— Giulia, trasferiscimi trentacinquemila euro sulla carta. Domani scade la rata in banca — disse Alessandro De Santis senza staccare gli occhi dal portatile, dove stava combattendo l’ennesima battaglia virtuale tra carri armati.
Giulia Romano rimase immobile con il ferro da stiro sospeso a mezz’aria. Il vapore usciva sibilando dai fori, avvolgendo l’asse in una nube calda e lattiginosa. Con un gesto lento e controllato appoggiò il ferro sul supporto e fissò la schiena larga del marito, tesa sotto una maglietta domestica ormai scolorita. Quel rituale mensile — “mandami i soldi” — andava avanti da quattro anni. Eppure, in quel martedì piovoso di novembre, qualcosa dentro di lei si incrinò definitivamente.
— Alessandro — iniziò piano, cercando di tenere ferma la voce — davvero non ti è rimasto neanche un euro? La settimana scorsa ho speso diecimila euro per la spesa e ho pagato tutte le bollette. Dell’anticipo non è rimasto quasi nulla, devo arrivare allo stipendio.
Lui sbuffò infastidito, si tolse le cuffie e fece ruotare la sedia verso di lei. Sul volto aveva un’espressione offesa, infantile, come se qualcuno gli avesse negato un capriccio.
— Giulia, ne abbiamo già parlato. È un periodo morto al lavoro, non entrano ordini. Vivo di provvigioni, lo sai. La banca però non aspetta. A mia madre è già arrivato l’SMS di sollecito. Non vorrai mica che la tempestino di chiamate? Con la pressione alta che ha…

— Ah, quindi Paola Basile ha la pressione alta e io tengo una tipografia sul comodino? — ribatté Giulia, staccando con decisione la spina del ferro. — Alessandro, sono quattro anni che pago questo mutuo. Quattro anni in cui il settanta per cento del mio stipendio finisce per un appartamento dove, legalmente, io non esisto.
— E ricominci! — alzò gli occhi al cielo lui. — Per quanto ancora dobbiamo masticare questa storia? L’abbiamo intestato a mamma perché, da pensionata e lavoratrice onorata, ha avuto un tasso agevolato. Abbiamo risparmiato un sacco di soldi! È per la nostra famiglia!
— Quale famiglia, Alessandro? — Giulia si avvicinò alla finestra, oltre la quale la pioggia autunnale batteva con insistenza. — Sulla carta, questa famiglia in quella casa non c’è. C’è una proprietaria: Paola Basile. E poi ci siamo noi, che viviamo lì e paghiamo il suo immobile. Anzi, non “noi”: io. Perché la tua “stagione morta” dura dodici mesi l’anno.
— Mi rinfacci i soldi adesso? — la sua voce si fece stridula. — Sei diventata così materialista? Anch’io contribuisco! Ho fatto io i lavori in casa! Ho messo la carta da parati!
— La carta da parati comprata con il mio premio aziendale. Alessandro, sono stanca. Oggi il dentista mi ha detto che serve una corona. Costa. E io non ho da parte nulla, perché domani c’è la rata. Porto lo stesso cappotto invernale da cinque anni. E tua madre, la settimana scorsa, si vantava della pelliccia nuova, perché può permettersi di accantonare la pensione: tanto i figli le pagano la casa.
— Non azzardarti a fare i conti in tasca a mia madre! — scattò in piedi lui. — È meschino! Ci ha accolti nel suo appartamento e tu…
— Accolti? In un appartamento che pago io? Che generosità straordinaria!
— Basta. Niente scenate. Fai il bonifico. Non voglio fare una figuraccia con mia madre se la banca la chiama. E già che ci sei, scalda la cena: ho fame.
Si rimise le cuffie con un gesto che chiudeva ogni discussione. Per lui l’argomento era archiviato. Giulia osservò la sua nuca e avvertì un vuoto gelido espandersi nel petto. Amore, pazienza, speranza: tutto evaporato in un istante, sostituito da una lucidità fredda, quasi chirurgica.
Senza dire una parola uscì dalla stanza, prese il telefono e aprì l’app della banca. Sul conto c’erano quarantamila euro. Esattamente la cifra necessaria per coprire la rata, con un margine minimo per fare la spesa. Il dito rimase sospeso sopra il tasto “invia”.
Poi le tornò in mente la conversazione del giorno prima, ascoltata per caso. Paola Basile era passata a trovarli; stava bevendo tè in cucina mentre Giulia era scesa un attimo al supermercato. Rientrata prima del previsto, aveva aperto la porta con discrezione e sentito la voce della suocera al telefono. Parlava con la figlia maggiore, Francesca Grassi.
«Sì, Francesca, procede tutto secondo i piani. Le rate dell’appartamento vengono pagate puntualmente. Ha fatto un ottimo lavoro di ristrutturazione.»
