Paolo Fabbri si avvicinò alla moglie e le posò un braccio intorno alle spalle, stringendola piano.
— Grazie, — mormorò, quasi senza voce.
Alessia Grassi non si voltò subito. Rimase per un istante a fissare la porta del soggiorno, poi rispose sottovoce:
— Non devi ringraziarmi. Non lo faccio per lei. Lo faccio per te.
Quella notte, però, il sonno non arrivò. Alessia restò distesa nel buio, accanto a Paolo che respirava pesantemente, e continuò a rimuginare. Le frasi di Renata Colombo le tornavano in mente una dopo l’altra: le lamentele, il tono da vittima, quella resa improvvisa e quasi docile. E proprio quella docilità la inquietava. C’era qualcosa che non quadrava. Una donna come Renata, abituata a imporsi, a dirigere ogni cosa, a sentirsi al centro della famiglia, non si sarebbe piegata così in fretta. Non avrebbe accettato un’umiliazione senza provare almeno a reagire.
Alla fine Alessia scostò le coperte, si infilò la vestaglia e uscì dalla camera. Nel corridoio restava accesa una piccola luce notturna, sufficiente a distinguere i contorni dei mobili. Accanto alla valigia della suocera c’era la sua borsa. Alessia sapeva benissimo che frugare tra le cose altrui era scorretto. Eppure un presentimento insistente le premeva nello stomaco: lì dentro doveva esserci qualcosa.
Si accovacciò, trattenendo il respiro, e aprì con cautela la cerniera. Trovò un portafoglio, un fazzoletto, alcune medicine, un mazzetto di carte ripiegate. Prese il foglio più spesso e lo aprì. Era la copia di un atto di donazione. Lesse in fretta, scorrendo le righe con gli occhi.
Poi si bloccò.
Nella sezione dedicata agli obblighi del beneficiario era indicato che il donatario si impegnava a garantire alla donante il diritto di abitazione vitalizio nell’immobile trasferito. Sotto compariva la firma di Giulia Barbieri. Alessia girò la pagina. Sul retro, scritto a mano, c’era un appunto: la donante dichiarava di rinunciare spontaneamente a quel diritto, senza nulla pretendere. Seguiva la firma di Renata Colombo.
Ma quella firma aveva qualcosa di sbagliato. Le lettere erano tremolanti, spezzate, come tracciate da una mano incerta. Non sembrava la firma di una persona convinta. Sembrava piuttosto quella di una donna spinta, confusa, forse messa davanti a un foglio senza capire fino in fondo cosa stesse firmando.
Alessia deglutì. Tutta la faccenda cambiava aspetto. Renata non aveva semplicemente regalato la casa alla figlia. Aveva rinunciato anche al diritto di continuare a viverci. Spontaneamente? Difficile crederlo. Giulia aveva giocato in modo molto più astuto di quanto fosse sembrato all’inizio. E ora la suocera sapeva di non poter tornare indietro. O almeno ne era convinta.
Ma allora perché aveva nascosto quel documento a Paolo? Perché non glielo aveva mostrato subito?
Dal soggiorno arrivò un fruscio leggero. Alessia ripiegò in fretta le carte, le rimise nella borsa e richiuse la cerniera. Poi tornò in camera. Paolo dormiva ancora. Lei si stese accanto a lui, ma rimase con gli occhi aperti verso il soffitto. I pensieri le si accalcavano nella testa. Se Renata teneva nascosto quel foglio, forse se ne vergognava. Oppure stava già preparando qualche mossa. O magari non voleva che suo figlio scoprisse fino a che punto si era lasciata ingannare.
Una cosa, però, era certa: adesso Alessia aveva in mano un elemento importante. E non aveva alcuna intenzione di ignorarlo.
Il giorno seguente, mentre Paolo era al lavoro, decise di affrontare la suocera senza giri di parole. Renata era seduta sul divano e sfogliava vecchie fotografie portate con sé, come se quei ricordi potessero difenderla dal presente. Alessia le si mise di fronte.
— Signora Colombo, ho visto l’atto di donazione.
Renata ebbe un sussulto. Alzò gli occhi di scatto.
— Hai rovistato nella mia borsa?
— Sì. L’ho fatto. E non me ne pento. In quel documento c’è scritto che avevate il diritto di abitare in quella casa per tutta la vita. Poi, sul retro, avete firmato una rinuncia. Voglio sapere perché.
Il volto della donna perse colore.
— Non sono affari tuoi.
— Lo sono eccome. Vivete sotto il mio tetto, quindi ho il diritto di capire che cosa sta succedendo. Avete rinunciato alla possibilità di restare nella casa di vostra figlia. Per quale motivo? Vi ha costretta lei?
Renata tacque a lungo. Le dita stringevano il bordo dell’album fotografico. Alla fine lasciò uscire un sospiro stanco.
— Giulia mi disse che era solo una formalità. Che tanto sarei rimasta comunque da lei. Sosteneva che quel foglio servisse soltanto per rendere l’appartamento libero da vincoli, nel caso fosse stato necessario venderlo. Io le ho creduto. Non ho pensato che potesse imbrogliarmi.
— È vostra figlia, d’accordo. Ma proprio per questo avreste dovuto stare attenta.
— È sangue mio, — la voce di Renata tremò. — Mi sono fidata di lei più di quanto mi fidassi di me stessa.
Alessia scosse lentamente la testa.
— E adesso? Avevate intenzione di tacere? Di sistemarvi qui e fingere che sia tutto normale?
— Che cosa dovrei fare, secondo te? — Renata alzò il tono, più per disperazione che per rabbia. — Portarla in tribunale? Riprendermi la casa? Giulia finirebbe nei guai! Ha debiti, progetti, impegni… non ce la farebbe mai!
— E voi, invece, ce la farete? — Alessia si sporse in avanti. — Siete rimasta senza casa, senza soldi, senza una residenza stabile. Avete una pensione misera, forse cento euro o poco più. Avete sacrificato tutto per vostra figlia, e lei vi ha buttata fuori come si fa con un mobile vecchio. E nonostante questo continuate a difenderla?
Renata si coprì il viso con entrambe le mani.
— Io non so vivere in un altro modo. L’ho sempre amata di più. Paolo è forte, è indipendente, se la cava. Giulia invece è fragile. Ha bisogno di aiuto.
Alessia si alzò di scatto.
— Vi rendete conto della ferita che state facendo a vostro figlio? Lui lavora senza fermarsi per pagare la casa in cui adesso siete seduta. E sua sorella ha avuto tutto soltanto perché voi avete deciso così. E dopo quello che vi ha fatto, trovate ancora il modo di giustificarla.
Renata non rispose. Si voltò verso la finestra, chiudendosi in un silenzio ostinato. Alessia capì che da lì non avrebbe ottenuto altro. Prese il telefono e andò in cucina. Le dita composero il numero di Giulia Barbieri. Uno squillo. Poi un secondo. Al terzo, finalmente, la chiamata venne accettata.
— Pronto, — rispose una voce irritata.
— Giulia, sono Alessia. Tua madre è da noi. E dobbiamo parlare.
— Di che cosa? — Il tono della cognata si fece subito gelido. — Del fatto che non è stata capace di gestire una cosa semplice? Io le ho dato una casa, l’ho sistemata, ho fatto fare i lavori, e lei non ha voluto vivere con me.
— Non ha voluto lei? — Alessia lasciò uscire una risata breve, amara. — Tu hai cambiato la serratura. L’hai fatta firmare una rinuncia al diritto di abitazione. L’hai scaricata e basta.
— Questa è una questione della nostra famiglia. Non impicciarti.
— Ormai mi sono impicciata. E sai una cosa? Tua madre potrebbe farti causa. Potrebbe chiedere l’annullamento dell’atto, se dimostra di aver firmato perché tratta in inganno. E noi abbiamo elementi per provarlo.
Dall’altra parte calò il silenzio. Poi Giulia rise, ma quella risata suonò forzata.
— Che ci provi pure. Tanto non si metterà mai contro di me. Sono sua figlia. Mi vuole bene.
— Lo vedremo, — disse Alessia.
E chiuse la chiamata.
Quella sera Paolo tornò dal lavoro.
