“I tuoi programmi possono aspettare!” — la interruppe secca, esigendo che Chiara la aiutasse quel fine settimana

Questa realtà è crudele e profondamente ingiusta.
Storie

Poco, sì. In fondo Capodanno era vicino, e con l’anno nuovo sarebbero arrivate anche nuove occasioni, nuovi inizi, forse perfino un po’ di respiro.

Eppure, nel punto più sincero di sé, Chiara Martini sapeva che era solo una bugia raccontata per non crollare. Il calendario non avrebbe sistemato nulla. Il primo gennaio non avrebbe cancellato i debiti, la stanchezza, le rinunce. Anzi, con ogni probabilità, tutto sarebbe diventato ancora più difficile.

Il lavoro, almeno, le impedì di pensare troppo. Chiara batté documenti al computer, mise in ordine fascicoli, rispose al telefono, compilò moduli. Si muoveva quasi senza accorgersene, come se qualcuno avesse premuto un interruttore e lei funzionasse da sola. Però, sotto quella routine meccanica, continuava a bruciarle dentro l’immagine del mattino: lo sguardo spento di Arianna, quella rassegnazione troppo adulta per una bambina.

Quando arrivò finalmente la pausa pranzo, Chiara si concesse di sedersi. Aprì il contenitore con la pasta, appoggiò i gomiti al tavolo e lasciò uscire un lungo sospiro. Non fece in tempo a prendere la forchetta che il cellulare vibrò sul piano.

Era sua figlia.

— Mamma… — La voce di Arianna Santoro era bassa, educata, quasi prudente, come se si stesse già preparando a sentirsi dire di no. — Volevo chiederti una cosa…

— Certo, amore — la interruppe Chiara, prima ancora che la bambina riuscisse a finire la frase. — Ti mando i soldi. Per il biglietto e anche per i popcorn. Vai pure, divertiti con le tue amiche.

Dall’altra parte calò un silenzio brevissimo, ma enorme. Un secondo sospeso, incredulo, come se Arianna non fosse sicura di aver capito bene.

— Mamma! Davvero? Grazie, mammina! Io… poi ti racconto tutto, proprio tutto!

Chiara sentì nella sua voce tornare quella nota limpida, leggera, felice, che da troppo tempo non le capitava più di ascoltare.

— Va bene, stellina. Che sia una bella giornata.

Chiuse la chiamata e aprì subito l’app della banca. Sul conto era rimasta una cifra quasi ridicola, una di quelle che fanno venire voglia di non guardare. Ma non esitò nemmeno per un istante. Inserì il numero di Arianna, confermò il trasferimento e inviò il denaro. Gli ultimi soldi che aveva.

Poi abbassò gli occhi sulla sua pasta, senza polpette, senza insalata, senza nulla che potesse somigliare a un pranzo vero. Avrebbe dovuto sentirsi disperata, invece provò un sollievo inatteso. Come se, comprando a sua figlia un biglietto per il cinema, le avesse restituito un pezzetto di infanzia normale.

La sera, la città venne inghiottita dalla neve. I fiocchi cadevano fitti, grossi, pesanti, come in certi vecchi film italiani in bianco e nero; solo che lì non c’era nessuna magia, nessuna poesia. Il traffico era impazzito, i mezzi pubblici accumulavano ritardi e gli autobus avanzavano sulle strade con la lentezza ostinata delle lumache.

Chiara rimase alla fermata per quasi venti minuti, con le scarpe umide e il freddo infilato fin dentro le ossa. Quando finalmente l’autobus arrivò, la gente si riversò verso le porte come un’onda. Lei riuscì a salire a fatica, spinta da dietro e schiacciata di lato, finendo incastrata contro il corrimano in una posizione così scomoda che non poteva quasi muoversi.

Proprio allora il telefono cominciò a squillare.

Sul display comparve il nome di sua suocera: Paola Rinaldi. Aveva sempre avuto un talento speciale per scegliere il momento peggiore. Chiara chiuse gli occhi per un attimo e trattenne un sospiro. Non ci voleva. Non adesso.

— Pronto… — disse, cercando di tenere il cellulare abbastanza saldo da non farlo cadere sotto i piedi dei passeggeri.

— Chiara, non ti rubo tempo — esordì Paola Rinaldi con il tono di chi, invece, ha già deciso tutto. — Prima delle feste bisogna fare le pulizie grosse. Devi venire da noi a sistemare l’appartamento. Marco Coppola mi ha detto che nel fine settimana sei libera.

Per poco Chiara non lasciò scivolare il telefono. Lo afferrò più forte, mentre qualcosa dentro di lei si irrigidiva.

Quel fine settimana era l’ultimo prima di Capodanno. Aveva promesso ad Arianna che avrebbero addobbato la casa insieme, montato l’albero e preparato biscotti fatti in casa, giusto per creare un po’ di atmosfera di festa, almeno quella.

— Paola, io… veramente ho già dei programmi. Con Arianna volevamo…

— I tuoi programmi possono aspettare! — la tagliò fuori la suocera, secca. — Io sono anziana, per me certe cose sono faticose. È tuo dovere darci una mano.

Chiara si morse la lingua per non rispondere male. Sapeva benissimo che il problema non era l’età. Era il fumo continuo, quella fame infinita di sigarette che rendeva Paola senza fiato anche solo attraversando il soggiorno. Ma dirlo sarebbe servito soltanto ad aprire una guerra.

— Ne parliamo più tardi, adesso sono sull’autobus e…

— Non c’è niente da discutere. Sabato ti aspetto.

La chiamata si chiuse prima che Chiara potesse aggiungere altro. Rimase con il telefono in mano, compressa tra cappotti bagnati e borse pesanti, cercando di non perdere l’equilibrio. Richiamare era impossibile: stava praticamente in piedi su una gamba sola, prigioniera della folla come dentro una morsa.

Arrivò a casa tardi, sfinita, congelata, spremuta fino all’ultima goccia di energia. Ma appena aprì la porta, Arianna le corse incontro. Aveva il viso acceso dall’emozione e gli occhi pieni di luce.

— Mamma! È stato bellissimo! E poi c’era una scena troppo divertente… — cominciò a raccontare senza prendere fiato, trascinandola verso la cucina. — Ti ho scaldato la cena! Vieni, siediti. Questa è la tua tazza. Mamma, davvero, è stato fantastico!

Chiara la guardò con gli occhi stanchi, ma sentì il cuore sciogliersi. Arianna era felice. E in quel momento non esisteva niente di più importante. Le accarezzò una spalla, ascoltò i suoi racconti confusi e velocissimi, e sorrise, anche se le sembrava di non avere più forze nemmeno per stare seduta.

Marco Coppola non era in casa, benché l’orologio a muro segnasse già le otto. Chiara non se ne stupì neppure. Da tempo, ormai, anche quello faceva parte della loro normalità.

Si limitò a dire piano alla figlia:

— L’importante è che tu abbia passato una bella giornata, tesoro.

Arianna sparì poco dopo nella sua stanza per telefonare a un’amica. Attraverso la parete, Chiara riusciva comunque a sentire la sua risata squillante, quella risata che negli ultimi tempi si era fatta sempre più rara.

Con movimenti lenti, quasi pesanti, Chiara sparecchiò dopo cena, sciacquò le tazze e passò uno straccio sul tavolo. Ogni gesto le costava fatica: la stanchezza le gravava sulle spalle come un peso di piombo.

Amore o Soldi