“Basta così. Prepara le tue cose: mia madre verrà a stare qui con i parenti fino a Capodanno, e nessuno di loro è felice di vederti tra i piedi” disse Roberto con voce gelida, lasciando Valentina senza parole

Una convivenza forzata, stranamente ingiusta e soffocante.
Storie

«Non mollare,» le aveva detto Francesca con fermezza. «È casa tua. I limiti li stabilisci tu.»

Quelle parole continuarono a ronzarle dentro anche dopo aver chiuso la chiamata. Valentina rimase qualche secondo immobile con il telefono in mano, poi inspirò a fondo e tornò alle faccende. Si immerse nelle pulizie con un’energia quasi ostinata, come se strofinare, riordinare e lucidare potesse restituirle controllo. Quando scese la sera, l’appartamento era impeccabile: ogni superficie splendeva, l’aria sapeva di detergente e basilico fresco. Preparò la cena con cura, apparecchiò per due, sistemò i tovaglioli piegati con precisione e si mise ad aspettare.

Roberto rincasò tardi. Attraversò il corridoio senza dire una parola, lanciò un’occhiata distratta verso la cucina — o forse nemmeno quella — e si chiuse in camera. La tavola rimase intatta. Valentina restò qualche istante nel disimpegno, come sospesa, poi tornò indietro e cenò da sola, in silenzio.

Il giorno dopo non cambiò nulla. Silenzi ostinati, porte chiuse, sguardi evitati. Roberto sembrava aver scelto la strategia dell’indifferenza. Valentina non fece il primo passo. Se quello era un modo per piegarla, per costringerla a cedere, avrebbe fallito. Non aveva alcuna intenzione di retrocedere.

La terza sera chiamò Cecilia Greco. Il tono era diverso, più morbido, quasi affettuoso.

«Valentina, parliamo con calma. Senza agitazione.»

«Sono calmissima,» rispose lei, controllando ogni inflessione.

Cecilia sospirò teatralmente. «La situazione è davvero complicata. Mia sorella ha venduto casa, hanno già liberato l’appartamento. I ragazzi hanno preso una stanza in affitto, ma il proprietario li ha mandati via all’improvviso. Volevamo soltanto trascorrere insieme il Capodanno. Tutto qui.»

Valentina ascoltò senza interrompere. «Capisco il disagio, signora Greco. Ma sei persone in un bilocale sono troppe. È oggettivo.»

Dall’altra parte ci fu una pausa studiata. «E se non venissero tutti? Mia sorella potrebbe sistemarsi con i bambini in un albergo… Potrei venire solo io. Sarebbe possibile?»

L’idea la fece riflettere. Una sola ospite era gestibile. Scomoda, forse, ma non ingestibile.

«Per quanti giorni?»

«Dal trentuno al tre gennaio. Tre, quattro al massimo.»

Valentina esitò ancora un istante. «Va bene. Ma soltanto lei.»

La gioia di Cecilia esplose immediata. «Lo sapevo che avevi un cuore grande, cara! Grazie, grazie davvero.»

Quando la chiamata si interruppe, Valentina si appoggiò al muro. Un’inquietudine sottile le attraversò lo stomaco. Aveva la sensazione di aver concesso troppo. Eppure ormai la parola era data.

Roberto rientrò verso mezzanotte. Andò in cucina, aprì il frigorifero, prese una bottiglia d’acqua. Valentina era seduta al tavolo con un libro aperto davanti, ma non stava leggendo.

«Tua madre mi ha chiamata,» disse senza alzare gli occhi.

«Lo so.» La voce di lui era secca. «Grazie per aver accettato.»

«Ho accettato che venga solo lei. Per tre giorni.»

«Sì, certo.» Un cenno vago del capo, poi sparì di nuovo in camera.

La conversazione finì lì. Ma il giorno seguente, quando Valentina tornò dal lavoro, trovò Roberto ad aspettarla in corridoio. Le braccia incrociate, il volto teso.

«Mamma dice che verranno tutti,» annunciò bruscamente. «Non soltanto lei.»

Valentina si tolse il cappotto con lentezza studiata. «Io ho dato disponibilità esclusivamente a tua madre.»

«E gli altri dove dovrebbero andare? Lasciamo mia zia e i bambini per strada?»

«Possono prenotare un albergo. È stata la prima soluzione che ho proposto.»

Roberto fece un passo avanti, sbarrandole il passaggio. «Basta così. Prepara le tue cose. Si trasferiscono qui fino a dopo Capodanno. E a te non mancherà nessuno.»

Valentina non alzò la voce. Lo fissò con una calma che aveva qualcosa di estraneo.

«Se hanno tanta voglia di stare qui, accomodati,» rispose con tono uniforme. «Ma tu vai con loro.»

Lui sbatté le palpebre, incredulo. «Come, scusa?»

Senza aggiungere altro, Valentina entrò in camera, aprì l’armadio e tirò fuori una valigia. Iniziňò a piegare con metodo camicie, pantaloni, maglioni. Ogni gesto era preciso, quasi meticoloso.

«Che stai facendo?» chiese Roberto dalla porta.

«Sto preparando le tue cose.»

«È una sceneggiata?»

«No.»

Chiuse la cerniera, trascinò la valigia nell’ingresso e la posò accanto alla porta. Roberto la guardò e scoppiò in una risata nervosa.

«Parli sul serio? Per qualche giorno di ospiti?»

«Non per gli ospiti. Perché decidi al posto mio. In casa mia.»

«In casa mia!» esplose lui. «Ci vivo anch’io!»

Valentina prese il suo cappotto dall’attaccapanni e glielo porse. «Passerete le feste insieme. Ormai fate squadra.»

Roberto non lo afferrò. Indietreggiò, irrigidendosi. «Non puoi buttarmi fuori.»

«Posso. L’appartamento è intestato a me.»

«Siamo marito e moglie!»

«Eravamo,» lo corresse, glaciale.

Per un attimo lui rimase senza parole. Poi partì con un discorso concitato: tradizioni familiari, rispetto per gli anziani, sacrifici di una vita. Le frasi gli uscivano a raffica, ma contro la quieta determinazione di Valentina rimbalzavano senza effetto.

«Puoi andare da loro anche adesso,» lo interruppe lei. «Lascia solo le chiavi.»

Tese la mano, il palmo aperto. Roberto la fissò, cercando un segno di esitazione, un’ombra di dubbio. Non trovò nulla.

«Te ne pentirai,» sibilò.

«Forse. Le chiavi.»

Con un gesto rabbioso strappò il mazzo dall’attaccapanni e lo scagliò a terra. Il metallo rimbalzò sulle piastrelle con un rumore secco. Afferò la valigia, spalancò la porta e uscì sbattendola con violenza. L’eco del colpo risuonò nel vano scale.

Valentina raccolse le chiavi una a una e le posò sul comò dell’ingresso. Poi si diresse verso la cucina e rimase immobile al centro della stanza.

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