Luca infilava camicie e felpe nella borsa come se stesse combattendo contro il tessuto.
— Ma sai che ti dico? Restatene qui da sola, nella tua roccaforte.
Alessia inclinò appena la testa, con un mezzo sorriso.
— “Roccaforte” è un termine un po’ teatrale. Sembra che dovessi prepararmi a un assedio. Anche se, a pensarci bene, l’aria era proprio quella.
Ornella Bellini si avviò verso l’uscita, ma prima di varcare la soglia si voltò, puntandole contro uno sguardo carico di veleno.
— Vedremo quanto canterai quando ti ritroverai senza marito.
— In realtà sto già canticchiando — replicò Alessia con calma. — E, stranamente, non stono affatto.
— Sei una vipera!
— Però con i documenti in regola.
Luca strattonò la porta, uscì sul pianerottolo e lanciò, senza girarsi:
— Le chiavi te le riporto.
— Non serve. Oggi stesso cambio la serratura.
— Sei fuori di testa.
— No, Luca. Sei tu che ti stupisci delle conseguenze.
La porta si chiuse con un colpo secco che fece vibrare lo specchio dell’ingresso. Alessia rimase immobile per qualche istante, mentre dalla tromba delle scale arrivavano ancora le proteste indignate della suocera e il borbottio infastidito di Luca: “Mamma, basta adesso”.
Quando i rumori si spensero, girò con lentezza la chiave nella toppa, fece scattare anche la catenella e solo allora lasciò uscire l’aria che tratteneva nei polmoni.
Il silenzio dell’appartamento, dapprima estraneo, divenne quasi rassicurante.
Entrò in cucina, osservò il tavolo in disordine e sbuffò.
— Ah, il grande consiglio di famiglia. Mezzo pollo divorato, la caraffa del succo svuotata… e l’imputata sono io.
Il telefono vibrò immediatamente. Sul display comparve: “LUCA”.
Alessia rispose.
— Dimmi.
— Ti rendi conto di quello che hai fatto?
— Certo. Ho liberato casa da tre presenze superflue.
— Sto parlando sul serio!
— Anch’io.
— Potevi almeno evitare la scenata davanti a mia madre!
— E voi potevate evitare di spartirvi il mio appartamento davanti a zia Paola. A quanto pare oggi nessuno ha brillato per tatto.
— Mi hai umiliato.
— No, Luca. Ti sei messo in ridicolo da solo. Io ho solo smesso di coprire tutto con una bella tovaglia.
— Sempre con le tue frasi a effetto…
— E tu sempre senza parole tue.
Dall’altra parte calò un silenzio teso.
— Facciamo così: ti calmi, io mi calmo, e domani ne riparliamo.
— No.
— Come “no”?
— Domani non c’è nessuna conversazione. Domani passi a prendere quello che resta delle tue cose. Ti scrivo l’orario. Se vuoi portati pure un testimone, un coro gospel o un notaio, ma niente teatrini.
— Mi stai davvero buttando fuori?
— L’ho già fatto. Sei tu che non l’hai ancora accettato.
— Alessia, questo è un matrimonio.
— Un matrimonio è un’alleanza. Quando uno si fa in quattro, l’altro balbetta e la terza persona dà ordini, non è un matrimonio. È una convivenza truffaldina con estorsione parentale inclusa.
Dalla cornetta arrivò una risatina breve, tagliente.
— Sei sempre stata dura.
— No. Sono stata comoda per troppo tempo. Ora la scadenza è finita.
Chiuse la chiamata e tolse l’audio al telefono.
Passò meno di un minuto e il display si illuminò di nuovo: Ornella Bellini.
Alessia esitò, poi rispose.
— Sì?
— Sei ancora in tempo per rimediare — disse la suocera con voce gelida. — Chiedi scusa a tuo marito. E anche a me. Sediamoci e parliamo da persone civili.
— Di cosa? Del modo più elegante per cedervi qualche metro quadro?
— Della famiglia.
— Evidentemente non attribuiamo lo stesso significato alla parola.
— Per te la famiglia vale finché ti conviene.
— Per me la famiglia è quella che non infila le mani nei miei documenti.
— Tu consideri tutto solo tuo!
— Perché lo è. Che sfortuna, vero?
— Non vogliamo mica impossessarci dell’intero appartamento! Non inventarti drammi. Volevamo solo che Luca fosse al sicuro.
— Al sicuro da chi? Da me, che per due anni ho pagato bollette, fatto la spesa, ascoltato i suoi sfoghi e coperto i buchi del suo stipendio?
— Non ti permettere di parlare così di mio figlio!
— E lei non si permetta di organizzare la mia casa come fosse la sua.
— È un uomo!
— Sulla carta, forse. Nella pratica è ancora in prova.
Ornella rimase senza fiato per l’indignazione.
— Ti pentirai! Striscerai tu da lui!
— Striscio solo quando recupero la pallina del gatto sotto la vasca. E non lo faccio nemmeno volentieri.
— Tu sei una…
— Buona serata, Ornella Bellini.
Interruppe la chiamata, posò il telefono a faccia in giù e iniziò a riordinare senza dire una parola. I piatti finirono nel lavello, il catalogo di mobili nel sacchetto della carta. Anche il quaderno con gli appunti — “armadio qui”, “branda per Paola”, “spostare il divano” — seguì la stessa sorte.
Sfogliò ancora una pagina. “Luca le parlerà con dolcezza”. “Se resiste, fare pressione tramite la famiglia”.
Alessia sbuffò.
— Con dolcezza. Mi commuovo quasi.
Il telefono vibrò di nuovo. Messaggio di Luca: “Hai esagerato. Mamma sta piangendo”.
Rispose senza pensarci troppo: “Che non pianga. Piuttosto trovi una casa a zia Paola e una nuova planimetria”.
La replica arrivò subito: “Ti diverti a provocare?”
Alessia digitò: “No. Sto solo dicendo le cose come stanno. Per una volta”.
Poi aprì la chat con Giulia Coppola e scrisse: “Se oggi non ho ucciso nessuno con le parole, è un mio personale progresso”.
La risposta arrivò quasi immediata: “Sono in turno fino alle nove. Ma pretendo i dettagli. Chi hai sfrattato?”
Alessia fotografò il tavolo ormai vuoto, il borsone a quadri vicino alla porta e inviò l’immagine: “Marito, suocera e zia d’assalto. Erano venuti a spartirsi casa mia”.
Giulia la chiamò in video senza neppure salutare.
— Bene. Ruota la telecamera. Voglio vedere il campo di battaglia.
Alessia inquadrò la cucina.
— Qui il quartier generale. Qui hanno mangiato. Lì tracciavano i confini di dove stringermi. E credo che in quell’angolo stessero pianificando lo sbarco dei parenti.
Giulia fischiò.
— Questa non è faccia tosta. È una simulazione domestica di conquista.
— Sensazione condivisa.
— E Luca?
— Seduto a fare eco. Poco convinto, ma presente. Come una pianta ornamentale che improvvisamente decide di fare il notaio.
Giulia scoppiò a ridere.
— Sei terribile. E adesso?
— Cambio la serratura. Raccolgo il resto delle sue cose. Controllo che non si sia portato via documenti. E poi forse mi concedo cinque minuti per realizzare che sono ufficialmente la peggior nuora dell’anno.
— Però campionessa assoluta nella categoria “non si fa fregare”.
Alessia sorrise davvero, per la prima volta da quando la porta si era chiusa.
— Sai qual è la cosa più amara?
— Cosa?
— Che non sono nemmeno sorpresa. È come se lo sapessi da tempo, solo che ho fatto finta di niente. Tutti quei discorsi: “Mamma si preoccupa”, “Sei troppo sensibile”, “Non complicare tutto”. E intanto sua madre stava già scegliendo dove mettere i mobili.
