“Basta così. Prepara le tue cose: mia madre verrà a stare qui con i parenti fino a Capodanno, e nessuno di loro è felice di vederti tra i piedi” disse Roberto con voce gelida, lasciando Valentina senza parole

Una convivenza forzata, stranamente ingiusta e soffocante.
Storie

L’aria tra loro si fece improvvisamente più tesa.

«È casa mia. Non voglio trasformarla in un ostello improvvisato.»

Roberto corrugò la fronte e lasciò uscire una risata amara. «Casa mia, casa mia…» la scimmiottò con tono tagliente. «Ci abito anch’io, nel caso te lo fossi dimenticata.»

«Sì, ci vivi. Ma chi entra da quella porta lo decido io.»

«Stiamo parlando di mia madre.» La sua voce si fece dura, quasi metallica.

«Tua madre viene già spesso,» replicò Valentina con calma controllata. «Ma far dormire qui sei persone durante le feste è un’altra cosa. E a questo non acconsento.»

Roberto si lasciò cadere contro lo schienale della sedia, incrociando le braccia sul petto. «Va bene. Ne riparleremo.»

La discussione si chiuse così, sospesa. Valentina sparecchiò senza dire altro; lui si rifugiò in salotto e accese la televisione a volume basso. Il resto della giornata scivolò via in un silenzio freddo e ostinato.

Il giorno dopo Valentina rientrò più tardi del solito. Una riunione si era protratta oltre l’orario e, come se non bastasse, in magazzino l’avevano trattenuta per alcune pratiche rimaste in sospeso. Era già quasi buio quando infilò la chiave nella serratura. Tolse il cappotto, fece un passo nel corridoio… e avvertì subito che qualcosa non andava.

Roberto era lì, immobile. Il volto contratto, le mani serrate a pugno lungo i fianchi. Lei si fermò di colpo.

«Che succede?»

Lui avanzò di un passo. «Basta così. Prepara le tue cose. Mia madre viene qui con i parenti fino a Capodanno. Di te non c’è bisogno.»

Valentina richiuse lentamente la porta alle sue spalle. «Come sarebbe?»

«Hai capito benissimo. Mi ha chiamato. Hanno già fatto le valigie, tra due giorni partono. Serve spazio. E tu saresti solo d’intralcio.»

«D’intralcio? A casa mia?»

«A casa mia!» esplose Roberto. «Ci abito anch’io, ho dei diritti!»

La borsa le scivolò dalla spalla e cadde sul pavimento. «Se ci abiti è perché te l’ho permesso. L’appartamento è intestato a me. L’ho ricevuto prima del matrimonio. È un bene di famiglia.»

«Non me ne importa niente della tua eredità!» gridò lui, colpendo il muro con il pugno. «Mia madre vuole venire e verrà.»

«Senza il mio consenso, qui non entra nessuno.»

Roberto le si avvicinò fino a sfiorarla. «Credi davvero di potermi dire cosa posso o non posso fare?»

Valentina sollevò il mento, lo sguardo fermo. «Non ti sto dando ordini. Ti sto ricordando la realtà. Questa casa è mia. La decisione spetta a me.»

Lui si voltò bruscamente, attraversò il corridoio a grandi passi e sbatté la porta della camera. Valentina rimase sola, fissando il legno chiuso davanti a sé. Dentro di lei qualcosa si era raffreddato all’improvviso. Non era paura. Era la consapevolezza che quella non fosse più una semplice discussione.

La sera trascorse senza parole. Roberto non uscì dalla stanza. Lei rimase in cucina, mise l’acqua sul fuoco e si preparò una tisana. Seduta accanto alla finestra, osservò il cortile illuminato dai lampioni: le panchine vuote, il vento che spingeva foglie secche sull’asfalto.

Poco prima di mezzanotte il telefono vibrò. Sul display comparve il nome di Cecilia Greco. Valentina esitò a lungo, poi rispose.

«Valentina?» La voce era fredda, distaccata. «Roberto mi ha detto che non vuoi che veniamo.»

«Signora Greco, non sono contraria a una visita. Ma sei persone in questo appartamento sono troppe.»

«Ci sistemiamo. Roberto in camera, io e mia sorella sul divano, i ragazzi a terra. Non vedo il problema.»

«Per me è un disagio.»

«Un disagio…» ripeté la donna con ironia. «Mio figlio lavora come un mulo per mantenerti e tu non sei capace di aprire la porta a sua madre.»

«Roberto lavora per sé stesso. E io lavoro altrettanto.»

«Tu con quel tuo impieguccio guadagni due spiccioli! È lui che si sacrifica per farti stare bene!»

Valentina chiuse gli occhi. Non aveva senso continuare.

«L’appartamento è intestato a me,» disse con voce ferma. «Sono io a decidere.»

«Decidere?» ribatté Cecilia con sarcasmo. «Sei solo egoista. Hai ricevuto una casa dai tuoi genitori e non vuoi accogliere la famiglia di tuo marito.»

«Vorrei semplicemente passare il Capodanno in tranquillità. Senza ospiti.»

«Senza ospiti? I parenti di tuo marito sarebbero “ospiti”?»

Valentina interruppe la chiamata. Era inutile. Cecilia non cercava un confronto, pretendeva soltanto.

La mattina seguente Roberto uscì senza salutarla. Lei aveva un giorno libero infrasettimanale e decise di restare a casa. Si immerse nelle pulizie: spolverò ogni superficie, lavò i pavimenti, sistemò gli armadi. L’attività manuale le aiutava a non pensare.

Verso mezzogiorno il telefono squillò di nuovo. Questa volta era Francesca Fontana, l’amica di sempre, dai tempi della scuola.

«Ehi, come stai? È un secolo che non ci vediamo.»

«Tutto bene,» rispose Valentina, mentendo.

«Non è vero. Si sente dalla voce. Cos’è successo?»

Valentina sospirò e raccontò tutto: le intenzioni di Cecilia, i piani per le feste, lo scontro con Roberto. Francesca ascoltò senza interrompere, lasciando solo qualche breve commento qua e là.

«E adesso?» chiese alla fine.

«Non lo so. Roberto non mi parla.»

«E tu cedi?»

«No.» La risposta fu immediata. «È casa mia. Se cedo adesso, sarà sempre peggio.»

«Giusto,» approvò Francesca Fontana.

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