“Basta così. Prepara le tue cose: mia madre verrà a stare qui con i parenti fino a Capodanno, e nessuno di loro è felice di vederti tra i piedi” disse Roberto con voce gelida, lasciando Valentina senza parole

Una convivenza forzata, stranamente ingiusta e soffocante.
Storie

Rimase immobile per qualche istante al centro della cucina, poi riempì il bollitore e accese il fuoco. Il gesto semplice di prepararsi una tisana le parve un’ancora. Quando la tazza fumante fu pronta, si sedette accanto alla finestra e lasciò vagare lo sguardo nel cortile. I lampioni disegnavano coni di luce sulle mattonelle deserte, mentre il vento faceva oscillare i rami spogli degli alberi, come braccia sottili nella notte.

Passò circa un’ora prima che il cellulare vibrasse sul tavolo. Sul display comparve il nome di Cecilia Greco. Valentina osservò lo schermo illuminarsi, ma non rispose. Poco dopo arrivò la chiamata di Roberto Benedetti. Anche quella venne respinta. Subito iniziarono a susseguirsi i messaggi:

“Ti è saltato il cervello?”

“Mia madre è sconvolta!”

“Apri immediatamente quella porta!”

“Domani vengo e parliamo con calma!”

Valentina non lesse oltre. Silenziò il telefono e lo infilò nel cassetto della scrivania, chiudendolo come si fa con qualcosa di inutile.

La mattina seguente contattò un’azienda che si occupava di serrature. Il tecnico arrivò nel giro di due ore: un ragazzo giovane, con una cassetta degli attrezzi consumata e modi sbrigativi. Non fece domande. Smontò il vecchio cilindro con gesti rapidi e sicuri. In meno di tre quarti d’ora la porta aveva una serratura nuova di zecca, solida, lucente. Le consegnò due chiavi, incassò il compenso e se ne andò.

Valentina chiuse a doppia mandata e rimase per un momento ad ascoltare il suono secco del meccanismo. Poi andò in camera, aprì l’armadio e tirò fuori una scatola piena di decorazioni natalizie. Ogni anno, quando i suoi genitori erano ancora vivi, addobbavano insieme l’albero, e lei aveva conservato tutto con cura: sfere di vetro, fili dorati, piccole renne di legno.

La sera stessa in salotto troneggiava un abete non troppo grande. L’odore resinoso riempiva l’aria. Valentina appese con pazienza gli ornamenti, quindi accese la catena luminosa. I colori si accesero nel crepuscolo della stanza, riflettendosi sui vetri.

Il giorno dopo la chiamò la vicina del piano di sotto, Azzurra Ferretti, una donna sulla sessantina dall’aria premurosa.

— Valentina cara, va tutto bene? — domandò con cautela.

— Sì, certo. Perché me lo chiede?

— Ieri sera ho visto tuo marito davanti al palazzo con una signora. Parlottavano. Hanno provato a entrare, ma il citofono non ha aperto.

Valentina sorrise appena, anche se l’altra non poteva vederla.

— Era mia suocera. Non si preoccupi, è tutto sotto controllo.

Ci fu un attimo di silenzio.

— Se ti serve qualcosa, bussa pure. Sono qui.

— La ringrazio davvero, signora Azzurra.

Dopo aver riagganciato, riprese a sistemare la casa. Ogni oggetto ritrovava il proprio posto. L’appartamento tornava ad avere il volto di un tempo: niente presenze estranee, niente regole imposte. Solo le sue cose, il silenzio, l’ordine.

Il trentuno dicembre si svegliò tardi. Dalla finestra vedeva fiocchi grandi scendere lenti, coprendo tetti e marciapiedi. La città era in fermento: balconi illuminati, alberi addobbati dietro i vetri, negozi affollati.

Preparò una colazione semplice e si sedette con il caffè caldo tra le mani. Da due giorni il telefono non dava segni di vita. Nessuna chiamata, nessun messaggio. Forse Roberto aveva compreso che non c’era più spazio per lui.

La sera apparecchiò per sé sola. Un’insalata, del pollo arrosto, un po’ di frutta. Accese la televisione per compagnia e lasciò scorrere i programmi di festa. Allo scoccare della mezzanotte prese un calice di vino e si avvicinò alla finestra.

Fuori esplosero i primi fuochi d’artificio. Risate lontane, musica, brindisi. Lei sollevò il bicchiere verso il proprio riflesso nel vetro.

— Buon anno — mormorò piano.

Nessun grido, nessuna tensione, nessuna voce che pretendesse qualcosa. Solo quiete. Una pace che non sentiva da tempo. Si avvolse in una coperta sulla poltrona e chiuse gli occhi.

Per la prima volta dopo mesi, tutto era esattamente come desiderava.

Gennaio arrivò con gelo e bufere di neve. Valentina riprese il lavoro e si immerse nelle abitudini quotidiane. I colleghi le chiesero com’erano andate le feste; lei rispose semplicemente che erano state serene.

Roberto si fece vivo solo a metà mese. La sua voce sembrava spenta.

— Valentina… possiamo parlare?

— Di cosa?

— Di noi. Possiamo incontrarci?

— Per quale motivo?

Dall’altra parte esitò.

— Ho capito di aver sbagliato. Mia madre ha esagerato. Possiamo riprovarci?

Valentina guardò il paesaggio imbiancato oltre il vetro, i rami piegati sotto il peso della neve.

— Roberto, non c’è nulla da ricominciare. Hai fatto la tua scelta. Ora vivila.

— Vale…

— La prossima settimana presenterò la richiesta di divorzio. Non abbiamo beni in comune, sarà una pratica veloce.

— Parli sul serio?

— Assolutamente sì.

Lui tentò di aggiungere altro, ma lei chiuse la comunicazione. Era finita.

Un mese dopo il divorzio fu ufficiale. Roberto si presentò all’ufficio anagrafe con il volto scuro, firmò senza dire una parola e se ne andò senza salutarla. Valentina prese la copia del decreto, la ripose in una cartellina e tornò a casa.

L’appartamento la accolse con il suo silenzio familiare. Si tolse il cappotto, mise l’acqua a bollire e tagliò una fetta di torta. Seduta alla finestra, osservò il cortile: dove in autunno c’erano foglie gialle, ora brillava la neve. Alcuni bambini scivolavano lungo una piccola discesa, cadendo e rialzandosi tra le risate.

La vita continuava, tranquilla, senza pressioni né imposizioni. Valentina bevve un sorso di tè e lasciò affiorare un sorriso.

Era da tanto che non le accadeva.

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Amore o Soldi