaturale.
— Serenina, tesoro, non fare la permalosa — cinguettò. — Non sapevamo nulla! Si dice in giro che hai ricevuto un appartamentino… due stanze, vero? Che genitori furbi i tuoi! Non hanno detto niente a nessuno!
— Siamo una famiglia — insistette Lorenzo, spingendo con la spalla per farsi spazio. — E in una famiglia si condivide tutto. Dobbiamo inaugurare la casa, no? Vedere come sistemare i mobili… Pensavo che una stanza potremmo attrezzarla per le mie dirette streaming.
La rabbia che Serena aveva compresso per quindici giorni, trasformandola in lavoro e silenzio, ribollì improvvisa. Rivide l’umiliazione in hotel. Il sacrificio di Matteo, la macchina venduta. La parola “zavorra” che le era stata sputata addosso.
— Famiglia? — ripeté, con una calma tagliente. — Tu hai detto che ti pentivi di avermi sposata.
— Ma l’ho detto per rabbia! — minimizzò lui, avanzando ancora di mezzo passo. — Gli amici mi prendevano in giro, c’era quel prestito… Lascia perdere. Ora abbiamo un tetto nostro! Il debito lo sistemiamo in fretta: potremmo affittare la seconda stanza, oppure mamma si trasferisce qui e mette in affitto casa sua…
Un’arroganza smisurata. Senza limiti. Non erano venuti per fare pace.
