Provai a richiamarla ancora, ma il telefono risultava spento. Nessun segnale. Solo silenzio.
Le lasciai un messaggio in segreteria; la mia voce tradiva il panico: «Giulia Fabbri, sono la mamma. Ti prego, richiamami. Ho bisogno di sapere che stai bene, che sei al sicuro». Poi iniziarono giorni interminabili. Nessuna notizia. Nessuna chiamata. Nessuno che sapesse dove fosse finita.
Contattai l’ufficio dove lavorava, le sue amiche più strette, perfino la compagna con cui divideva l’appartamento ai tempi dell’università. Tutti cadevano dalle nuvole. Nessuno l’aveva vista o sentita. Era come se si fosse dissolta nel nulla.
Intanto Luca Pellegrini continuava a chiedermi quando sarebbe tornata la sua mamma. Ogni volta sentivo un nodo serrarmi la gola. Come potevo rassicurarlo, se io stessa brancolavo nel buio? Non avevo risposte, solo paure.
Poi, una mattina, il telefono squillò all’improvviso. Sul display comparve il suo nome. Il cuore mi balzò in petto. Rimasi un istante senza respirare, poi risposi di scatto. Quando il suo volto apparve sullo schermo, un’ondata di sollievo mi attraversò… ma durò pochissimo.
Giulia era pallida, gli occhi cerchiati, il viso tirato dalla stanchezza. Tentò un sorriso, ma era spento, privo di calore.
«Giulia, dove sei? Che cosa sta succedendo? Dimmi almeno se stai bene», le chiesi, incapace di nascondere l’angoscia.
«Sto bene, mamma», sussurrò. La sua voce era calma, ma lo sguardo raccontava un’altra storia. «Non posso dirti dove mi trovo. Però sono al sicuro. Devi fidarti di me.»
Scossi la testa. «No, non è da te. Mi stai nascondendo qualcosa. Perché non puoi parlarmi apertamente?»
Abbassò gli occhi, come se desiderasse trovare parole diverse. «Non posso spiegarti tutto adesso. Dovevo andarmene. Era necessario.» Fece una pausa, poi aggiunse, con un filo di voce: «Lo sto facendo per Luca Pellegrini.»
