“Ho trasferito l’appartamento a nome di mia madre e ho consegnato i soldi a mia sorella!” scoppiò a ridere Riccardo Neri mentre avviava le pratiche per il divorzio

Una scelta codarda e ingiusta spezza la fiducia.
Storie

— Ma per me lo è — concluse Elisa, richiudendo il libro con un gesto calmo che suonò come una sentenza.

Dopo quella risposta non aggiunse altro. Riccardo ribolliva di irritazione, eppure non riusciva a trovare un appiglio per litigare: ogni tentativo di discussione si infrangeva contro la sua imperturbabilità. Lei non alzava la voce, non provocava, semplicemente si sottraeva a qualsiasi confronto sterile.

Mentre lui cercava di convincersi che fosse solo una fase passeggera, Elisa si muoveva con metodo. Fissò un appuntamento con un avvocato specializzato in diritto di famiglia e, nei giorni successivi, mise insieme ogni documento utile: estratti conto bancari, atto di proprietà dell’appartamento, contratto di compravendita, ricevute, bonifici, perfino vecchie fatture conservate in una cartellina.

Il legale esaminò tutto con attenzione, sfogliando le carte una per una.

— La situazione è delicata, ma non senza soluzione — disse infine. — L’immobile è stato acquistato quando eravate già sposati, corretto?

— Sì — rispose Elisa.

— Allora rientra tra i beni comuni. Senza il consenso dell’altro coniuge non può essere trasferito a terzi. Se la firma che compare sull’atto di donazione è stata falsificata, abbiamo gli estremi per chiederne l’annullamento.

Elisa inspirò lentamente.

— E il denaro prelevato dal conto?

— Anche quello è patrimonio condiviso. Pure se il conto era cointestato, le somme potevano essere utilizzate esclusivamente per le necessità familiari. Se suo marito ha destinato quei soldi alla sorella, si configura un uso indebito delle risorse comuni. Potete richiedere la restituzione della quota che le spetta.

Le parole dell’avvocato misero ordine nel caos. Per la prima volta da settimane, Elisa intravide una direzione precisa.

— Qual è il passo successivo?

— Presentare una domanda riconvenzionale: chiedere la nullità della donazione, la divisione dei beni e il risarcimento per le somme sottratte. Inoltre, solleciteremo una perizia grafologica. Ci vorrà pazienza, ma le probabilità sono dalla sua parte.

— Quanto tempo?

— Tre o quattro mesi, forse sei. Dipende dal carico del tribunale.

Elisa annuì.

— Procediamo.

Firmò gli atti preparati dal legale e pagò le spese attingendo al proprio conto personale, quello su cui stava accantonando denaro per gli studi di Luca Longo e per ristrutturare casa. In quel momento, però, non era una spesa: era un investimento nel futuro suo e di suo figlio.

La prima udienza fu fissata per l’inizio di dicembre. Si trattava di un incontro preliminare: il giudice avrebbe preso visione degli atti e ascoltato le parti.

Riccardo Neri si presentò senza avvocato. Era convinto che la questione si sarebbe risolta in fretta: divorzio formale, appartamento intestato alla madre, denaro rimasto a Federica Lupi. Elisa, secondo i suoi piani, sarebbe uscita dalla storia a mani vuote.

Bastarono pochi minuti perché capisse di essersi sbagliato.

— Signor Neri — esordì il giudice — conferma che l’immobile è stato donato a sua madre?

— Sì. Ho predisposto io l’atto.

— È agli atti un consenso notarile della coniuge. Può confermarne l’autenticità?

— Certamente.

Il giudice osservò il documento, poi sollevò lo sguardo.

— La signora Costa contesta la firma. Disporremo una perizia grafologica per verificarne la genuinità.

Riccardo impallidì.

— Ma la firma è lì, nero su bianco.

— Proprio perché è contestata, sarà un esperto a stabilire se sia autentica.

L’avvocato di Elisa intervenne.

— Inoltre, desidero sottolineare che l’immobile è stato acquistato durante il matrimonio e costituisce bene comune. Anche ammesso che il consenso fosse valido, la donazione gratuita a un terzo, senza compensazione per l’altro coniuge, lede i suoi diritti patrimoniali e può essere dichiarata nulla.

Il giudice fece un cenno di assenso.

— Prendo nota. Signor Neri, ci spieghi anche la destinazione delle somme prelevate dal conto cointestato.

Riccardo si agitò sulla sedia.

— Ho ritirato io il denaro.

— Per quale motivo?

— L’ho dato a mia sorella. Doveva ampliare la sua attività.

— Dunque ha impiegato risparmi familiari, senza consenso di sua moglie, a beneficio di un soggetto terzo?

— Erano anche soldi miei!

— Anche della signora Costa — ribatté con calma il giudice. — A quanto ammonta l’importo?

L’avvocato indicò la cifra esatta. Riccardo, a denti stretti, confermò.

— La mia assistita chiede la restituzione del cinquanta per cento — aggiunse il legale — trattandosi di somme sottratte senza autorizzazione e non destinate ai bisogni della famiglia.

Il giudice dispose la convocazione di Federica Lupi per chiarimenti e incaricò un perito di esaminare la firma. L’udienza di merito venne fissata per gennaio.

All’uscita dal tribunale, Riccardo telefonò immediatamente alla madre, Lucrezia Serra.

— Mamma, ci sono complicazioni. Vogliono annullare la donazione.

— Come sarebbe? — si allarmò lei. — Mi avevi detto che era tutto sistemato!

— Elisa contesta la firma. Hanno ordinato una perizia.

— E i soldi?

— Potrei doverne restituire metà. Sostengono che non potevo usarli senza il suo consenso.

Dall’altra parte della linea calò il silenzio.

— Sei certo di aver fatto tutto correttamente? — domandò infine Lucrezia. — Non è che il notaio abbia commesso un errore?

— Ormai è inutile pensarci — sbottò Riccardo. — Bisogna trovare una soluzione.

La madre gli suggerì di parlare con Federica: forse avrebbe potuto restituire almeno una parte della somma.

Riccardo la chiamò subito, spiegando la situazione e chiedendole di ridargli almeno il cinquanta per cento.

— Sei impazzito? — reagì lei. — Ho già investito tutto: affitto del locale, macchinari, personale. Di quali soldi parli?

— Se non li restituisci, dovrò pagarli io!

— Non è un mio problema — rispose Federica con freddezza. — Sei stato tu a offrirmeli, dicendo che erano i tuoi risparmi. Se adesso scopri che erano anche di tua moglie, la responsabilità è tua.

E riattaccò.

Riccardo rimase solo con l’angoscia crescente. Un mese dopo arrivò l’esito della perizia: la firma non apparteneva a Elisa. L’esperto concluse che era stata tracciata da un’altra mano, con ogni probabilità dallo stesso Riccardo, che aveva tentato di imitarne la grafia.

A gennaio, durante l’udienza decisiva, il giudice rese noto il risultato.

— L’atto di donazione è nullo — dichiarò. — Il consenso della coniuge è risultato falsificato. L’immobile torna a far parte della comunione tra i coniugi.

Riccardo serrò i pugni, livido.

— Inoltre — proseguì il giudice — il signor Neri dovrà restituire alla signora Costa la metà delle somme prelevate dal conto comune e utilizzate per finalità estranee ai bisogni familiari. Il termine per il pagamento è di tre mesi.

— Non dispongo di quella cifra! — protestò lui.

— Questo non incide sull’obbligo — replicò il giudice con tono fermo. — In difetto, la signora Costa potrà procedere con l’esecuzione forzata.

Subito dopo, il tribunale passò ad affrontare formalmente la questione dello scioglimento del matrimonio e della divisione dei beni, aprendo il capitolo più delicato dell’intera vicenda.

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