— Ti rendi conto, Serena, del casino in cui ci siamo infilati? — la voce di Lorenzo Rinaldi tremava, ma non per l’emozione della prima notte da sposati. Era un tremito nervoso, sporco di paura. Seduto sul bordo dell’enorme letto dell’hotel, sommerso da buste strappate, contava le banconote con movimenti convulsi. — Sai fare due conti o nella tua testa esistono solo composizioni verdi e quei tuoi muschi assurdi?
Serena Barone era davanti allo specchio e cercava di abbassare la zip del pesante abito nuziale. Si voltò lentamente verso di lui, sentendo un gelo insinuarsi nello stomaco. Solo un’ora prima ridevano, brindavano, ballavano con gli invitati; ora, nel silenzio soffocante della suite, l’aria sembrava diventata densa.
— Lorenzo, basta… — disse con calma, nel tentativo di spegnere la sua irritazione. — Va bene, non abbiamo recuperato tutte le spese. E allora? Questa festa l’abbiamo voluta per noi, per ricordarla. Il prestito lo restituiremo poco alla volta. Io posso accettare un paio di lavori grossi per l’allestimento di uffici, tu magari prenderai un bonus al centro escape. Siamo una squadra, no?
— Una squadra? — scattò lui in piedi. Il completo elegante era già stropicciato, la cravatta di traverso. Sembrava un animale in trappola. — Ma ti ascolti quando parli? “Per ricordarla”? Ho chiesto trecentomila euro alla banca! Trecentomila! E qui… — raccolse le banconote ammucchiate come fossero cartacce — qui ce ne sono ottantamila. Ottantamila! È ridicolo. È un disastro totale. La tua famiglia è venuta a mangiare gratis?
Serena rimase immobile. La dolcezza si stava trasformando in una pazienza tesa. Cercò di convincersi che fosse solo stanchezza, adrenalina che calava. I soldi vanno e vengono, pensò. Basta lasciarlo sfogare.

— Non ti permettere di parlare così dei miei genitori e delle mie zie — rispose piano, ma con fermezza. — Hanno dato quello che potevano. Ilaria cresce due figli da sola, lo sai. E Matteo…
— Non me ne importa niente di Matteo! — la interruppe Lorenzo, iniziando a camminare avanti e indietro per la stanza. — Io contavo su un aiuto serio. Pensavo di chiudere il debito e magari mettere da parte qualcosa per l’anticipo di casa. Invece sono sotto, Serena. Sotto di brutto. E sai di chi è la colpa? Tua. Sei stata tu a volere l’hotel. Tu a pretendere le peonie fuori stagione che costano come un motore d’aereo.
— Le abbiamo scelte insieme. E sei stato tu a dire che volevi un matrimonio che facesse invidia a tutti i tuoi amici. Sei stato tu a voler impressionare.
Qualcuno bussò alla porta. Non un tocco timido, ma tre colpi secchi e autoritari.
— È mia madre — sussurrò Lorenzo, e nei suoi occhi balenò una speranza quasi infantile.
Corse ad aprire. Nella stanza entrò Paola Monti, avvolta in un abito di seta frusciante e in un profumo dolce e invadente. Alle sue spalle, ondeggiando con uno stecchino tra i denti, fece il suo ingresso Ruggero Bellini, fratello divorziato di Paola, presenza fin troppo assidua durante il ricevimento.
— Allora, Lorenzo? — Paola non degnò la nuora di uno sguardo. Si diresse subito verso il letto, dove giacevano i soldi. — Avete fatto i conti? Io lo sapevo. Sentivo che sarebbe andata così.
— Mamma, è un fallimento — si lamentò lui, incurvandosi come un ragazzino rimproverato. — Solo ottantamila euro. Ci hanno lasciati nei guai.
Paola sfiorò con la punta delle dita il mucchietto di banconote, come se temesse di sporcarsi.
— Te l’avevo detto — sibilò, voltandosi finalmente verso Serena. Il suo sguardo era freddo, valutatore. — I tuoi parenti sono venuti solo per riempirsi lo stomaco. Perdona la franchezza, ma io sono fatta così. Noi abbiamo contribuito. Ruggero ha messo diecimila euro senza battere ciglio. E i tuoi?
— Anche loro hanno portato buste — rispose Serena, aggrappandosi a un filo di lucidità. — E dei regali.
— Regali? — scoppiò a ridere Ruggero, lasciandosi cadere in poltrona con aria sfrontata. — Lenzuola e un servizio di piatti? Davvero pensi che con quello si paghi un prestito? Lorenzo è finito nei guai seri. E tu resti lì a guardare.
Serena fissò il marito, ignorando volutamente gli altri due.
— Lorenzo, per favore. Chiedi loro di uscire. Dobbiamo parlare da soli. È la nostra notte, i nostri problemi.
Lui esitò. Prima guardò la madre, poi la moglie. Nei suoi occhi non c’era complicità, né protezione. Solo rancore e frustrazione.
— Mamma ha ragione — disse infine, con voce dura, segnando l’inizio di qualcosa che Serena non avrebbe più potuto ignorare.
