Non riuscivo a tranquillizzarmi. C’era qualcosa di stonato in tutta quella situazione. Gli occhi di Giulia Fabbri, di solito così luminosi e pieni di energia, quel giorno apparivano spenti, come velati da un pensiero che non voleva condividere. Quando mi abbracciò per salutarmi, lo fece in fretta, stringendomi appena un istante di troppo, quasi aggrappandosi a me. Ebbi la netta sensazione che sapesse di lasciarmi per molto più tempo di quanto avesse ammesso.
«Promettimi che mi chiamerai se succede qualsiasi cosa», le dissi trattenendo a fatica l’ansia. La mia voce tradiva tutta la preoccupazione che cercavo di nascondere.
«Te lo prometto», mormorò piano.
Un attimo dopo era già fuori dalla porta.
Il silenzio che rimase in casa mi parve assordante. L’aria sembrava pesante, immobile. Per fortuna c’era Luca Pellegrini: con la sua allegria inconsapevole riuscì, almeno in parte, a distrarmi. Giocammo, ridemmo, cercai di concentrarmi su di lui. Eppure, sotto quella normalità forzata, un pensiero oscuro continuava a scavare dentro di me.
Più tardi aprii la valigia di Luca per sistemare le sue cose nell’armadio. Bastò uno sguardo per farmi gelare il sangue. Non era un bagaglio preparato per un paio di settimane. C’erano vestiti per diverse stagioni, felpe pesanti e magliette leggere, il suo pigiama preferito, quasi tutti i suoi giocattoli, perfino le medicine.
Richiusi lentamente la valigia, ma qualcosa attirò la mia attenzione: una busta bianca, infilata di lato. La presi con mani tremanti e la aprii. Dentro c’era una somma di denaro considerevole, molto più di quanto Giulia avesse mai portato con sé.
Un brivido mi attraversò la schiena. Che cosa stava succedendo? Perché lasciarmi quei soldi? Dove stava andando davvero? E soprattutto, perché non aveva avuto il coraggio di dirmi la verità?
Senza perdere altro tempo, presi il telefono e la chiamai. Ma il suo numero risultava irraggiungibile.
