Lui allargò il sorriso, inclinando appena la testa.
— Ma dai, Chiara. Tutti stanno facendo il bagno. O hai paura che la piscina non regga?
Una risatina serpeggiò tra i lettini. Due, forse tre persone. Gli altri si affrettarono a fissare altrove, come se il vento avesse portato via le parole.
Non gli concessi neppure uno sguardo. Mi voltai verso Aurora e ripresi il discorso da dove l’avevamo interrotto. Dentro di me pensai: passerà. Come sempre. Una battuta velenosa, il mio silenzio, la serata che scivola via, noi che torniamo a casa.
Ma Davide non si mosse.
Restò alle mie spalle. Ne sentivo l’ombra sulla pelle, la presenza ostinata.
Poi alzò la voce, abbastanza forte perché tutti potessero sentire.
— Muoviti, balena! Buttati!
E mi spinse.
Due mani tra le scapole. Decise. Io ero in piedi sul bordo, mi ero appena alzata dal lettino per allontanarmi da lui.
L’impatto fu improvviso: l’acqua mi colpì come una parete fredda. Cloro nelle narici, nelle orecchie. La tunica si inzuppò in un istante, trascinandomi verso il fondo. Riemersi tossendo, mi aggrappai al bordo. Un ronzio sordo mi riempiva la testa.
Sopra di me, Davide rideva. Braccia spalancate, aria teatrale.
— Ma dai, stavo scherzando!
Diciotto persone a guardare. Alcuni divertiti. Altri immobili. Paolo Piras correva dalla zona della griglia. Elisa Moretti era pallida come un muro appena imbiancato.
Uscii dall’acqua senza chiedere aiuto. La stoffa bagnata mi aderiva addosso, i capelli mi cadevano sugli occhi. Nella tasca della tunica il telefono era morto. Ottocento euro trasformati in un peso inutile e gocciolante.
Presi un asciugamano da un lettino vicino. Mi asciugai il viso con calma. Le mani non tremavano. Me ne accorsi con sorpresa.
— Davide — dissi, guardandolo negli occhi. La voce era stabile. — Mi hai appena spinta in piscina senza il mio consenso. Il mio telefono è distrutto. Costa ottocento euro. Mi aspetto un bonifico entro domani.
Il sorriso gli si incrinò per una frazione di secondo, poi tornò a distendersi.
— Chiara, non esagerare. Era uno scherzo. Comprane un altro.
— Entro domani — ripetei. — Altrimenti farò denuncia. Non è una battuta. È aggressione.
Silenzio. Perfino la musica sembrò abbassarsi.
Paolo era accanto a me, anche lui fradicio: si era tuffato per aiutarmi, ma ero già riuscita a uscire.
— Andiamo — disse soltanto. E per la prima volta in sette anni non aggiunse che “non voleva farlo”.
In macchina sedevo sopra un asciugamano. Dal sedile colava acqua. Ero bagnata, furiosa, ma stranamente lucida. Non una rabbia rovente. Una rabbia fredda, compatta, come l’aria tagliente di gennaio.
Il bonifico non arrivò. Né il giorno dopo, né tre giorni più tardi, né la settimana seguente. In compenso Davide scrisse a Paolo: “Dille di smetterla con queste scenate. È uno scherzo. E dovrebbe ringraziarmi se la sopporto alle nostre serate”.
Paolo mi mostrò il messaggio in silenzio. Lessi. E qualcosa dentro di me si assestò definitivamente. Non si ruppe. Si posizionò. Come una leva che finalmente scatta nella direzione giusta.
Una settimana più tardi organizzavamo una cena a casa nostra. Metà conviviale, metà professionale. Io avevo invitato due potenziali affiliati interessati alla mia franchigia. Paolo alcuni colleghi. Davide si auto-invitò: telefonò a Paolo. “Ho saputo della rimpatriata. Veniamo io ed Elisa.” Paolo mi chiese un parere. Risposi: certo, che venga.
Eravamo in dodici attorno al tavolo lungo del soggiorno. Proprio quello. Avevo cucinato per due giorni interi. Non per impressionare Davide, ma perché tra gli ospiti c’erano Salvatore Palmieri e Federica Longo, proprietari di una catena di caffetterie a Bari, interessati seriamente al mio progetto. Quella cena contava. Davvero.
Davide arrivò con la sua solita camicia impeccabile e una bottiglia da venticinque euro. Abbracciò Paolo, mi salutò con un cenno. Per la prima ora fu quasi irreprensibile: racconti sulla vacanza in Turchia, complimenti ai piatti, battute leggere. Per un attimo pensai che forse la piscina gli avesse insegnato qualcosa.
Mi sbagliavo.
Al momento del dessert — tartellette con crema ai frutti di bosco, fatte a mano — si lasciò andare contro lo schienale, calice di vino rosso tra le dita, sguardo lucido.
— Comunque Chiara non è solo bravissima ai fornelli — disse rivolto a Salvatore Palmieri — è anche un’ottima forchetta. Paolo, digli tu quanto riesce a mangiare in una sera.
Salvatore sollevò un sopracciglio. Federica Longo posò lentamente la forchetta sul piattino.
Io ero all’altro capo del tavolo. Davanti a me una tartelletta perfetta, la crema che avevo preparato quella mattina dopo quattro ore in cucina. Due giorni di lavoro. I miei possibili partner. La mia casa. Il mio tavolo. Il mio impegno.
E di nuovo lui.
Dentro di me calò un silenzio assoluto. Non rabbia. Non umiliazione. Solo una quiete nitida, quella che precede una decisione irrevocabile.
Mi alzai con calma. Presi il telefono nuovo — comprato con i miei ottocento euro, visto che Davide non aveva pagato nulla.
— Marta, — dissi.
