La lasciò cadere nel bidone con un gesto netto, proprio sopra bucce, tovaglioli sporchi e cartacce.
— Ecco fatto — disse, con una calma che faceva più paura di un urlo. — Questo è per ricordare che io, qui, non sono nessuno. Una tovaglia da estranei, dunque, finisce dove merita ciò che appartiene agli estranei.
In cucina calò un silenzio di pietra. Aurora Martini aprì e chiuse la bocca più volte, senza riuscire a emettere una parola, come un pesce tirato fuori dall’acqua. Il suo viso, prima acceso di rabbia, assunse una sfumatura livida, quasi verdastra. Non era soltanto un regalo buttato via: era un’umiliazione costosa, plateale, inflitta davanti a tutti.
Solo allora Giovanni Longo sembrò riscuotersi. Scattò in piedi come se qualcuno gli avesse rovesciato addosso acqua bollente.
— Roberta! Ma sei impazzita?! — le afferrò il braccio con forza. — Quella… quella costava! È di mia madre! Non si fa una cosa del genere!
Roberta si liberò dalla sua presa con uno strappo.
Finalmente, pensò, anche lui mostrava qualcosa. Peccato che quel qualcosa fosse rabbia contro di lei, non indignazione per difenderla.
— Costava? Davvero adesso pensi al prezzo, Giovanni? — gli chiese, inchiodandolo con lo sguardo. — Tua madre mi ha appena detto che non conto niente. Davanti a tutti. E tu sei rimasto seduto come una statua, perché hai paura di lei. Ti preoccupa una tovaglia mentre tua moglie, la madre di tua figlia, viene calpestata sotto i tuoi occhi?
Poi si voltò verso Aurora Martini, che aveva già iniziato a produrre quei singhiozzi teatrali da “Oddio, che tragedia mi stanno facendo vivere”.
— Adesso, signora Martini, le concedo l’occasione di ascoltare suo figlio mentre mette le cose in chiaro — annunciò Roberta, con voce limpida e ferma. Non era una richiesta. Era una sentenza.
Si rivolse di nuovo al marito.
— Giovanni, hai esattamente tre minuti. Il tempo che mi serve per andare a prendere Cecilia. In questi tre minuti andrai da tua madre e le dirai: “Mamma, sei stata profondamente ingiusta. Hai ferito mia moglie. Chiedile scusa subito, altrimenti ce ne andiamo e in questa casa non rimetteremo mai più piede.”
Roberta sollevò il telefono, mostrando lo schermo acceso.
— Tre minuti, Giovanni. Precisi. Se non lo farai, resterai qui per sempre. Tu sarai il figlio di sangue, e io sarò quella che non era nessuno e che se n’è andata portandosi via tua figlia.
Dette quelle parole, uscì dalla cucina e si diresse verso la cameretta di Cecilia Ferretti senza voltarsi nemmeno una volta.
Quei tre minuti furono i più lunghi dell’intera vita di Giovanni Longo. Rimase fermo in mezzo al soggiorno, come se si trovasse davanti a un bivio. Da una parte c’era sua madre, con le sue lacrime, il suo dominio, la sua capacità di stringergli il cuore fino a togliergli il respiro. Dall’altra c’era Roberta, con la sua collera, il suo ultimatum, e una dignità che lui non aveva saputo proteggere.
Gli invitati tacevano. Nessuno osava muoversi. Solo Roberto Barbieri, suo fratello, mormorò a mezza voce:
— Be’, Giovanni… stavolta ti sei cacciato in un bel guaio.
Aurora Martini, appena colse l’esitazione del figlio, gli si precipitò accanto. Gli afferrò la manica della camicia e cominciò a sibilare, con gli occhi pieni di panico e furore:
— Non osare, tesoro mio! Ti sta manipolando! Vuole distruggere la nostra famiglia! Lei…
— Mamma, basta! — Giovanni si strappò via dalla sua stretta.
Guardò la porta chiusa dietro la quale Roberta stava preparando Cecilia. La conosceva bene. Sapeva perfettamente che non era una scenata. Roberta non stava bluffando.
Poco dopo lei tornò. Cecilia aveva già il cappottino addosso e teneva in mano una busta piena di LEGO, del tutto incapace di comprendere la tempesta che stava travolgendo gli adulti attorno a lei.
Roberta non disse una parola. Alzò semplicemente il polso e indicò l’orologio.
Il tempo era scaduto.
Giovanni inspirò a fondo. Fece un passo verso sua madre. Aprì la bocca, pronto a pronunciare parole che avrebbero deciso tutto.
Roberta restava sulla soglia, con la mano di Cecilia stretta nella sua. Il suo sguardo era gelido come un vetro d’inverno. Non batteva ciglio. Lo fissava soltanto, e in quello sguardo c’era un unico ordine silenzioso: scegli.
Giovanni era lì, sospeso tra la madre che cercava di incatenarlo a sé con pianti e isteria, e la moglie che lo costringeva, con la verità e il silenzio, a diventare finalmente adulto. Vide il giudizio negli occhi di Roberto Barbieri, lo sgomento sui volti degli ospiti, la paura confusa di sua figlia.
E in quell’istante qualcosa dentro di lui si spezzò. Non nel modo peggiore, però. Al contrario: fu come se un meccanismo arrugginito, dopo anni di immobilità, scattasse all’improvviso. Per la prima volta, Giovanni riuscì a immaginare davvero cosa sarebbe accaduto dopo.
