La impugnò con calma e infilzò un cetriolino con un appetito volutamente ostentato.
— Allora li invitiamo tutti e due? La terza camera è vuota, no? Ci mettiamo due letti, uno da una parte e uno dall’altra. Sarà allegro. Una vera famiglia italiana, di quelle numerose. Deciso?
Matteo Grassi allontanò in silenzio il piatto con il pollo rimasto a metà. La fame gli era passata di colpo. Guardò sua moglie e capì che non stava scherzando. Non era una provocazione detta tanto per spaventarlo. Negli occhi di Roberta Monti brillava la luce fredda e appassionata di chi ha già predisposto il campo di battaglia e aspetta soltanto che inizi la partita. Lui continuava ad aggrapparsi all’idea che fosse un capriccio assurdo, destinato a spegnersi da solo. Non sapeva ancora che quel piano diabolico non era nato nella testa di Roberta, ma in quella, ben più raffinata, di sua madre, durante una telefonata avvenuta appena un’ora prima. E ormai il meccanismo era già stato avviato.
Due giorni dopo, il loro trilocale cessò di appartenere a loro due. Si trasformò in una zona neutrale, in un poligono domestico, in un territorio conteso da due potenze ostili.
La prima ad arrivare fu Sofia Parisi. Più che entrare, rotolò nell’ingresso come una palla da bowling, e dietro di lei comparve Matteo, schiacciato sotto il peso di due enormi borse a quadri e di una vecchia valigia con le rotelle, consumata ma tenuta con cura.
— Ecco qua, accogliete l’inquilina! — annunciò Sofia, piantandosi sulla soglia e scrutando l’appartamento con l’aria di una proprietaria che prende possesso dei locali. — Matteo, la valigia subito in camera. Le borse in cucina: c’è roba da mangiare, non vorrai mica farla andare a male. Roberta cara, cos’è quella polvere nell’angolo? Sarebbe da togliere.
Si muoveva senza esitazioni, senza pause, senza concedere a nessuno il tempo di opporsi. Riempiva ogni spazio con la sua presenza. La sua energia ricordava un fenomeno atmosferico: rumorosa, travolgente, impossibile da negoziare. Si infilò immediatamente in cucina, spalancò il frigorifero, osservò con disapprovazione i ripiani semivuoti e cominciò a estrarre dalle borse i contenitori con le sue preparazioni fatte in casa. Nel farlo, spinse con decisione il raffinato barattolo di olive di Roberta nell’angolo più remoto. Non chiese permesso. Stabilì il proprio ordine, che ai suoi occhi era l’unico sensato e dunque non aveva bisogno di essere discusso.
Un’ora più tardi suonò di nuovo il campanello.
Caterina De Santis apparve sulla soglia quasi senza far rumore. Indossava un cappotto elegante e teneva in mano una piccola borsa sobria, perfettamente abbinata. Era l’esatto contrario di Sofia Parisi: non arrivava come uno tsunami, ma come l’acqua che sale lentamente, e te ne accorgi solo quando ormai ti arriva alle ginocchia.
— Buonasera — disse con voce morbida, offrendo a Roberta la guancia appena incipriata per un bacio. — Matteo, caro, ciao. Vedo che avete già ospiti.
Il suo sguardo scivolò lungo l’ingresso e si fermò su Sofia Parisi, che proprio in quel momento emergeva dalla cucina con uno straccio umido in mano.
— Sofia Parisi — disse Matteo, facendo le presentazioni tra le due madri e sentendo un sudore gelido scendergli lungo la schiena.
— Caterina De Santis — rispose la madre di Roberta con un sorriso educato, ma così freddo da sembrare appena tolto dal congelatore.
Il primo sangue venne versato quella stessa sera. Dopo una cena a base di polpette portate da Sofia Parisi, tutti si spostarono in soggiorno.
Sofia, comportandosi come se fosse la padrona legittima della casa, si accomodò nella poltrona preferita di Matteo e afferrò il telecomando con mano sicura. Alle nove in punto iniziava la sua serie del cuore: una saga lacrimevole sulle disgrazie femminili e sui colpi del destino.
— Bene, fra poco cominciano “Le rovine della felicità” — dichiarò, cambiando canale con un gesto secco.
— Non si potrebbe mettere Rai 5? — intervenne Caterina De Santis, senza alzare la voce. — Questa sera trasmettono dall’Opera di Vienna. Ogni tanto l’anima avrebbe bisogno di qualcosa di più elevato, non sempre di tutta questa… roba.
La parola “roba” cadde nella stanza come una sentenza contro l’intera produzione popolare televisiva. Sofia Parisi girò lentamente la testa. Il suo viso, arrossato dopo cena, si fece scuro come un cielo prima del temporale.
— Sono stata in piedi tutto il giorno, ho sistemato le mie cose, mi sono stancata. Vorrei guardare la mia serie e riposarmi un po’.
— Ci si può riposare anche a occhi chiusi — replicò Caterina, mantenendo intatto quel tono impeccabilmente cortese che rendeva la frase ancora più tagliente. — La buona musica, invece, calma il sistema nervoso. Matteo, tu non hai nulla in contrario se ascoltiamo un po’ di Mozart, vero?
Matteo ebbe la netta sensazione di essere diventato il bersaglio centrale di due fucili di precisione puntati da direzioni opposte.
— Mamme, per favore, perché vi comportate come due bambine? Mettiamo il telegiornale. È una soluzione a metà strada.
Ma la parola “compromesso” era già fuori uso. Non si trattava più di scegliere un programma. Era una prova di forza. Una questione di dominio sul territorio. Roberta, seduta all’altro angolo del divano, osservava la scena in silenzio; sulle sue labbra passava un sorriso appena accennato, quasi invisibile, ma abbastanza chiaro per chi sapesse guardare.
La mattina seguente, il conflitto salì di livello.
La battaglia per il bagno cominciò alle sette. Sofia Parisi lo occupò per prima e ci rimase a lungo, facendo scorrere l’acqua con generosità e cantando a voce alta vecchie canzoni popolari. Caterina De Santis attese il proprio turno con un’espressione scolpita nella pietra. Quando finalmente entrò, si chiuse dentro per un tempo altrettanto interminabile, ma nel silenzio più assoluto: un silenzio funebre, controllato, che finì per irritare tutti ancora di più del canto. Matteo, già in ritardo per il lavoro, fu costretto a lavarsi i denti in cucina.
