“A chi serve un peso?” mi chiesi, mentre Ignazio tornava sempre più tardi

Vergognoso e triste, l'abbandono silenzioso della casa.
Storie

— La badante, poi, l’hai trovata?

— No.

— Hai fatto male, — disse Giovanni, e stavolta nella sua voce non c’era più quella leggerezza da chiacchiera a tavola.

Si sentì lo scatto secco dell’accendino.

— Ti avevo mandato il numero di quell’agenzia. Paghi una cifra decente al mese e ti togli il problema. Mandano una persona pratica, che sa dove mettere le mani: la lava, le dà da mangiare, la aiuta a girarsi, controlla medicine e tutto il resto. E tu torni in cantiere, in ufficio, dove devi stare. Il tuo progetto l’hai mollato a quei ragazzi giovani. Senza di te chissà che pasticcio combinano… Non si fa così, Ignazio. La vita va avanti. Non puoi tenerla ferma come se fosse un film messo in pausa.

Dentro di me qualcosa si gelò.

Abbassai gli occhi sulle mie mani, abbandonate sopra la coperta.

La pelle era diventata arida, sottile, quasi trasparente.

Sul dorso delle dita si disegnava una trama minuta di pieghe, quelle che prima fingevo di non vedere.

Le unghie erano trascurate da giorni, forse da settimane.

Un nodo mi serrò il petto con tanta forza che il respiro mi uscì corto, spezzato.

Giovanni parlava con una logica impeccabile.

Con quella praticità maschile che non lascia spazio alle sfumature.

Perché Ignazio Mariani avrebbe dovuto consumarsi accanto a me?

Perché sprecare mesi della sua vita per una moglie invecchiata, incapace perfino di alzarsi da sola?

Chiusi gli occhi.

Mi preparai a sentire la sua resa stanca, un sì mormorato per sfinimento.

In cucina, invece, calò un silenzio lungo.

Cominciò solo il bollitore. Dapprima un sibilo appena percettibile, poi un brontolio sempre più forte.

Infine, il clic.

— Non ho chiamato nessuna agenzia, — disse alla fine Ignazio.

Qualcosa tintinnò: probabilmente stava raccogliendo piatti e bicchieri dal tavolo.

— E non ho nessuna intenzione di farlo.

— Perché? Ti pesano i soldi? Se è per quello, ti do una mano io.

— Ma che c’entrano i soldi, Giovanni? — sospirò Ignazio Mariani, con una stanchezza profonda.

Sotto di lui lo sgabello emise un lungo lamento.

— Tu riesci a immaginare che cosa le succederebbe se uno sconosciuto cominciasse a girarla nel letto? A lavarla? Beatrice Parisi è orgogliosa, la conosco. Morirebbe dalla vergogna se qualcuno la vedesse così, adesso.

— E davanti a te no? Tu sei pur sempre un uomo.

— Appunto. Il suo uomo. Suo marito.

Dopo quelle parole, Ignazio tacque per qualche secondo.

Quando riprese a parlare, la voce gli si era abbassata molto.

Eppure in casa c’era un silenzio così fitto che non persi neanche una sillaba.

— Quando l’ho vista al pronto soccorso, quella volta… Giovanni, mi si è fermato tutto qui dentro. In tutti questi anni mi ero abituato a una cosa: Beatrice Parisi che si muoveva per casa. Sempre. Stirava qualcosa, cucinava, spostava un vaso, cambiava posto a un asciugamano. Aveva sempre le mani occupate. Era come il tavolo della cucina, come l’armadio in camera: sempre lì, al suo posto, parte della casa.

— Sì, però…

— Però in quel momento ho capito una cosa. Se lei non ci fosse più, per me sarebbe finita. La casa diventerebbe vuota. Non avrei più un posto dove tornare. Io non sto qui a farle da infermiere, Giovanni. Io le sto accanto perché la amo. Tutto qui. E adesso basta… versa ancora un goccio, va’. Mi hai già tormentato abbastanza.

La conversazione si spense lì.

Soltanto i bicchieri si urtarono un’altra volta, piano.

Io girai la testa verso il muro e premetti il viso contro la federa ruvida.

Le lacrime scivolarono da sole lungo il naso e sparirono nel tessuto.

Non piangevo forte.

Non singhiozzavo.

Respiravo soltanto a scatti, mentre le dita stringevano convulsamente l’orlo del copripiumino.

E proprio allora, in quel minuto sospeso, mi arrivò addosso una verità semplicissima.

Forse non era necessario alzarsi ogni giorno alle sei e quarantacinque.

Forse non bisognava, per prima cosa, coprire con il fondotinta le occhiaie prima che qualcuno le vedesse.

Forse non era obbligatorio passare la vita a essere comoda, ordinata, efficiente, sempre composta, solo per non correre il rischio di essere lasciata indietro.

Dopo una mezz’ora, nell’ingresso, la porta di casa sbatté piano.

La serratura fece uno scatto.

Poi nel corridoio riconobbi i suoi passi pesanti, familiari.

Ignazio entrò in camera.

Si avvicinò al letto e vide subito le mie guance bagnate.

Si fermò, spaventato.

— Che succede? — chiese, chinandosi immediatamente su di me. — Ti fa male la gamba? Si è addormentata?

Scossi la testa in segno di no e allungai una mano verso di lui.

Per un istante parve non capire, poi si sedette accanto a me.

Il materasso protestò di nuovo sotto il suo peso.

Ignazio Mariani posò con cautela la sua mano sulla mia.

Le sue dita erano ruvide, calde.

Con il polpastrello del pollice sfiorai la vecchia cicatrice in rilievo che aveva su un dito, quella che si era fatto ai tempi dell’università.

— Va tutto bene, Ignazio, — riuscii a dire con fatica. — Mi sistemi solo il cuscino, per favore?

Non mi fece domande.

Annuì soltanto, mi passò un braccio dietro le spalle e mi sollevò con una delicatezza infinita.

Io affondai il viso nella sua vecchia camicia di flanella.

Aveva un odore conosciuto.

Non di tabacco.

Non di medicinali.

Non di ospedale.

Profumava di casa.

Della nostra casa.

Amore o Soldi