“Paolo, non sapevo avessi un debole per le donne formose” disse Sergio fischiando, mentre lei sorrideva e ingoiava l’offesa

Questa serenità forzata è dolorosamente ingiusta
Storie

Il ristorante che Sergio Basile aveva riservato per la serata era elegante, quasi teatrale: un’unica tavolata lunghissima vestita di tovaglie candide, centrotavola discreti, un trio jazz che suonava dal vivo in un angolo. Roberta Catalano indossava un abito nuovo color petrolio e, come sempre, parlava poco, muovendosi tra gli invitati con un sorriso sottile. Sergio, invece, dominava la scena. Abbronzato, denti perfetti, una camicia che vantava costargli trentamila euro. Accoglieva tutti con pacche vigorose sulle spalle agli uomini e baci galanti sulle mani delle donne. Affascinante, se lo si guardava da lontano. Molto meno, se lo si conosceva davvero.

Appoggiai la scatola su un tavolino laterale e sollevai il coperchio. Il dolce brillò sotto le luci calde della sala: fili di caramello che catturavano i riflessi, glassa specchiata, volumi perfetti. Alcuni ospiti si avvicinarono subito, cellulari in mano.

— Chi è l’autrice? — chiese una signora con un vestito color bordeaux.

— Io — risposi.

— Di mestiere fai la pasticcera?

— Sì.

Sergio si avvicinò con il calice in mano. Osservò prima la torta, poi me.

— Giorgia — disse con quel tono mellifluo che usava prima di colpire — il dolce è davvero scenografico. Però magari tutta quella crema potevi risparmiarla per te, no? — rise, voltandosi verso gli altri. — La nostra Giorgia ha un debole per i dessert. Si vede, vero?

E mi diede una pacca sulla spalla.

Restai immobile accanto alla torta da quasi quattro chili, sei ore di lavoro racchiuse lì dentro. Venti persone fissavano la scena. Qualcuno si concentrò improvvisamente sul proprio bicchiere. Qualcun altro sorrise in modo tirato. Roberta studiava l’etichetta del vino come fosse la cosa più interessante del mondo.

Dentro di me non esplose la rabbia. Fu qualcosa di più netto. Come lo scatto secco di una serratura che si chiude.

— Sergio — dissi con voce calma — questa torta vale dodicimila euro. Ci ho lavorato sei ore. Hai appena offeso la persona che ti ha portato un regalo fatto a mano. Perciò me la riprendo.

Abbassai il coperchio.

Il silenzio si fece così fitto che si sentiva l’acqua gocciolare da qualche parte in cucina.

— Stai scherzando? — balbettò lui.

— No.

Sollevai la scatola. Il peso era reale, ma le mani erano ferme. Mi girai e mi avviai verso l’uscita.

Paolo Sala mi raggiunse nel parcheggio.

— Giorgia, aspetta.

— Ti aspetto in macchina.

— Non voleva davvero ferirti. È fatto così, dice cose…

— Paolo — appoggiai la scatola sul cofano — “è fatto così” da sette anni. Ogni volta, davanti a tutti. Io non ho più intenzione di fingere che sia normale. Andiamo.

Ce ne andammo. Il mattino dopo riportai la torta in pasticceria: venduta in meno di un’ora.

Durante il tragitto Paolo rimase in silenzio. A casa disse soltanto:

— Si è offeso.

— Anch’io — risposi.

Quella sera restai sola in cucina, con una tazza di tè tra le mani. Dodicimila euro non erano il punto. Sei ore di lavoro nemmeno. Il punto erano quei venti sguardi che avevano visto una donna riprendersi ciò che aveva creato. Non sapevo se avessi fatto la scelta giusta. Ma camminavo con la schiena dritta. E quello contava.

Due settimane più tardi Sergio chiamò come se nulla fosse successo. Invitava a una festa nella sua villa fuori città, a bordo piscina. «Stavolta niente torte, però», scherzò.

Non volevo andarci. Lo dissi a Paolo: non vengo. Lui annuì. Poi, un paio di giorni dopo, tornò sull’argomento.

— Ci saranno Davide Santoro e Sofia Martini. E Diego Martini. Non li vediamo da una vita. Non ti chiedo di fare pace con Sergio. Vieni per me.

Per lui. Otto anni di “per lui”. Ogni ricorrenza, ogni weekend condiviso, ogni festa inutile. Feci due conti: in sette anni avevo incontrato Sergio una sessantina di volte. Otto, dieci occasioni all’anno. E non ce n’era stata una senza una battuta sul mio peso, su quello che mangiavo, sul mio corpo, sui miei vestiti.

Sessanta incontri. Sessanta umiliazioni. E ogni volta io sorridevo, oppure tacevo, o mi spostavo in un’altra stanza. E Paolo ripeteva: «Non lo fa con cattiveria».

Alla fine accettai.

La casa di Sergio era imponente: giardino curato, piscina illuminata, area barbecue degna di un ristorante. Tutto ordinato, costoso, studiato per impressionare. Lettini bianchi, musica diffusa dagli altoparlanti nascosti tra le siepi. Diciotto invitati, metà volti noti, metà sconosciuti.

Indossai un costume intero, coperto da una tunica leggera. Porto la taglia cinquantadue, sì, sono una donna robusta. Lo so ogni mattina quando mi alzo, mi vesto e vado a dirigere cinque pasticcerie, pagando lo stipendio a trentadue dipendenti. Il mio corpo è affar mio. Non suo.

La prima ora trascorse tranquilla. Sergio era impegnato alla griglia e a intrattenere i nuovi arrivati. Io rimasi su un lettino a sorseggiare limonata, chiacchierando con Sofia. Le volevo bene. Anche lei formosa, anche lei bersaglio delle sue frecciate, sebbene più raramente: si vedevano solo un paio di volte l’anno.

Poi Sergio si avvicinò, bicchiere in mano e sorriso smagliante. Si fermò accanto a me.

— Giorgia, perché non fai un tuffo? L’acqua è perfetta.

— Preferisco di no — risposi.

— Dai…

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Amore o Soldi