— Dai… — insistette Sergio con un sorrisetto che già prometteva qualcosa di sgradevole. — Stanno entrando tutti. O hai paura che la piscina non regga il peso?
Qualcuno soffocò una risatina. Due, forse tre persone. Gli altri si concentrarono improvvisamente sui bicchieri, sulle olive, su qualunque cosa potesse salvarli dall’obbligo di reagire.
Io non replicai. Mi girai verso Sofia e ripresi il discorso esattamente da dove l’avevamo lasciato, come se nulla fosse. Pensai: passerà. Dice la sua battuta, io non raccolgo, la serata scorre e poi ce ne andiamo. È sempre andata così.
Solo che quella volta non si mosse. Rimase dietro il mio lettino. Ne avvertivo la presenza come un’ombra addosso.
Poi alzò la voce, in modo che fosse impossibile ignorarlo:
— Muoviti, balena! Buttati!
E mi spinse.
Due mani tra le scapole, improvvise, violente. Ero appena in piedi, vicino al bordo, pronta ad allontanarmi da lui.
L’impatto con l’acqua mi tolse il fiato. Cloro nel naso, nelle orecchie. La tunica si inzuppò all’istante e mi tirò verso il basso come un peso morto. Riemersi annaspando, aggrappandomi al bordo. Nella testa un ronzio sordo. Lo vidi sopra di me: rideva, allargando le braccia.
— Ma dai, si scherza!
Diciotto persone guardavano. Alcuni ridevano ancora. Altri fissavano la scena in silenzio. Paolo Sala stava correndo verso di me dalla griglia. Roberta Catalano era pallida, immobile.
Uscii da sola. Nessuno mi tirò su. La stoffa bagnata aderiva al corpo, i capelli incollati alla fronte. Nella tasca della tunica c’era il telefono. Morto. Ottantamila euro trasformati in un pezzo di ferraglia fradicia.
Presi un asciugamano dal lettino più vicino, mi avvolsi e mi asciugai il viso. Le mani non tremavano. Fu questo a sorprendermi di più.
— Sergio — dissi, con una calma che non mi riconoscevo — mi hai spinta senza il mio consenso. Hai distrutto il mio telefono. Vale ottantamila euro. Entro domani voglio il bonifico.
Il suo sorriso si incrinò per mezzo secondo, poi tornò al suo posto.
— Giorgia, ma che fai. Era una battuta. Compratene un altro.
— Il bonifico entro domani — ripetei. — Altrimenti denuncio. Non è uno scherzo. È aggressione.
Cadde un silenzio così netto che perfino la musica sembrò abbassarsi.
Paolo mi era accanto, fradicio anche lui: si era tuffato per aiutarmi, ma ero già fuori.
— Andiamo — disse soltanto. E per la prima volta in sette anni non aggiunse che “non voleva davvero”.
In macchina mi sedetti su un asciugamano. L’acqua gocciolava sul sedile. Ero bagnata, furiosa, eppure stranamente lucida. Non era rabbia che bruciava. Era fredda, compatta, come l’aria di gennaio all’alba.
Sergio non pagò. Né il giorno dopo, né tre giorni più tardi, né la settimana successiva. Mandò invece un messaggio a Paolo: “Dille di smetterla con la sceneggiata. Uno scherzo è uno scherzo. E dovrebbe ringraziarmi che la sopporto alle nostre serate”.
Paolo mi mostrò il telefono senza commentare. Lessi. E dentro di me qualcosa si spostò definitivamente. Non si ruppe: si riallineò. Come un meccanismo che finalmente scatta nella posizione giusta.
Una settimana dopo organizzavamo una cena a casa nostra. In parte conviviale, in parte professionale. Avevo invitato due potenziali affiliati per la mia rete in franchising; Paolo alcuni colleghi. Sergio si autoinvitò. Chiamò Paolo: “Ho saputo della rimpatriata. Vengo con Roberta”. Paolo chiese a me. Risposi che andava bene.
Eravamo in dodici attorno al tavolo lungo del soggiorno. Il nostro soggiorno. Avevo cucinato per due giorni interi. Non per impressionare Sergio, ma perché tra gli ospiti c’erano Ruggero Marchetti e Beatrice Sanna, proprietari di una catena di caffetterie a Bari interessati alla mia proposta. Era una serata decisiva.
Sergio arrivò con la sua solita camicia impeccabile, una bottiglia da duemila euro e Roberta al braccio. Abbracciò Paolo, mi salutò con un cenno. Per la prima ora fu quasi impeccabile: racconti di viaggi in Grecia, complimenti per i piatti, risate misurate. Per un attimo pensai che forse la piscina gli avesse insegnato qualcosa.
Mi sbagliavo.
Al dessert — tartellette con crema ai frutti di bosco, preparate a mano quella mattina — si lasciò andare contro lo schienale, calice di rosso in mano, sguardo appannato.
— Giorgia, oltre a cucinare divinamente, ha anche un talento speciale nel mangiare — disse rivolgendosi a Ruggero. — Paolo, digli quante porzioni riesce a far sparire.
Ruggero sollevò un sopracciglio. Beatrice posò lentamente la forchetta.
Io ero all’altro capo del tavolo. Davanti a me una tartelletta perfetta, lucida. Quattro ore ai fornelli solo per la crema. Due giorni di preparativi. Partner strategici. Casa mia. Tavola mia. Lavoro mio.
E lui, di nuovo.
Dentro di me si fece silenzio. Non rabbia. Silenzio assoluto. Quello che precede una scelta irreversibile.
Mi alzai con calma. Presi il telefono nuovo, comprato con i miei ottantamila euro perché Sergio non aveva mai fatto il bonifico.
— Irene, —
