— E tu dov’eri mentre lei faceva le valigie? — incalzò Renata Serra con tono tagliente.
Stefano Medici abbassò lo sguardo. — Avevo bevuto.
— Certo che avevi bevuto! Che domanda stupida la mia! — sbottò lei con un gesto esasperato. — Tu affoghi nell’alcol e intanto tua moglie prende e se ne va al caldo con l’amante. Per lei niente è sacro. E tu resti lì, immobile come un fantoccio senza volontà. Mi fai vergognare! Muoviti, raggiungila, riportala a casa!
Stefano accennò un sorriso storto, amaro. — Per far cosa, mamma? Mi ha scritto chiaramente “addio”. Non c’è molto da interpretare. E poi ormai ha tutto: soldi, documenti, libertà… forse perfino quella felicità che diceva di non avere.
Renata si lasciò cadere su una sedia, improvvisamente svuotata. — Stefano… che sciocco sei… — mormorò scuotendo il capo. — E io peggio di te. Ho rovinato tutto con le mie mani. Il biglietto dovevate comprarlo per Alessia Sorrentino, non per me.
Passò un mese. Alessia non tornò.
Dai social, Renata scoprì che la nuora non era affatto in Turchia come aveva fatto credere. Le foto la ritraevano prima a Cipro, poi a Roma, infine a Parigi. In ogni scatto sorrideva radiosa, posava davanti alla Tour Eiffel con un abito color salmone affumicato che le cadeva addosso alla perfezione. Accanto a lei compariva sempre lo stesso uomo barbuto: Alessandro Parisi, divorziato, imprenditore, residente in Europa da anni.
Sotto una fotografia Alessia aveva scritto: “Quando una donna smette di aspettare miracoli dal marito, impara a crearli da sola.”
Poco dopo arrivarono anche le carte per il divorzio. Stefano non lesse nemmeno una riga: firmò dove indicato e riportò la busta all’ufficio postale come fosse una pratica qualsiasi.
In cucina, Renata — i capelli ormai quasi del tutto bianchi nel giro di poche settimane — fissava il tavolo e sussurrava tra sé: — Io volevo soltanto il bene di mio figlio… E invece eccolo qui, solo. Sognava il mare, e ora gli restano soltanto silenzio e umiliazione.
Trascorsero altre due settimane. Un pomeriggio il campanello suonò.
Stefano andò ad aprire senza entusiasmo. Sulla soglia c’era Alessia. Elegante, curata, una blusa raffinata e una lieve abbronzatura mediterranea che le illuminava il volto. Sembrava persino più sicura di sé.
— Ciao, Ste — disse entrando con naturalezza, come se non fosse mai andata via. — Devo prendere alcune cose: vecchie foto, documenti… Non ti dispiace, vero?
Lui fece cenno di no. Rimase a osservarla in silenzio, poi trovò il coraggio di domandare: — Sei felice con Alessandro Parisi?
Lei lo guardò dritto negli occhi. — Sì. Molto. Ma la cosa più importante è che mi rispetta. E tu non l’hai mai fatto.
— Per via di quel biglietto? Perché l’ho comprato a mia madre invece che a te?
Alessia scosse lentamente il capo. — No, Stefano. Perché hai sempre scelto lei al posto mio. Sempre. Per l’auto, per le vacanze… perfino quando ti chiedevo soltanto una serata per noi due…
