— Martina Caruso si trasferisce qui domani — annunciò Matteo Grassi, portandosi alla bocca un boccone di pollo arrosto con l’aria soddisfatta di chi sta gustando non solo la cena, ma anche la propria decisione.
Lo disse con una naturalezza disarmante, come se stesse comunicando che l’indomani avrebbe piovuto o che il pane era finito. Nella sua voce non c’era traccia di dubbio, né la minima ombra di una domanda. Era una sentenza già pronunciata, impacchettata nella compiaciuta serenità di un uomo convinto di aver scelto, per tutti, l’unica soluzione possibile.
Roberta Monti posò lentamente la forchetta sul piatto. Non la lasciò cadere, non la sbatté: la adagiò con una precisione quasi innaturale, calcolata. Eppure il lieve urto del metallo contro la ceramica, in quel silenzio improvviso, parve produrre un suono tagliente, fastidioso, sproporzionato.
Masticò con calma l’ultimo boccone d’insalata, lo mandò giù e bevve un sorso d’acqua. Per tutto quel tempo non distolse mai lo sguardo dal marito. Lo osservava con un’attenzione quieta, fredda, quasi clinica, come se davanti a lei non ci fosse l’uomo con cui viveva da anni, ma un esemplare appena comparso sotto una lente d’ingrandimento.
Matteo, invece, completamente assorbito dalla cena e dalla propria importanza, non si accorse di quel cambiamento. Si aspettava entusiasmo. Forse persino gratitudine. Immaginava già lo sguardo commosso della moglie davanti a tanta premura.

— Il suo bilocale lo metterà in affitto — proseguì, tamponandosi gli angoli della bocca con un tovagliolo. Era evidente che si stava godendo la scena. — Ti rendi conto di che bel supplemento sarà per la pensione? E poi farà comodo anche a noi. Cucina divinamente, in casa dà una mano, tu sarai molto più libera. Ho già parlato con l’agenzia immobiliare: hanno trovato persone serie, una giovane famiglia perbene.
Riluceva di soddisfazione. Sembrava un oggetto d’ottone appena lucidato, tanto era fiero di sé. Aveva l’espressione di un prestigiatore che, invece del solito coniglio, avesse tirato fuori dal cilindro un elefante intero, e ora attendesse applausi interminabili. Aveva deciso lui, organizzato lui, sistemato tutto lui. Aveva reso felici, almeno nella sua testa, sia la madre sia la moglie. Figlio modello, marito impeccabile. Peccato che Roberta non sembrasse affatto pronta a battergli le mani.
Lei inclinò appena il capo e sulle labbra le passò un sorriso sottile. Quel sorriso, però, fece scorrere un brivido lungo la schiena di Matteo. Non conteneva gioia, né tenerezza, né approvazione. Era un sorriso freddo, affilato come un bisturi, pieno della curiosità distaccata di un chirurgo davanti a un caso interessante.
— È un’idea splendida, caro — disse Roberta con voce uniforme, pacata, quasi dolce. Proprio quella dolcezza rendeva ancora più inquietante la durezza dei suoi occhi. — Davvero geniale. Però sai che cosa la renderebbe ancora migliore? Fare in modo che nessuno si senta escluso. Che tutto sia equo.
Matteo aggrottò la fronte, senza capire. Non percepiva ancora il pericolo. Galleggiava ancora nell’euforia della propria generosità. Davanti a sé vedeva soltanto vantaggi: una cuoca gratis, un aiuto domestico gratis e un’entrata extra nel bilancio familiare, magari da destinare, con discrezione, a nuove attrezzature da pesca e a una console per videogiochi.
Fu allora che Roberta affondò il colpo. Si sporse leggermente in avanti, appoggiò i gomiti al tavolo e la sua voce assunse la compattezza dell’acciaio temprato.
— Se tua madre viene a vivere da noi e affitta casa sua, allora perché, per completare questo quadro di “felicità”, non invitiamo anche mia madre? Così vedremo quale delle due riuscirà a far cedere l’altra per prima.
Matteo rischiò di strozzarsi con il boccone. Tossì, gli occhi gli si spalancarono e il viso gli diventò paonazzo. Guardò la moglie come se non avesse appena proposto di accogliere la suocera, ma di sistemare in salotto un alligatore affamato.
— Ma sei impazzita? — riuscì a dire dopo aver bevuto un po’ d’acqua. — Che c’entra tua madre adesso? È una situazione completamente diversa!
— Diversa in che senso, Matteo? — Roberta non alzò la voce, e proprio quella calma glaciale lo colpì più di qualsiasi urlo. — Spiegamelo. Tua madre è sola, mia madre pure. La tua vuole aiutarci; la mia è convinta che senza il suo aiuto non potremmo sopravvivere, me lo ripete ogni giorno al telefono. Tua madre avrà un bel guadagno in più dalla casa affittata; la mia risparmierà sulle bollette. Non ti sembra giusto? A me pare giustissimo.
— Però… però mia madre è tranquilla, non darà fastidio! — balbettò lui, aggrappandosi al primo argomento che gli venne in mente, pur rendendosi conto da solo di quanto fosse fragile.
— E la mia cosa farebbe, secondo te? Girerebbe per l’appartamento suonando il tamburo? — ribatté Roberta con un’ironia tagliente. — In confronto a certe persone, mia madre è un angelo incarnato. È una donna colta, insegnante di musica con quarant’anni di esperienza. La sera potrà suonarci Chopin. Certo, per un pianoforte non abbiamo spazio, ma le compreremo una tastiera. Non è meraviglioso? Finalmente in casa respireremo un’atmosfera culturale.
Matteo aprì e chiuse la bocca come un pesce finito sulla riva. Si era ritrovato in una trappola costruita con le sue stesse argomentazioni. Qualsiasi protesta, qualunque tentativo di sminuire la madre di Roberta, sarebbe suonato come un’offesa diretta e come una dichiarazione palese di doppio standard. Non poteva certo dire: “Mia madre è meglio della tua perché è mia.” Ci era cascato in pieno, come un principiante davanti a una mossa di scacchi elementare.
— Allora, caro? — domandò Roberta, senza smettere di guardarlo.
Poi allungò la mano verso la forchetta.
