“E tua madre resterà qui. Non per qualche giorno. Per sempre” disse Alessia voltandosi verso Paolo con voce gelida

È vergognoso abbandonare chi ti ha cresciuto.
Storie

— E voi perché siete venuta proprio da me? — disse Alessia Grassi, senza fare il minimo sforzo per addolcire la voce. — Non avete forse una figlia adorata, quella a cui avete regalato casa?

Era ferma nell’ingresso, le braccia incrociate sul petto, e fissava la suocera con uno sguardo gelido. Renata Colombo, minuta, asciutta, con le labbra serrate in una piega ostinata, aveva appena varcato la soglia. Accanto ai piedi aveva posato una vecchia valigia a quadri, consumata agli angoli. Da lei arrivava un odore di naftalina, mescolato a quello pungente delle medicine. Paolo Fabbri, il marito di Alessia, restava lì vicino, impacciato, incapace perfino di decidere dove guardare.

Renata raddrizzò la schiena fin dove glielo permetteva il dolore e sollevò il mento, come se fosse stata lei a subire un’offesa.

— Giulia Barbieri adesso ha già abbastanza problemi, non può occuparsi anche di me. Sta facendo i lavori in casa. Voi invece siete in due e avete due stanze. Possibile che per la madre di tuo marito non si trovi nemmeno un angolino?

— Un angolino? — Alessia lasciò uscire una risata breve, amara. — Il vostro trilocale in corso Vittorio Emanuele l’avete donato a vostra figlia. Che sia lei, allora, a trovarvi questo famoso angolo. Qui, tanto per chiarire, abbiamo una camera da letto e un soggiorno che è anche cucina. Dove pensate di sistemarvi? Su una brandina tra il televisore e il frigorifero?

Paolo tossì piano, quasi per chiedere una tregua.

— Ale, basta, per favore. La mamma resterà solo per un po’. Finché Giulia finisce la ristrutturazione.

— Solo per un po’? — Alessia si voltò verso di lui. — Ma tu ci credi davvero? Tua sorella l’ha mandata via appena ha avuto i documenti firmati in mano. Sai benissimo come vanno queste cose. Prima ci sono i lavori, poi arriveranno i problemi, poi spunterà un uomo a cui una vecchia in casa darà fastidio. E tua madre resterà qui. Non per qualche giorno. Per sempre.

Renata agitò le mani, indignata.

— Ma che cuore hai? Paolo, diglielo tu! Io ti ho cresciuto, ho passato notti intere senza dormire, mi sono tolta il pane di bocca per voi!

— L’ultimo boccone lo avete dato a Giulia — tagliò corto Alessia. — Anzi, non l’ultimo: tutto. L’intero appartamento. E Paolo, invece? Lui che cos’è per voi? Un figlio o un parente qualsiasi da tirare fuori quando serve?

Paolo sospirò. Quella lite lo aveva già sfinito prima ancora di cominciare davvero. Provava amarezza per se stesso, per sua moglie, per quell’ingiustizia che conosceva da anni; eppure, davanti alla madre, non riusciva mai a opporsi. Renata sapeva premere sempre sullo stesso punto: il dovere filiale. Giulia, invece, era stata da sempre la preferita. A lei si perdonava tutto: gli esami saltati all’università, la macchina del padre distrutta, i matrimoni finiti male uno dopo l’altro. Paolo era cresciuto zitto, educato, obbediente. Aveva fatto un istituto tecnico, poi si era messo a lavorare, e con Alessia aveva comprato casa accollandosi un mutuo. Adesso si trovava in mezzo a due fuochi, senza il coraggio di scegliere apertamente da che parte stare.

— Paolino… — Renata addolcì di colpo il tono, trasformandolo in un lamento. — Ho la pressione alle stelle. Fammi almeno sedere, sono appena arrivata.

Paolo prese la valigia e la spostò contro la parete dell’ingresso. Alessia, invece, non si mosse di un passo.

— Che entri pure in cucina. Le preparo un tè. Però voglio una risposta chiara: l’appartamento lo avete venduto o regalato?

Renata si tolse le scarpe, infilò le pantofole che si era portata in un sacchetto e raggiunse la cucina appoggiandosi al braccio del figlio. Si sedette al tavolo, intrecciando le dita davanti a sé.

— Gliel’ho donato — ammise a bassa voce. — Giulia mi aveva promesso che sarei rimasta nella stanza affacciata sul cortile interno, quella più tranquilla. Diceva che si sarebbe presa cura di me. Ma appena ho firmato tutto, ha cambiato la serratura. Mi ha detto che aveva bisogno dei suoi spazi. Che io rovinavo la sua vita privata.

Alessia versò il tè in tre tazze. Le tremavano appena le mani, ma la voce rimase controllata.

— E dopo una cosa del genere pretendete che vi accogliamo noi? Voi, che con noi vi siete comportata come se non contassimo nulla? Alla festa per la casa nuova di Giulia non ci avete nemmeno invitati. Per i compleanni di Paolo vi fate viva una volta ogni sei mesi, e solo quando avete bisogno di qualcosa.

— Alessia — intervenne Paolo, stanco — la mamma sta già abbastanza male.

— Anch’io sto male, Paolo. Mi fa male vedere tua madre calpestare la tua dignità come fosse uno zerbino. Tu fai due lavori per pagare il mutuo, mentre tua sorella si è ritrovata una casa gratis. E adesso vostra madre è seduta nella nostra cucina come se fosse la cosa più normale del mondo.

Renata strinse le labbra.

— Paolo è un uomo. Un uomo deve mantenere la famiglia. Giulia, invece, è fragile, sensibile… ha un’indole artistica. Per lei la vita è più complicata.

— Un’indole artistica — ripeté Alessia, con un sorriso duro. — Non ha lavorato un giorno in vita sua. Prima viveva sulle vostre spalle, ora vivrà nella vostra casa. E noi, nel frattempo, dovremmo stare tutti insieme in trenta metri quadrati.

Paolo appoggiò la tazza sul tavolo con troppa forza. Un po’ di tè traboccò sul piano.

— Adesso basta! La mamma resta. Ho deciso così.

Alessia lo guardò a lungo, senza abbassare gli occhi.

— Hai deciso tu? E il mio parere, in questa casa, non conta proprio niente?

— Dove vuoi che vada? Per strada?

— Che vada da quella a cui ha regalato l’appartamento. Che pretenda la sua stanza. Se nell’atto di donazione si fosse tutelata con un diritto di abitazione, potrebbe ancora viverci. Almeno la residenza ce l’ha ancora lì?

Renata arrossì e distolse lo sguardo.

— No. Giulia mi aveva chiesto di spostarla prima. Diceva che così sarebbe stato più semplice per certe agevolazioni.

— Santo cielo… — Alessia si coprì il viso con le mani per un istante. — Vi siete tolta anche la residenza. Ma avete ragionato almeno per un minuto? Giulia vi ha buttata via come un mobile vecchio. E ora vi aspettate che siamo noi a raccogliervi.

Paolo si alzò dalla sedia.

— Io non posso lasciare mia madre in mezzo alla strada. Anche se ha sbagliato. Resta pur sempre mia madre.

— Tua madre — disse Alessia, alzandosi a sua volta. Poi inspirò lentamente. — Va bene. Che resti. Però ascoltatemi bene, signora Colombo: vi sopporterò solo per rispetto di vostro figlio. Ma qui non comanderete voi. Questa è casa mia. Paolo e io l’abbiamo comprata prima del matrimonio e la stiamo pagando insieme. Voi siete un’ospite. E come un’ospite dovrete comportarvi.

Renata serrò di nuovo le labbra, ma non replicò. Si alzò con fatica e si avviò verso il soggiorno. Dalla cucina, Alessia sentì il divano cigolare e il sospiro della suocera mentre cercava di sistemarsi.

Amore o Soldi