L’ingranaggio, del resto, stava funzionando senza il minimo intoppo. Il vulcano era ormai sul punto di esplodere.
Passò un’altra settimana. Sette giorni interminabili, ciascuno più pesante di quello precedente. Matteo Grassi era dimagrito, aveva il volto tirato, scavato dalla stanchezza, e sotto gli occhi gli si erano formate due ombre scure. Il tic alla palpebra sinistra, che all’inizio compariva soltanto nei momenti di maggiore nervosismo, era diventato quasi permanente. Non cercava più di mediare, non tentava più di sorridere, non si sforzava nemmeno di riportare la calma. Si aggirava per casa come un fantasma, attento a non fare rumore, a non urtare una sedia, a non lasciare una tazza fuori posto, pur di non provocare l’ennesima guerra silenziosa.
Quella sera, però, lo scontro non poteva più essere evitato.
Rientrò dal lavoro completamente svuotato. Già sulle scale del palazzo fu investito da un odore denso, mescolato: carne arrostita, aglio, verdure bollite. Lo stomaco gli si contrasse in una morsa di cattivo presagio. Inserì la chiave nella serratura, aprì la porta e rimase immobile sulla soglia.
Nell’ingresso lo aspettavano entrambe le madri. Erano piazzate ai lati della porta, rigide e solenni, come due sentinelle durante una cerimonia ufficiale. I loro visi avevano un’espressione tesa, quasi festosa, ma dietro quella calma apparente si avvertiva una minaccia.
— Matteo, entra, lavati le mani. Ti ho preparato le tue cotolette di maiale all’aglio, quelle che ti piacciono tanto! — annunciò Sofia Parisi con un’allegria troppo squillante.
— Matteo, io invece ho fatto del pesce al vapore con gli asparagi — intervenne Caterina De Santis, a voce più bassa ma con un tono fermissimo. — Non puoi continuare a mangiare tutta quella roba fritta. Ti rovina la circolazione.
Lui passò tra loro senza dire una parola, lasciò cadere la borsa su una sedia e si chiuse in bagno.
Dieci minuti dopo era seduto al tavolo della cucina. Davanti a lui, come se fosse stato dato un ordine preciso, comparvero due piatti. Sul primo troneggiava una fetta di carne lucida, rossa, fumante, adagiata accanto a una montagna di purè. Sul secondo, invece, giaceva un pezzo pallido di pesce bianco, posato con aria virtuosa su qualche gambo verde di asparago.
Non era una cena. Era una prova. Una scelta imposta. Da una parte il passato, le abitudini, il sapore dell’infanzia; dall’altra il futuro, la disciplina, la cura ostentata. E al centro c’erano due donne che, con la scusa dell’amore, avevano trasformato la sua esistenza in un inferno domestico.
— Su, figliolo, mangia finché è caldo — disse Sofia Parisi, spingendo verso di lui il proprio piatto.
— Matteo, comincia dal pesce. Dopo una giornata di lavoro è molto più leggero per lo stomaco — ribatté Caterina De Santis, facendo scivolare in avanti il suo.
Entrambe lo fissavano. I loro sguardi si incrociavano sopra la sua testa come lame. Matteo restò seduto, gli occhi inchiodati allo spazio vuoto tra i due piatti. Non riusciva a mangiare. Non riusciva neppure a respirare bene. Sentiva quella premura addosso come una corda che, giro dopo giro, gli stringeva la gola.
— Mangerà la cotoletta — tagliò corto Sofia Parisi. — A un uomo serve carne, non erba da conigli.
— Non è lei a stabilire che cosa gli serve — rispose Caterina De Santis con freddezza. — La salute viene prima dei capricci e delle abitudini sbagliate.
Fu in quel preciso istante che l’ultimo filo della sua pazienza si spezzò.
Matteo non urlò subito. Dalla sua gola uscì prima un suono strano, rauco, quasi animalesco, simile al verso di una creatura ferita. Poi si alzò di scatto. La sedia arretrò con un fracasso secco, stridendo sul pavimento.
— Fuori.
La sua voce non sembrava nemmeno la sua. Era bassa, dura, spaventosa.
Le due donne tacquero all’istante e lo guardarono, incredule.
— Che cosa dici, amore mio? — balbettò Sofia Parisi, smarrita.
— Fuori. Tutte e due. Adesso — scandì Matteo, una parola dopo l’altra, senza davvero guardarle, come se vedesse qualcosa oltre i loro corpi. Il suo viso era diventato bianco, e la palpebra sinistra tremava in modo frenetico, incontrollabile. — Prendete le vostre cose e andatevene da casa mia. Subito.
— Matteo, ma ti rendi conto di quello che stai dicendo? — provò a intervenire Caterina De Santis, tentando di riportarlo alla ragione.
— Ho detto fuori! — gridò lui, e questa volta il pugno calò sul tavolo con un colpo sordo. I piatti sobbalzarono, le posate tintinnarono. Senza più degnarle di uno sguardo, attraversò la cucina, raggiunse l’ingresso e spalancò la porta. Una corrente fredda entrò nell’appartamento, tagliando l’aria elettrica che si era accumulata tra quelle pareti. — Avete cinque minuti.
Nel suo tono, nel modo in cui teneva la mascella serrata e negli occhi spenti, c’era qualcosa che non ammetteva repliche. Non era una semplice esplosione di rabbia. Era il crollo definitivo. Un esaurimento totale, assoluto, arrivato al punto oltre il quale non resta più nemmeno la furia, ma soltanto il vuoto.
Sofia Parisi e Caterina De Santis si scambiarono uno sguardo. In quell’istante capirono entrambe che non c’era più nulla da salvare. Con espressioni offese e irrigidite, si diressero in silenzio verso la stanza dove avevano sistemato le loro cose. Presero le borse, infilarono i cappotti, raccolsero in fretta ciò che potevano portare via.
Dopo tre minuti erano di nuovo nell’ingresso.
Matteo se ne stava accanto alla porta aperta, immobile come una statua. Non porse loro una mano, non aiutò nessuna delle due con i bagagli, non pronunciò una parola di congedo. Aspettava soltanto che uscissero.
Quando finalmente la porta si richiuse alle loro spalle, lui rimase ancora per qualche minuto fermo nel corridoio. Poi, con un gesto lento, girò la chiave nella serratura.
Nell’appartamento calò finalmente il silenzio tanto desiderato. Un silenzio quasi doloroso, tanto era netto. Non più passi, non più sospiri teatrali, non più mormorii dietro le pareti, non più fruscii studiati. Solo quiete.
Roberta Monti, che per tutto il tempo era rimasta seduta in soggiorno, si alzò con calma. Non aveva fretta. Attraversò il corridoio, entrò in cucina e osservò i due piatti intatti. Senza commentare, li prese e li sistemò in frigorifero. Poi aprì il mobile bar, scelse una bottiglia di vino rosso costoso e un calice alto.
Versò il vino con un movimento lento, elegante. Quindi si avvicinò alla finestra, portò il bicchiere alle labbra e bevve un piccolo sorso, guardando le luci della città che brillavano nella notte.
Sulla sua bocca comparve un sorriso limpido, pieno, non offuscato da alcun rimorso.
Aveva ottenuto esattamente ciò che voleva.
Il telefono squillò.
Roberta guardò lo schermo. Era sua madre.
Rispose senza spostarsi dalla finestra.
— Allora? — domandò Caterina De Santis dall’altra parte della linea, con quella sua voce sommessa e pratica, quasi professionale.
— Tutto secondo i piani, mamma — disse Roberta, altrettanto piano, concedendosi un altro sorso di vino. — Assolutamente tutto. Puoi tornare a casa. Sei stata geniale.
Dall’altra parte ci fu una breve pausa. Poi Caterina sospirò appena, soddisfatta.
— Lo so, figlia mia. Lo so.
