“Li ho presi. Servivano a mia madre” — Lorenzo confessa con sguardo colpevole mentre Giulia resta senza fiato per i risparmi spariti

Quel vuoto spietato è dolorosamente inaccettabile
Storie

E invece di attenuarsi, quel gelo interiore si fece più compatto, più pesante. Quante volte aveva già sentito quella frase buttata lì con noncuranza? “Giulia, mamma ha chiesto delle piantine per il giardino, trova tu il modo di tirar fuori i soldi.” Oppure: “Giulia, ho graffiato la macchina, bisogna farla sistemare subito, vedi un po’ dove possiamo tagliare.” E lei, Giulia Amato, aveva sempre trovato una soluzione. Stringeva la cinghia, rifaceva i conti da capo, rinunciava a qualche piccola consolazione: un rossetto nuovo, un paio di calze in più, qualunque cosa che non rientrasse nella categoria del “davvero indispensabile”.

Ma quel giorno la misura era colma.

La sera, Lorenzo Sala si comportò come se non fosse accaduto assolutamente nulla. Se ne stava sprofondato sul divano, rideva davanti a un programma leggero, passava da un canale all’altro e si stiracchiava soddisfatto. Per lui la questione era già chiusa. Sua moglie avrebbe brontolato un po’, poi le sarebbe passata. Del resto Giulia trovava sempre qualche rimedio miracoloso: un colpo di mestolo nell’aria, ed ecco che il frigorifero tornava pieno.

Il giorno seguente, il trenta dicembre, Giulia andò al lavoro. In ufficio regnava quella confusione allegra che precede le feste. I colleghi parlavano dei negozi in cui sarebbero andati a fare la spesa, si scambiavano ricette, discutevano animatamente su come preparare l’insalata russa o la gelatina di carne.

— Tu, Giulia, l’oca la fai con le mele o ci metti l’arancia? — domandò Federica Catalano della contabilità, mescolando il tè nella tazza.

— Con l’aria — rispose Giulia, asciutta. Subito dopo si impose un sorriso. — Quest’anno sperimentiamo. Minimalismo puro.

Finito il lavoro, non prese la strada del grande supermercato, come aveva programmato per settimane. Si fermò invece nel negozietto sotto casa. Dallo scaffale prese il sale più economico, una pagnotta di pane nero e una scatoletta di spratti. Rimase un istante immobile a pensarci, poi aggiunse anche tre patate. Alla cassa tirò fuori le monete dalle tasche e contò la somma quasi con vergogna.

Quando rientrò, Lorenzo la accolse già con una domanda pronta.

— Allora, sei riuscita a fare la spesa? Ah, e senti questa: ho parlato con mamma. Ha detto che domani viene da noi. Vuole salutare il nuovo anno insieme a noi e, be’, inaugurare la lavatrice nuova.

Giulia si fermò nell’ingresso senza nemmeno togliersi gli stivali.

— Tua madre viene? — chiese piano.

— Certo. Perché no? Non può mica starsene da sola. Arriverà verso le nove, così aspettiamo tutti insieme la mezzanotte. Non preoccuparti, non è una che fa la difficile. A lei conta davvero il pensiero.

— Splendido — annuì Giulia. — Davvero splendido.

Dentro di lei qualcosa scattò, definitivo. L’ultimo tassello era andato al suo posto. Dunque sarebbe arrivata Serena Martini. Proprio Serena, che il giorno prima aveva ricevuto da loro una lavatrice nuova di zecca, pagata trentamila fiorini dalla cassa comune. E, naturalmente, si sarebbe aspettata una tavola apparecchiata. Perché Giulia, come sempre, “si sarebbe inventata qualcosa”.

Giulia si tolse il cappotto, entrò in cucina e cominciò a lavorare. Mise a bollire le tre patate con la buccia. Tirò fuori i cetriolini sottaceto preparati in estate: almeno quelli erano suoi e non erano costati nulla. Tagliò il pane nero in fette sottili, precise, tutte uguali.

Poi prese la tovaglia più bella, quella delle grandi occasioni. Era bianca come neve, con piccoli fiocchi ricamati in filo dorato, e la usava solo quando voleva che la casa sembrasse davvero in festa. Sul tavolo sistemò anche il servizio migliore: piatti col bordo d’oro, bicchieri di cristallo scintillanti, posate d’argento ereditate dalla nonna.

Al centro mise un grande piatto da portata. Sopra, solitarie, stavano le tre patate lesse. Accanto, in una ciotola di cristallo, tre rondelle di cetriolino si stringevano l’una all’altra. Su un piattino dispose le fette di pane; vicino, la scatoletta di spratti ancora chiusa. L’apriscatole fu appoggiato con grande cura proprio accanto.

— Ecco qua — mormorò Giulia, osservando il risultato. — Esattamente come avete chiesto.

Il trentuno dicembre Lorenzo si svegliò tardi. Si stiracchiò con piacere, già assaporando la giornata.

— Giulietta! — chiamò dalla stanza. — C’è la colazione?

— In frigorifero — rispose lei dal bagno.

Lorenzo trovò una pentola con il grano saraceno avanzato dal giorno prima.

— Oggi siamo sul modesto, eh? — borbottò, ma mangiò comunque. — Hai già iniziato a cucinare? C’è un odore… strano.

— Ho già preparato tutto — disse Giulia, uscendo in vestaglia, con un asciugamano avvolto intorno ai capelli. — La tavola è apparecchiata. Non entrare in sala: è una sorpresa. Lascia che fino a stasera si completi l’effetto.

Lorenzo si strofinò le mani, compiaciuto.

— Una sorpresa! Magnifico. Tu vali oro, lo sai? Ero sicuro che avresti risolto.

Per il resto della giornata, Giulia pensò soltanto a sé stessa. Si fece una maschera al viso, mise lo smalto con attenzione, asciugò e sistemò i capelli ciocca per ciocca. Poi indossò il vestito più elegante che aveva: un abito da sera in velluto blu scuro. Lorenzo camminava per casa impettito e la guardava con approvazione.

— Sei bellissima — ripeteva. — Mamma resterà senza parole.

Poi, come se gli fosse venuto in mente un altro dettaglio, fece per aggiungere qualcosa.

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Amore o Soldi