— Silvia, ma perché non rispondi? Siamo già in autostrada! Un’oretta e arriviamo, metti su l’acqua per il tè! — la voce squillante di Paola Pagano, mia cognata, era così acuta che abbassai il volume per evitare che l’altoparlante gracchiasse.
Guardai il display del cellulare: 30 dicembre, 14:15. Fuori dalla finestra cadeva una neve bagnata, tipica di Torino, lenta e svogliata; toccando l’asfalto si trasformava in una poltiglia grigiastra.
In casa aleggiava l’aroma del caffè appena macinato, mescolato a un leggero sentore di abete. Nell’angolo del soggiorno c’era un alberello che avevo addobbato la sera prima guardando un vecchio film: essenziale, elegante, senza eccessi.
— Paola, — dissi con calma, sorseggiando e assaporando il silenzio della mia cucina, — esattamente dove pensate di andare?
— Ma dai, che domande fai! — rise lei; in sottofondo si sentivano strilli di bambini e la risata profonda di qualcuno. — Alla casa in campagna, ovvio! Da noi! Abbiamo deciso che non ha senso restare in città. Portiamo le insalate già pronte, Luca Fabbri ha comprato i fuochi d’artificio. Tu intanto accendi il riscaldamento e prepara tutto. Veniamo con i bambini, la casa deve essere calda.

“Da noi.”
Quelle due parole mi pungevano da tre anni, da quando mio marito — il fratello di Paola — non c’era più.
La casa di campagna era solida, in legno, ma richiedeva cure continue. L’avevo ereditata dai miei genitori, non da lui. Eppure, per Paola era diventata “il nostro nido di famiglia”, un luogo dove lei si sentiva in diritto di villeggiare senza limiti.
— Paola, — risposi con voce pacata, sorprendendomi della mia stessa lucidità, — io non sono lì.
Dall’altra parte calò un silenzio breve ma denso. Si percepiva solo il rumore delle gomme sull’asfalto e una radio accesa in macchina.
— Come sarebbe a dire che non sei lì? — Il tono festoso si incrinò, lasciando spazio a quella durezza metallica che conoscevo fin troppo bene. — Avevamo detto che il Capodanno si passa in famiglia.
— Non abbiamo deciso nulla insieme. Mi hai semplicemente informata. Io sono a Torino, a casa mia.
— Va bene… — la sentii riflettere rapidamente, riorganizzando i piani. — Peccato che la casa sia fredda, però le chiavi sono sempre sotto il portico, nel barattolo. Lo sappiamo. Luca accende la stufa, non è mica incapace. Tu prepara una borsa e raggiungici in taxi o in treno. Non è bello stare sola.
Non era una richiesta. Era un ordine.
Come quando, l’estate scorsa, mi aveva scaricato tre nipoti per quindici giorni interi: “Silvia, tanto tu lì non hai nulla da fare, e io ho una scadenza importante.”
Come quando pagavo in silenzio le bollette della luce dopo le loro invasioni invernali, perché “ops, ci siamo dimenticati di segnare i consumi, poi facciamo i conti”.
Quei conti non li abbiamo mai fatti.
Il punto di non ritorno.
— Paola, non venite, — dissi osservando un fiocco di neve sciogliersi contro il vetro. — Fate inversione e tornate indietro.
— Ma che ti prende, Silvia? Sei impazzita? Abbiamo il bagagliaio pieno di cibo! I bambini non parlano d’altro da giorni! Luca è stanco, non può rifarsi tutta la strada al contrario. Non fare storie. La linea va e viene, siamo quasi arrivati. Le chiavi sotto il portico, me lo ricordo!
La chiamata si interruppe.
Posai il telefono sul tavolo e fissai le mie mani. Erano ferme, incredibilmente ferme. Eppure, solo un anno prima, una telefonata del genere mi avrebbe gettata nel panico.
