— Famiglia? — Serena Martini batté le mani con un colpo secco, come se avesse appena sentito un’assurdità. — E voi vi chiamereste famiglia? In una famiglia ci si aiuta, ci si stringe, si divide perfino l’ultima camicia se serve! Tu invece pensi solo a te stessa. L’ho sempre detto che non eri la donna giusta per mio figlio. Sei meschina, tirchia, una povera egoista.
— Benissimo — disse Giulia Amato, alzandosi con una calma che le costò uno sforzo enorme. — Se la mia presenza rovina tanto la serata, allora vi lascio in pace. Mangiate pure le patate, sono venute morbide. Anche le sardine non sono male. Buon anno in anticipo.
Uscì dal soggiorno senza aggiungere altro, raggiunse la camera da letto e girò la chiave nella serratura. Il cuore le martellava nel petto. Si sedette sul bordo del letto, aprì il cassetto del comodino e, con le dita ancora tremanti, tirò fuori la tavoletta di cioccolato nascosta e la piccola bottiglia di spumante che aveva comprato con i pochi soldi messi da parte per sé.
Dall’altra stanza, intanto, scoppiò il finimondo. La voce acuta e indignata di Serena arrivava attraverso la porta, sempre più alta, sempre più tagliente: pretendeva di andarsene subito, di trovare rifugio da qualcun altro per quella sera, perché in quella casa non sarebbe rimasta un minuto di più.
— Mamma, aspetta… — la voce di Lorenzo Sala giunse ovattata dal soggiorno, stanca, quasi supplichevole. — Dove vuoi andare alle dieci di sera? Calmati un attimo, per favore…
— Io questa umiliazione non la mando giù! — strillò Serena. — Sei un uomo o una bambola di pezza? Ha offeso te e ha offeso me! E poi, pensa un po’, le dispiace per quella lavatrice! Bene, gliela farò vedere io: domani la riprendo. Che se li lavi a mano, i suoi stracci!
La porta d’ingresso sbatté con violenza. Subito dopo, nell’appartamento calò un silenzio improvviso, quasi irreale.
Giulia lasciò uscire il fiato che non si era accorta di trattenere e stappò con cautela lo spumante. Il tappo non fece alcun botto festoso: le cadde nel palmo con un suono piccolo, smorzato. Versò le bollicine in una semplice tazza, sistemò accanto qualche quadratino di cioccolato e tornò a sedersi sul letto. Per la prima volta in tutta la serata si concesse di mangiare piano, di bere senza fretta, come se quel piccolo rituale fosse un lusso.
Passarono forse dieci minuti prima che qualcuno bussasse piano alla porta della camera.
— Giulia… — La voce di Lorenzo era roca, consumata. — Apri, per favore. Se ne sono andate.
Lei rimase in silenzio.
— Giù, dai. Ho capito. Sono stato un idiota. Aprimi, ti prego… ho fame.
Giulia si alzò, raggiunse la porta e girò la chiave. Lorenzo era lì, sulla soglia, con le spalle curve e lo sguardo spento. Non lo vedeva spesso in quello stato.
— Tua madre se n’è andata davvero? — chiese lei a bassa voce.
— In taxi. Ha urlato fino all’ascensore. Ha detto che domani manda qualcuno a prendere la lavatrice.
Giulia sospirò.
— Non serve. Che se la tenga pure. Non era la lavatrice il punto, Lorenzo.
— Lo so. — Lui entrò nella stanza e si sedette sul bordo del letto. — Il punto ero io. Il fatto che lascio sempre tutto sulle tue spalle. Che in qualche modo tu trovi i soldi, trovi una soluzione, sistemi ogni cosa. Io non ho pensato. Davvero, mi dispiace.
— La prossima volta pensaci prima — disse Giulia, sedendosi accanto a lui. — Sempre che ci sia una prossima volta. Sono stanca di essere quella che deve inventarsi come sopravvivere. Ogni tanto mi piacerebbe sentirmi protetta anch’io.
— Perdonami. — Lorenzo le strinse la mano. Poi, con un’espressione quasi infantile, aggiunse: — Dimmi una cosa… ci sono davvero solo patate?
Giulia, suo malgrado, sorrise.
— Sì. Però se scavi bene nel congelatore dovresti trovare un pacco di ravioli ripieni. Li tenevo per le emergenze.
Gli occhi di Lorenzo si illuminarono.
— Ravioli? Sul serio? Sei un angelo. Mettiamoli a cuocere, perché da stamattina ho mangiato solo grano saraceno.
In cucina, la tavola apparecchiata con cura, i bicchieri lucidi e quella cena poverissima creavano un contrasto quasi comico, come un’installazione contemporanea finita per sbaglio in un appartamento qualunque. Lorenzo prese le patate lesse e le raccolse tutte in un piatto.
— Domani le ripassiamo in padella con burro e cipolla — annunciò, con una sicurezza improvvisa. — Vedrai che anche da questo viene fuori un banchetto.
Mentre l’acqua cominciava a scaldarsi, lui le si avvicinò alle spalle e la abbracciò.
— Te lo prometto — le sussurrò tra i capelli — dal prossimo stipendio ricominciamo a mettere via qualcosa. E non do più un centesimo a nessuno senza parlarne con te. La spesa, poi, me ne occupo io. Dico sul serio.
— Vedremo — rispose Giulia. Ma nella sua voce la durezza di prima si era ormai sciolta.
Accolsero l’anno nuovo al suono delle campane, seduti alla tavola preparata con tanta cura, mangiando ravioli con la panna acida. Il pesce in scatola rimase intatto: decisero di conservarlo per Natale. Lorenzo trovò una bottiglia di vodka nel mobile bar, mentre Giulia finì il suo spumante.
Fu un Capodanno strano, silenzioso, senza splendori. E forse, proprio per questo, il più sincero che avessero mai vissuto.
Alla fine Serena non mandò mai nessuno a riprendersi la lavatrice. In compenso, per settimane non telefonò. Si era offesa. Per Giulia, quelle due settimane di silenzio valsero più di qualunque regalo: finalmente poté respirare.
Un mese dopo, Lorenzo tornò a casa con una borsa della spesa piena fino all’orlo. Sul tavolo comparvero del buon pesce, formaggi, frutta.
— Questa è roba per noi — disse. — A mia madre ho comprato una torta. Piccola. Sono passato da lei e le ho fatto gli auguri in ritardo.
Giulia sorrise. A quanto pareva, la lezione delle patate era arrivata a destinazione. Forse era stata dolorosa, forse rumorosa, ma a volte un piatto vuoto sa spiegare le cose meglio di mille discorsi.
