“Potevi almeno parlarne con me” disse Serena, ferita mentre Davide decideva unilateralmente di ospitare i suoi per un mese

Che egoismo insopportabile, la casa non è sua.
Storie

— Sono qui da dieci giorni — continuai con calma. — In questo periodo ho speso ventiduemila euro solo di spesa alimentare. E parlo esclusivamente di cibo. Restano fuori acqua, luce, gas. E soprattutto le ore di lavoro che sto perdendo perché passo le giornate ai fornelli invece di occuparmi dei miei clienti. Se andiamo avanti così, a fine mese supereremo tranquillamente i settantamila. Non sarebbe più semplice dividere le spese?

Calò un silenzio pesante. Si sentiva perfino il rubinetto della cucina che gocciolava.

Beatrice Benedetti diventò paonazza.

— Ma ti rendi conto di quello che dici? — sbottò. — Chiedi soldi alla famiglia?

— Sto proponendo di ripartire i costi. Io e Davide non abbiamo entrate tali da mantenere sei persone per un mese intero.

— Davide, amore mio, senti come parla? — si rivolse al figlio con tono scandalizzato. — Ci tratta come se fossimo debitori!

Lui sollevò una mano, quasi a chiedere tregua.

— Serena, non era il caso di dirlo davanti a tutti…

— E quando avrei dovuto? In privato non mi ascolti.

Paolo Rinaldi spinse via il piatto.

— Dai, Serena… siamo ospiti. Da quando in qua si fa pagare un ospite?

— Un ospite resta tre giorni — ribattei. — Un mese è un’altra cosa: è convivenza.

Irene Conti alzò finalmente lo sguardo. Nei suoi occhi lessi qualcosa che somigliava a comprensione, forse persino imbarazzo.

La cena si concluse senza altre parole. Rimasi sola a lavare i piatti: trentaquattro pezzi tra piatti, bicchieri e posate. Li contai uno per uno. Nessuno si offrì di aiutare. Nessuno parlò più di contribuire.

Quella notte Davide non entrò in camera. Dal cortile vidi la sua auto parcheggiata sotto casa: aveva dormito lì.

Il dodicesimo giorno fui svegliata alle sei e mezza dalla voce squillante di Beatrice.

— Serena! Il borsch va messo sul fuoco! Io pranzo a mezzogiorno!

Sei e trenta. Sabato. L’unico giorno senza scadenze urgenti.

Rimasi distesa a fissare il soffitto. Attraverso la parete sentivo Paolo tossire, Irene frugare nei sacchetti, Roberto Martini accendere la televisione a volume altissimo perché non ci sentiva bene.

Davide apparve sulla soglia della camera. Odorava di chiuso e benzina: aveva passato di nuovo la notte in macchina.

— Dai, alzati… mamma aspetta.

Mi misi seduta.

— Davide, mi hai mai chiesto se ero d’accordo quando li hai invitati?

— Serena, ti prego, non ricominciare.

— Non sto ricominciando. Hai deciso di far venire quattro persone per un mese nel nostro appartamento senza consultarmi. Non mi hai chiesto se avevo lavoro, impegni, programmi. Hai solo annunciato: “Arrivano sabato”. Punto.

Si massaggiò la radice del naso. Lo fa da sette anni, ogni volta che non sa cosa dire.

— Sono i miei parenti. Cosa dovevo fare, rifiutare?

— A me non hai rifiutato nulla. Semplicemente non mi hai interpellata.

— E adesso? Cosa vorresti fare, cacciarli?

Non risposi. Andai in cucina e iniziai a preparare il borsch. Barbabietole, cavolo, soffritto, brodo: quattro ore di lavoro. Beatrice seduta sullo sgabello a controllare ogni gesto.

— Il sale è poco. Senza sale non è borsch.

Ne aggiunsi mezzo cucchiaio.

— Ancora poco.

Ne misi altro.

— E la barbabietola è tagliata male.

Dodici giorni. Quattro ore al giorno ai fornelli. Quarantotto ore in totale: una settimana lavorativa intera più un giorno extra. E davanti a me ce n’erano ancora diciotto.

Dopo pranzo Beatrice chiamò Davide sul balcone. Io ero al lavello, la finestra socchiusa.

— Non è la donna giusta per te, Davide. È fredda. Calcola tutto in soldi, perfino la famiglia. Tu meriti di meglio.

Chiusi l’acqua. Il piatto insaponato scivolava tra le dita. Lo appoggiai con cura nello scolapiatti, perfettamente allineato agli altri.

Mi asciugai le mani, andai in camera, aprii il portatile e cercai offerte last minute.

Turchia, Antalya. Partenza dopodomani. Ventotto giorni, hotel tre stelle, formula all inclusive. Quarantaquattromila euro. Sulla carta ne avevo quarantotto.

Cliccai su “prenota”. Le mani erano ferme. Per la prima volta da dodici giorni.

Il quattordicesimo giorno mi alzai alle cinque, quando fuori era ancora buio. Silenzio assoluto.

Preparai una valigia piccola, solo bagaglio a mano: vestiti leggeri, costume, sandali, crema solare, caricatore, passaporto. L’avevo comprata apposta tre anni prima per non aspettare al nastro.

Sul tavolo della cucina lasciai un biglietto scritto a caratteri grandi:

“Benvenuti. La vostra premurosa padrona di casa è partita per un mese di vacanza. Nel freezer trovate pollo e ravioli. Il borsch richiede quattro ore: la ricetta la conosce Beatrice Benedetti. Buon soggiorno.”

Accanto misi le chiavi di riserva e uscii.

Il taxi era già sotto casa. L’autista caricò la valigia.

— Aeroporto di Fiumicino?

— Sì, Fiumicino.

Mi sistemai dietro e osservai le finestre del nostro appartamento. Tutto buio. Dormivano ancora.

Quando l’auto partì, mi appoggiai allo schienale e respirai a fondo. Era come se mi avessero allentato una morsa sul petto: non mi ero accorta di respirare a metà da quasi due settimane. Le spalle si abbassarono, il collo smise di pulsare.

Alle 7:42 il telefono vibrò. Ero già al gate. Davide.

Rifiutai la chiamata. Riprovò. Rifiutai di nuovo.

Messaggio: “Dove sei?!”

Risposi: “In aeroporto. Parto per un mese. Proprio come i tuoi parenti: senza preavviso. Leggi il biglietto.”

Passarono ventitré secondi di silenzio. Poi lo schermo si riempì di notifiche.

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