“Da noi.” esclamò Paola al telefono, rivendicando la casa di campagna mentre la cognata, vedova, sentiva quelle parole come una ferita

È crudele chiamare proprietà quello che è privato.
Storie

«Perché quella non è più casa nostra. L’ho venduta.»

Dall’altra parte calò un silenzio compatto, quasi materiale. Ebbi la sensazione di percepire il cigolio dei pensieri nella testa di Paola mentre cercava di dare un senso a ciò che avevo appena detto. In sottofondo il cane continuava ad abbaiare, cupo e minaccioso.

«Cosa…?» sussurrò infine. «Venduta? A chi? E noi che facciamo?»

«Voi, Paola, siete davanti al cancello di una proprietà che non vi appartiene. E vi conviene andarvene prima che Stefano Amato decida di aprire il recinto. Non è un uomo paziente, e non apprezza le scenate.»

«Tu… tu non potevi farlo!» ansimò. «Siamo con i bambini! Abbiamo il bagagliaio pieno di spesa! Dove dovremmo andare il trenta dicembre? Silvia, ma ti rendi conto? Siamo famiglia!»

«Famiglia», ripetei lentamente. «Quella che non ha nemmeno pensato di chiedere se poteva venire.»

«Chiedere? Ma se è sempre stata la casa di Davide! Era di tutti! Ci hai rubato il Capodanno! Chiamalo subito, digli che siamo parenti. Che ci lasci almeno dormire!»

In quell’istante capii che bastava un cedimento, una sola incrinatura. Se avessi implorato il nuovo proprietario – come se ne avessi il diritto – o se avessi offerto loro il mio appartamento a Torino, tutto sarebbe tornato come prima. Io di nuovo accomodante, disponibile, prevedibile.

Poi accadde ciò che, in fondo, mi aspettavo.

Un colpo sordo rimbombò nella cornetta: qualcuno stava martellando contro il cancello di ferro. Subito dopo un ringhio profondo, così vicino al microfono da farmi rabbrividire. E la voce di Stefano Amato, piatta, controllata:

«Conto fino a tre. Poi apro. Uno…»

L’alternativa gratuita si è chiusa.

«Due…» proseguì con la stessa intonazione neutra di un controllore sul treno.

«Luca! In macchina, subito!» gridò Paola.

Sentii gli sportelli del SUV sbattere con forza, il pianto soffocato di un bambino, e la voce di Luca Fabbri che borbottava qualcosa di poco elegante dall’abitacolo.

Il cane abbaiò ancora, un suono grave e pieno, l’abbaio di chi conosce perfettamente i confini del proprio territorio.

«Silvia, questa non finisce qui!» La voce di mia cognata tremava adesso, ma non più per arroganza: c’erano paura e rabbia. «Ci hai lasciati al gelo! Congeleremo!»

Mi allontanai dalla finestra e mi lasciai cadere nella mia poltrona preferita. Le gambe mi pesavano come dopo una corsa lunga chilometri. «Avete il climatizzatore in auto, Paola. E Torino è a un’ora da lì. Non trasformare tutto in una tragedia.»

«Non torniamo a Torino! Ormai l’atmosfera è rovinata! Dove li mettiamo tre casse di roba pronta?»

Fu quasi surreale. Seduta in macchina davanti a un cancello che non le apparteneva, continuava a preoccuparsi dell’insalata russa e degli arrosti.

«Ascoltami bene», la interruppi. «Al quarantacinquesimo chilometro, poco prima dello svincolo, c’è l’hotel “Il Nido”. Ti mando subito la posizione. Hanno anche sauna e area barbecue.»

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Amore o Soldi