— Prima delle feste bisogna dare una bella ripulita generale. Vieni a sistemare casa nostra. Marco mi ha detto che nel fine settimana sei libera.
— Paola Rinaldi, io veramente… avevo già dei programmi. Con Arianna volevamo…
— I tuoi programmi possono aspettare! — la interruppe secca. — Io ormai sono anziana, per me è faticoso. È tuo dovere darci una mano.
Chiara Martini si alzò alle sei, come ogni mattina. Si mosse piano, quasi in punta di piedi, per non svegliare sua figlia Arianna, poi raggiunse la cucina, accese il bollitore e, mentre l’acqua cominciava a scaldarsi, prese il cellulare.
Da tre mesi il suo risveglio era sempre identico: apriva l’app della banca e contava quanti giorni mancassero allo stipendio. Sulla carta restava una cifra ridicola, quasi nulla, e il pagamento sarebbe arrivato soltanto la settimana successiva.

Posò il telefono, espirò lentamente e appoggiò i palmi sul davanzale. Su una sedia, buttato lì dalla sera prima, c’era il vecchio cardigan scolastico di Arianna: Chiara aveva rammendato con cura una manica ormai consumata. La bambina stava crescendo, le stava quasi stretto, ma comprarne uno nuovo sembrava un desiderio lontanissimo.
Il giorno precedente, tornando da scuola, ad Arianna si erano rotte le scarpe invernali: la suola si era aperta di colpo. Chiara aveva visto sua figlia cercare di nascondere lo strappo, come se volesse risparmiarle un altro dispiacere.
Quella sera erano entrate nel negozio di calzature più vicino e avevano cercato il paio meno costoso, purché fosse caldo e nuovo.
— Mamma, perché? Posso andare ancora con queste…
— No, tesoro. L’inverno è appena iniziato. Non ti lascio camminare con le scarpe bucate. Finiresti per ammalarti.
E così un’altra spesa era stata sottratta a un bilancio che, in realtà, non esisteva già più.
Quando rientrarono a casa, dalla stanza arrivò un sospiro pesante, seguito dallo strisciare delle ciabatte sul pavimento. Era Marco Coppola. Si era svegliato tardi, perché era andato a dormire quasi all’alba dopo l’ennesima nottata passata tra dirette e amici online. Il resto della giornata lo trascorreva a letto, senza fretta e senza uno scopo preciso.
— Perché ci avete messo tanto? — borbottò passando accanto a loro, senza nemmeno guardare la moglie.
— Abbiamo comprato gli stivali invernali ad Arianna.
— Non avevi niente di meglio da fare? Ti avanzano i soldi? — sbottò lui.
— No! Il problema è proprio che i soldi non ci sono affatto. Ma nostra figlia aveva le scarpe distrutte. Sarebbe ora che tu ti dessi una mossa, Marco! — rispose Chiara, incapace di trattenere il tono duro.
— Ecco, ricominci. Perché devi sempre innervosirti così? — brontolò lui. — Ti ho detto che troverò un lavoro. Però non posso mica accettare la prima cosa che capita. Sono un uomo, o no?
Chiara serrò le labbra. Quella frase l’aveva sentita mille volte negli ultimi tre mesi. All’inizio Marco aveva annunciato che avrebbe fatto il rider.
— È un lavoro furbo! I fattorini guadagnano bene! — ripeteva con sicurezza.
Ma dopo che per tre volte le consegne non gli erano state confermate e, anzi, gli erano stati persino addebitati dei soldi sul conto, Marco Coppola aveva cambiato versione.
— Sono dei truffatori, altro che! — aveva urlato. — Non è colpa mia! Mi hanno incastrato!
Alla fine non solo non aveva guadagnato nulla, ma ci aveva pure rimesso. Poi aveva provato con il taxi. Anche lì, però, non gli capitavano le corse migliori e più pagate: la sua macchina rientrava nella categoria economica e ai principianti, comunque, arrivavano pochi incarichi convenienti. Così adesso restava in casa, offeso con il mondo intero.
Tutte le spese familiari ricadevano su Chiara: cibo, vestiti, scuola, bollette, medicinali. Ogni cosa.
La mattina seguente, quando Arianna si svegliò appena per prepararsi ad andare a scuola, Chiara era già pronta per uscire e raggiungere l’ufficio. Come sempre, la bambina le si avvicinò per darle un bacio sulla guancia, ma i suoi occhi scivolarono per un istante sul vecchio piumino della madre e sul cappello che indossava ormai da cinque anni.
Chiara colse quello sguardo e sentì una fitta al cuore. Sua figlia si vergognava di lei.
— Mamma… oggi dopo scuola Serena Gatti e Letizia Costa vanno al cinema a vedere un film di Natale. Posso… posso andarci anch’io con loro?
La voce le si spezzò. Non voleva chiedere, non davvero.
— Chiamami quando finisci le lezioni. Magari troviamo una soluzione e riesco a recuperare qualche euro.
Ma Arianna conosceva già la risposta. Il cinema, per la loro famiglia, era un lusso. Lo era sempre stato, solo che adesso la questione dei soldi faceva ancora più male. La ragazzina annuì come se ci credesse e tornò a prepararsi.
Quando Chiara arrivò al lavoro, si sedette alla scrivania e nascose il viso tra le mani. Aveva quasi quarant’anni. Da dieci lavorava nello stesso posto, risparmiava su se stessa, portava lo stesso cappotto da cinque inverni, un cappotto che neppure dopo il lavaggio sembrava più dignitoso.
Ogni mese contava i giorni: fino allo stipendio, fino all’anticipo, fino al momento in cui avrebbe potuto comprare qualcosa di nuovo ad Arianna, perché sua figlia non fosse costretta a guardare le compagne con invidia silenziosa.
Non si lamentava. Andava avanti e basta. Ma quel giorno tutto le parve più pesante, più triste, quasi insopportabile. All’improvviso immaginò Arianna davanti al cinema, mentre osservava le compagne comprare i popcorn e poi diceva piano: “No, grazie, non mi va.” Chiara si asciugò una lacrima, tirò un respiro profondo e sussurrò la frase che ripeteva a se stessa ogni mattina:
— Ancora un po’. Resisteremo. Prima o poi tutto si sistemerà… ormai manca poco.
