“Basta così. Prepara le tue cose: mia madre verrà a stare qui con i parenti fino a Capodanno, e nessuno di loro è felice di vederti tra i piedi” disse Roberto con voce gelida, lasciando Valentina senza parole

Una convivenza forzata, stranamente ingiusta e soffocante.
Storie

«Basta così. Prepara le tue cose: mia madre verrà a stare qui con i parenti fino a Capodanno, e nessuno di loro è felice di vederti tra i piedi.»

L’appartamento era appartenuto ai genitori di Valentina Pellegrini. Un bilocale al quarto piano di una vecchia palazzina in mattoni, con le finestre affacciate sul cortile interno dove crescevano alti pioppi e qualche panchina sbiadita ospitava gli anziani del quartiere. Dopo la loro scomparsa, tutto era rimasto in perfetto ordine. Sei mesi più tardi, l’immobile era passato ufficialmente a lei.

Valentina aveva sistemato ogni documento, registrato la proprietà a suo nome e conservato con cura l’atto notarile. A poco a poco aveva iniziato ad abituarsi all’idea che quello fosse davvero il suo spazio, la sua casa.

Un anno dopo l’eredità aveva sposato Roberto Benedetti. Niente ricevimento sfarzoso: solo pochi intimi, senza invitati superflui. Roberto si era trasferito da lei, vendendo il suo monolocale in periferia e depositando il ricavato in banca.

La loro vita scorreva tranquilla, senza grandi entusiasmi ma anche senza litigi. Roberto lavorava in un’impresa edile e spesso rincasava tardi. Valentina, impiegata nell’ufficio contabile di una piccola azienda, finiva prima e si occupava della cena.

I primi mesi di matrimonio erano stati sereni. Roberto non metteva bocca nell’organizzazione domestica e non cercava di cambiare nulla. Valentina aveva lasciato tutto com’era: le fotografie dei genitori appese alle pareti, la vecchia credenza con i servizi di piatti. Lui non aveva mai protestato.

Col tempo, però, la presenza della suocera era diventata sempre più frequente. Cecilia Greco passava una volta a settimana, a volte anche più spesso. Arrivava con borse cariche di viveri, entrava quasi senza aspettare che le aprissero e scrutava ogni angolo con sguardo critico. Valentina la accoglieva con educazione, offriva tè caldo e ascoltava pazientemente i suoi consigli.

«Qualcuno dovrebbe pensare anche a tuo marito» osservava Cecilia, passando in rassegna il soggiorno. «Roberto si stanca in questo appartamento così freddo. Ci vorrebbero tende nuove, magari una carta da parati più allegra.»

Valentina taceva. Quella casa era la sua, appartenuta ai suoi genitori. Non aveva alcuna intenzione di rivoluzionarla. Tuttavia evitava lo scontro: annuiva e lasciava correre.

«Hai ricevuto tutto senza fatica e non riesci nemmeno a renderlo accogliente» continuava la suocera, tirando fuori un barattolo di marmellata. «Roberto lavora giorno e notte e torna in un posto che sembra vuoto.»

Sotto il tavolo, le mani di Valentina si serravano fino a farsi male. Ma la voce restava calma. «Roberto non mi ha mai detto nulla del genere.»

«Non si lamenta mai, è fatto così» sospirava Cecilia. «Ma una madre capisce quando suo figlio non è felice.»

Figlio. Roberto aveva trentadue anni, eppure per Cecilia rimaneva un bambino. Valentina aveva imparato a lasciarsi scivolare addosso certe frasi, ad ascoltare e poi riprendere le proprie occupazioni.

Roberto, dal canto suo, non si accorgeva di quanto quell’ingerenza stesse avvelenando l’atmosfera. Anzi, sembrava compiaciuto delle visite della madre: attenzioni, cibo, premure che durante l’infanzia aveva ricevuto solo a metà. Il padre era scomparso presto dalla loro vita; Cecilia aveva lavorato in due posti diversi per mantenerlo, lasciandolo spesso ai vicini.

Adesso cercava di compensare. Telefonava ogni sera, chiedeva dettagli, dispensava raccomandazioni. A volte Valentina coglieva frammenti di conversazione.

«Mamma, va tutto bene, davvero.»

«Roberto, lo sai che penso solo al tuo bene.»

«Sì, mamma, lo so.»

Valentina non interferiva. Ognuno ha il proprio legame con i genitori, si diceva. L’importante è che non invada il matrimonio.

Intanto l’autunno si era imposto con decisione. Le temperature erano scese, la pioggia batteva spesso sui vetri. Valentina aveva tirato fuori cappotti e coperte pesanti, sostituito i copriletti estivi, sistemato candele profumate sui davanzali. Piccoli gesti che rendevano l’ambiente caldo e familiare.

Dicembre si avvicinava. Lei già pensava alla notte di San Silvestro: desiderava invitare qualche amico, addobbare con discrezione, trascorrere una serata intima e piacevole. Nulla di eccessivo, solo persone care e un’atmosfera raccolta.

In quel periodo Roberto appariva più teso del solito. Tornava a casa silenzioso, lo sguardo fisso sul telefono. Quando lei chiedeva spiegazioni, rispondeva con un gesto vago.

«Tutto a posto. Sono solo stanco.»

Una sera, mentre cenavano, finalmente parlò.

«I miei vorrebbero passare il Capodanno in città. Non hanno spazio, ma noi siamo solo in due… qui ci stiamo.»

Valentina sollevò lentamente gli occhi dal piatto. La forchetta rimase sospesa a mezz’aria.

«Quanti sarebbero esattamente?»

Roberto fece spallucce, evitando il suo sguardo. «Mamma, zia Costanza, mio nipote Tommaso, e anche Emma. In totale sei persone, più o meno.»

«Sei? In un appartamento di due stanze?»

«Solo dal 31 dicembre al 2 gennaio. Non è la fine del mondo.»

Valentina posò con calma la posata sul tavolo. Inspirò a fondo prima di rispondere.

«Roberto, questa è casa mia, e prima di prendere decisioni così importanti dovresti almeno parlarne seriamente con me.»

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