Raggiunse la camera da letto, si cambiò quasi senza accorgersene e si infilò sotto le coperte. Appena la testa toccò il cuscino, il sonno la inghiottì di colpo.
Fu un sonno inquieto, attraversato da immagini confuse, grigie come certi pomeriggi di novembre in cui la pioggia sembra non voler finire mai. Sognò Marco, sua madre, volti sconosciuti, voci sovrapposte. Qualcuno urlava, qualcuno pretendeva, altri davano ordini, gesticolavano davanti a lei con rabbia. All’inizio tutto le parve solo un miscuglio senza senso, poi quell’agitazione prese una forma più cupa, quasi minacciosa. Chiara non riusciva a capire che cosa stesse succedendo, finché un rumore secco non squarciò il sogno.
Un rumore vero.
Spalancò gli occhi di scatto. Erano le quattro del mattino. Dalla cucina arrivavano colpi, passi incerti, stoviglie che tintinnavano. Chiara si alzò, ancora intontita, percorse il corridoio a piedi nudi e, socchiudendo gli occhi per la luce, spinse la porta.
La scena che si trovò davanti le fece gelare il sangue. Un uomo che non aveva mai visto era sdraiato quasi di traverso sul tavolo, con le braccia aperte, come se avesse deciso di passarci sopra il resto della notte. Accanto a lui sedeva Marco Coppola, paonazzo in viso, ubriaco fino a non reggersi in piedi, intento a divorare gli avanzi. Proprio quel cibo che Chiara aveva messo da parte con attenzione, contando i giorni che mancavano allo stipendio.
Quando la vide, Marco sollevò appena lo sguardo, impastato e torbido.
— Che vuoi? — borbottò. — Abbiamo ospiti…
— Ospiti? Marco, sono le quattro del mattino! — Solo in quel momento Chiara si svegliò davvero, tutta intera, come se le avessero rovesciato addosso acqua gelata. — Mi spieghi che cosa sta succedendo in casa mia?
Lui tentò di rimettersi in piedi, ma barcollò e ricadde sulla sedia.
— Non strillare… tra poco è Capodanno… rilassati un po’…
— Certo, con te è proprio facile rilassarsi — rispose lei a denti stretti, trattenendo a fatica qualcosa che le ribolliva dentro.
Poi accadde. Dentro di lei si spezzò un filo sottile, uno di quelli che per troppo tempo tengono insieme ciò che ormai è già andato in frantumi. Senza aggiungere altro, Chiara si avvicinò al tavolo, afferrò lo sconosciuto per la manica del giubbotto e, più trascinandolo che accompagnandolo, lo spinse fuori dalla cucina e poi nel pianerottolo. La porta dell’appartamento sbatté con un tonfo sordo. Marco sobbalzò.
— Ma che diavolo fai… — biascicò, indignato.
— Adesso lo capisci.
Chiara si voltò verso di lui. Lo raggiunse, gli prese il braccio e, con una forza che non sapeva nemmeno di avere, lo spinse fuori dietro al suo compagno di bevute. Marco provò a protestare, ma la voce gli uscì debole e le gambe, ormai tradite dall’alcol, non gli obbedivano più.
— Vai a dormire dove ti pare. Sulle scale, dal tuo amico, per strada. Per me è uguale.
— Tu… — cominciò lui, cercando un insulto.
Ma la porta gli si chiuse in faccia.
Chiara rimase immobile nell’ingresso, con il respiro corto, incapace per qualche istante di credere a ciò che aveva appena fatto. Poi tornò in cucina. Raccolse quello che restava del cibo, buttò via le bottiglie vuote, lavò in fretta due piatti appiccicosi e si preparò una tazza di tè bollente.
Il sogno era svanito del tutto. Seduta al tavolo, avvolta in un silenzio irreale, guardò fuori dalla finestra. La strada era bianca, coperta da uno strato di neve pulita che nascondeva il fango, le macchie, il grigiore della città. Rimase così a lungo, con la tazza tra le mani, finché non si accorse che il cielo stava schiarendo. Era già ora di prepararsi per andare al lavoro.
Quando uscì di casa, Marco non era più davanti alla porta. Per la prima volta nella sua vita, la cosa non le provocò alcuna ansia. Non si domandò dove fosse, con chi, in che stato. Non le interessava.
La giornata di venerdì scivolò via quasi senza lasciare traccia. Chiara lavorò con una concentrazione feroce, come se mettere ordine nei documenti e chiudere le pratiche in tempo potesse impedirle di pensare a tutto il resto. Fece il possibile per non lasciare nulla in sospeso e, soprattutto, per non essere costretta a restare oltre l’orario.
Verso sera, però, la direzione convocò tutto il reparto. Il responsabile si schiarì la voce e annunciò:
— Vi ringraziamo per l’impegno dimostrato. In vista delle feste, l’azienda ha deciso di riconoscere a tutti un premio.
Quando l’accredito comparve sulla sua carta, Chiara fissò lo schermo senza riuscire a crederci. La somma era il doppio di quella che si era aspettata. Si portò una mano alla bocca, perché le lacrime stavano già salendo agli occhi: non solo per la gioia, ma per quel sollievo improvviso che le allentava il petto.
Il telefono vibrò tra le sue dita. Sul display comparve un nome che non vedeva da tempo: Roberta Parisi, la sua amica di sempre, quella che non incontrava di persona da due anni. Sette anni prima Roberta era partita per una trasferta di lavoro; lì aveva conosciuto un uomo e nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbe rimasta. Si era sposata, aveva avuto un figlio, viveva lontano. Eppure, Chiara non l’aveva mai persa davvero.
— Chiaretta, sono in città! — esclamò Roberta appena lei rispose. — Solo per tre giorni. Ci vediamo?
Chiara sorrise senza pensarci nemmeno.
— Vieni da me stasera.
Quando Marco si degnò finalmente di rincasare, era ormai sera. Entrò convinto di trovare sua moglie in lacrime, pentita, pronta a chiedergli scusa e a supplicarlo di restare. Per questo aveva preparato in anticipo la sua solita espressione severa, quella da uomo offeso.
Ma appena aprì la porta, lo spettacolo fu molto diverso da quello che si era immaginato. In cucina, Chiara e Roberta erano sedute una di fronte all’altra. Ridevano, parlavano fitto e bevevano vino.
Il volto di Marco si fece rosso.
— Che significa questa storia? Che stai combinando? — cominciò a urlare, come sempre. — Quante volte ti ho detto che non voglio estranei in casa mia? Che razza di pagliacciata hai organizzato?
Roberta rimase immobile con il bicchiere a mezz’aria, incapace di capire. Guardò l’amica in cerca di una spiegazione. Chiara sospirò appena, posò il calice sul tavolo e parlò con una calma che stupì persino lei.
— Marco… io non ti sopporto più. Davvero. Non sopporto più te, e non sopporto più tua madre.
Lo fissò dritto negli occhi, senza abbassare lo sguardo.
— Dicono che con l’anno nuovo arrivi anche una vita nuova — continuò, prendendosi una breve pausa. — E allora comincio adesso. Ti lascio, Marco. Raccogli le tue cose e vattene dal mio appartamento.
Lui sbatté le palpebre, come se non avesse capito la lingua in cui lei stava parlando.
— Ma che stai dicendo? — Poi piegò la bocca in un ghigno. — Va bene, faccio le valigie. Però te ne pentirai. E tua figlia? Come pensi che crescerà senza un padre? Ci hai pensato?
Chiara lasciò uscire una risata breve, amara.
— Mia figlia? Adesso ti ricordi di Arianna? Be’, meglio tardi che mai.
Si alzò e indicò la porta con un gesto netto.
— Non preoccuparti per lei. Arianna se la caverà.
