Raffaele. Era lì, fermo sul pianerottolo. Solo, senza valigie.
Ilaria socchiuse la porta lasciando inserita la catena di sicurezza.
— Che cosa vuoi?
Lui non era semplicemente spettinato o stanco: aveva l’aria di chi è stato appena travolto dalla vita. Gli occhi sfuggenti, la camicia spiegazzata, l’orgoglio ridotto a brandelli.
— Ila, apri. Dobbiamo parlare.
— Non abbiamo più niente da dirci. È stato tutto chiarito ieri.
— Ma quando mai! — ribatté alzando la voce. — Non abbiamo chiarito proprio nulla! Costanza è una calcolatrice, una che pensa solo ai soldi. Quando ha capito che mi avevi mandato via e che mi ero presentato da lei con le mie cose, ha fatto una scenata. Ha detto che non vuole un uomo pieno di guai. Ti rendi conto?
— Sì, mi rendo conto benissimo.
— Dai, perdonami. Ho fatto una sciocchezza, capita a tutti. Sono tornato, no? Vuol dire che ti amo. Facciamo finta che non sia successo niente. Ti compro una torta, anche se sento che stai cucinando qualcosa… profuma da morire. Ho una fame terribile. Fammi entrare. Questa è casa mia quanto la tua.
Provò a spingere con la spalla, convinto che lei avrebbe ceduto come sempre. Era abituato così: la dolcezza di Ilaria l’aveva sempre interpretata come debolezza.
Non era tornato per pentimento. Era tornato perché altrove lo avevano respinto. Cercava un posto dove continuare a consumare ciò che considerava suo: il divano, il frigorifero pieno, la donna pronta a perdonarlo.
— No, Raffaele. Questa casa non è mai stata tua.
Vide il suo volto mutare in un istante: dalla supplica alla rabbia feroce.
— Brutta ingrata! Apri immediatamente! Sfondo la porta, hai capito? Ti rovino la vita!
Colpì il battente con violenza tentando di spezzare la catena. Ilaria indietreggiò per un attimo, ma la collera le diede una forza inattesa, potente. Tolse la catena di scatto. Raffaele, sentendo venir meno l’ostacolo, si sbilanciò in avanti per irrompere nell’appartamento.
Fu allora che lei, piantando i piedi sul pavimento e caricando nel gesto tutto il peso del corpo e degli anni di umiliazioni, richiuse con impeto la pesante porta di rovere.
Il tonfo fu secco, terribile. Il legno massiccio incontrò il suo viso con un suono sordo, quasi osseo, mentre lui aveva già infilato la testa oltre la soglia.
Un urlo lacerante riempì il pianerottolo. Ilaria girò immediatamente entrambe le chiavi nella toppa.
Dall’altra parte si sentivano gemiti, imprecazioni, passi concitati di vicini che uscivano per capire cosa stesse succedendo.
Lei invece tornò in cucina. Estrasse le basi dorate dal forno, le farcì con la crema al miele, dispose sopra una manciata di frutti di bosco freschi. Si versò una tazza di tè caldo. Qualunque cosa accadesse fuori, non la riguardava più.
Raffaele si presentò a casa della madre soltanto verso sera. Il naso era evidentemente rotto e deviato di lato; un occhio completamente gonfio, il sopracciglio spaccato da un taglio violaceo. Faceva impressione.
La madre, donna severa ma retta, lo attendeva già sulla soglia. Un’ora prima aveva parlato con Ilaria al telefono e sapeva ogni cosa: di Costanza, delle menzogne, del divieto imposto alla moglie di vedere i parenti.
— Mamma, mi serve del ghiaccio… e qualcosa per il dolore… quella pazza mi ha quasi ammazzato… — biascicò lui con le labbra tumefatte.
Lei non si spostò per farlo entrare.
— Ti sei distrutto da solo, Raffaele — disse fredda. — Hai rovinato la vita a Costanza lasciandola con un figlio. Poi hai calpestato quella di Ilaria. Le colpe si pagano. Guardati allo specchio.
— Ma domani ho l’incontro con i giapponesi! È il contratto dell’anno! Devo sistemarmi!
— Non incontrerai proprio nessuno. Con quella faccia nemmeno la sicurezza ti farà passare. E quando i tuoi superiori scopriranno che ti sei ridotto così per una storia di tradimenti… temo che la tua carriera sia finita oggi.
— Non ho un posto dove andare!
— Allora trova un convento e chiedi perdono. Almeno non farai più danni.
Chiuse la porta con calma, senza sbattere.
Raffaele rimase nel buio del vano scale. Il dolore gli pulsava nel volto al ritmo del cuore. Non riusciva a concepire che fosse reale: lui, brillante e sicuro di sé, respinto da tutti quelli che aveva sempre considerato strumenti a propria disposizione. Il giorno seguente lo attendevano umiliazione o licenziamento. L’amante lo aveva scartato come un oggetto difettoso. La moglie, che credeva inerme, gli aveva spezzato il naso. Sua madre gli aveva voltato le spalle.
Il castello costruito su bugie e convenienze era crollato per un colpo di porta.
Ilaria, seduta in cucina, assaporava il tè e una fetta di torta. I raggi del sole danzavano sul bianco candido del gesso della sua nuova scultura. Sulla superficie chiara prendeva forma un fiore di felce, simbolo di rinascita e di quei miracoli che accadono quando si smette di subire e si comincia, finalmente, a credere in se stessi.
