Riccardo si avvicinò a Elisa senza fare rumore e le cinse le spalle con un gesto stanco, quasi riconoscente.
— Grazie, — le mormorò all’orecchio.
Lei non si voltò subito. Rimase a fissare il corridoio, poi rispose a bassa voce:
— Non devi ringraziarmi. Non lo faccio per lei. Lo faccio per te.
Quella notte Elisa non riuscì a prendere sonno. Restò distesa accanto a Riccardo, ascoltando il suo respiro regolare, mentre nella mente continuavano a rimbombarle le parole di Roberta: le lamentele, il tono da vittima, quella resa improvvisa. Eppure qualcosa non tornava. Una donna come lei, abituata a decidere per tutti, non avrebbe mai accettato di essere messa al suo posto così facilmente. Troppo docile, troppo silenziosa, troppo pronta a incassare l’umiliazione senza reagire.
Alla fine Elisa scostò piano la coperta, infilò la vestaglia e uscì dalla camera. In corridoio ardeva una piccola luce notturna, fioca e giallastra. Accanto alla valigia della suocera c’era la sua borsa. Elisa si fermò davanti a quell’oggetto con una stretta allo stomaco. Sapeva benissimo che frugare nelle cose altrui era sbagliato. Ma l’istinto le ripeteva che lì dentro si nascondeva qualcosa di importante.
Si abbassò, aprì lentamente la zip e infilò la mano. Trovò un portafoglio, un fazzoletto, alcune medicine, poi una cartellina sottile con dei fogli ripiegati. Ne estrasse uno e lo aprì. Era una copia dell’atto di donazione. Elisa fece scorrere gli occhi sulle righe in fretta, finché una frase la costrinse a immobilizzarsi.
Alla voce relativa agli obblighi del beneficiario era scritto che il donatario si impegnava a garantire alla donante il diritto di abitare nell’immobile per tutta la vita. Sotto compariva la firma di Giorgia. Elisa voltò il foglio. Sul retro, aggiunta a mano, c’era una dichiarazione: la donante rinunciava spontaneamente a quel diritto, senza avanzare pretese. Seguiva la firma di Roberta.
Ma quella firma era strana. Le lettere sembravano tremolanti, interrotte, come tracciate da una mano incerta. Non pareva il tratto deciso di una donna ancora energica e autoritaria. Sembrava piuttosto la firma di qualcuno spinto, confuso, forse incapace di opporsi davvero.
Elisa deglutì. Allora la faccenda era molto più grave. Roberta non aveva soltanto intestato la casa alla figlia. Aveva anche firmato la rinuncia al diritto di viverci. Di sua spontanea volontà? Elisa ne dubitava fortemente. Giorgia doveva averla raggirata con più astuzia di quanto fosse apparso all’inizio. E adesso Roberta sapeva di non poter tornare indietro, o almeno credeva di non poterlo fare.
Ma perché non aveva mostrato quel documento a Riccardo? Perché aveva taciuto proprio la parte più importante?
Un fruscio proveniente dal soggiorno la fece trasalire. Elisa ripiegò i fogli in fretta, li rimise esattamente dov’erano e richiuse la borsa. Poi tornò in camera. Riccardo dormiva ancora, ignaro. Lei si sdraiò al suo fianco e rimase con gli occhi aperti verso il soffitto. I pensieri le si accavallavano uno sull’altro. Se Roberta aveva nascosto quei documenti, forse se ne vergognava. Oppure aveva un piano. O magari non sopportava l’idea che suo figlio scoprisse fino a che punto si era lasciata manipolare.
Una cosa, però, era chiara: Elisa aveva appena trovato una carta decisiva. E non aveva alcuna intenzione di ignorarla.
Il giorno seguente, mentre Riccardo era al lavoro, decise di affrontare Roberta senza girarci troppo intorno. La trovò seduta sul divano, intenta a sfogliare vecchie fotografie portate con sé. Elisa prese posto di fronte a lei.
— Roberta, ho visto l’atto di donazione.
La donna sussultò appena e alzò gli occhi.
— Hai frugato nella mia borsa?
— Sì, — ammise Elisa senza abbassare lo sguardo. — E non me ne pento. In quel documento c’è scritto che lei aveva il diritto di abitare in quella casa per tutta la vita. Poi, sul retro, risulta che ha rinunciato a quel diritto. Perché?
Il viso di Roberta perse colore.
— Non sono affari tuoi.
— Invece sì. Lei adesso vive in casa mia, quindi devo sapere con chi ho a che fare. Ha rinunciato al diritto di stare da sua figlia. Per quale motivo? Giorgia l’ha costretta?
Per qualche istante Roberta non disse nulla. Poi lasciò uscire un sospiro pesante.
— Giorgia mi ha detto che era solo una formalità. Diceva che io sarei rimasta comunque con lei, ma che quel foglio serviva per sistemare tutto, per avere i documenti puliti nel caso un giorno si fosse venduto. Io ho firmato. Non pensavo che mi avrebbe ingannata.
— È sua figlia. Com’è possibile che non abbia avuto nemmeno un dubbio?
La voce di Roberta si incrinò.
— È sangue del mio sangue. Mi fidavo di lei più di quanto mi fidassi di me stessa.
Elisa scosse lentamente la testa.
— E adesso cosa pensava di fare? Tacere? Restare qui da noi fingendo che sia tutto normale?
— E cosa dovrei fare, secondo te? — sbottò Roberta, alzando il tono. — Portarla in tribunale? Toglierle la casa? Giorgia finirebbe rovinata! Ha debiti, progetti, non ce la farebbe mai!
Elisa si sporse in avanti.
— E lei invece ce la farà? È rimasta senza una casa, senza risparmi, senza una residenza vera. Con una pensione che sarà, sì e no, di cento euro. Ha passato la vita a sacrificarsi per sua figlia, e lei l’ha buttata fuori come un mobile vecchio. E nonostante questo continua a difenderla?
Roberta si coprì il volto con entrambe le mani.
— Io non so vivere in un altro modo. Le ho sempre voluto più bene. Riccardo è forte, è indipendente, se la cava. Giorgia invece è fragile, ha sempre avuto bisogno di aiuto.
Elisa si alzò di scatto.
— Si rende conto di che ferita sta facendo a suo figlio? Lui lavora senza fermarsi nemmeno nei fine settimana per pagare questa casa, la casa in cui lei ora si è sistemata. A sua sorella, invece, è andato tutto solo perché lei ha deciso così. E trova ancora il modo di giustificarla.
Roberta non replicò. Voltò la testa verso la finestra e rimase muta, come se il vetro fosse diventato improvvisamente più interessante della conversazione. Elisa capì che da lei non avrebbe ottenuto altro.
Prese il telefono e andò in cucina. Le dita selezionarono il numero di Giorgia prima ancora che lei avesse il tempo di ripensarci. Uno squillo. Poi un altro. Al terzo, finalmente, la chiamata fu accettata.
— Pronto, — rispose una voce seccata.
— Giorgia, sono Elisa. Tua madre è da noi. Dobbiamo parlare.
— Parlare di cosa? — Il tono della cognata si fece subito gelido. — Del fatto che non è stata capace di fare una cosa semplice? Le ho dato una casa, le ho fatto sistemare tutto, e lei non ha voluto vivere con me.
Elisa lasciò uscire una risata breve, senza allegria.
— Non ha voluto? Tu hai cambiato le serrature. L’hai fatta firmare per rinunciare al diritto di abitare lì. L’hai semplicemente messa alla porta.
— Sono questioni della nostra famiglia. Non immischiarti.
— Ormai sono dentro fino al collo. E sai una cosa? Tua madre potrebbe farti causa. Potrebbe chiedere l’annullamento dell’atto, se dimostra di aver firmato perché ingannata. E noi abbiamo delle prove.
Dall’altra parte calò il silenzio. Poi Giorgia scoppiò a ridere.
— Che ci provi pure. Tanto non andrà mai contro di me. Sono sua figlia. Mi ama.
— Vedremo, — rispose Elisa.
E chiuse la chiamata.
Quella sera Riccardo rientrò più tardi del solito, e a Elisa bastò guardarlo in faccia per capire quanto fosse provato.
