“A chi serve un peso?” mi chiesi, mentre Ignazio tornava sempre più tardi

Vergognoso e triste, l'abbandono silenzioso della casa.
Storie

Ogni mattina Ignazio entrava in camera con una bacinella di plastica blu piena d’acqua tiepida. Mi sistemava sotto la nuca un grande asciugamano di spugna, per non bagnare il cuscino, e poi mi passava sul viso, sul collo e sulle mani una spugna ruvida, con movimenti impacciati.

Non aveva grazia, questo no. A volte premeva troppo, a volte sfregava dove la pelle era già sensibile. Eppure lo faceva con una concentrazione tale da sembrare alle prese con un incarico tecnico di enorme responsabilità.

Poi prendeva la mia spazzola da massaggio e si metteva a districare i capelli, che durante la notte si annodavano tutti.

Ogni tanto tirava.

Io stringevo gli occhi, trattenevo un sibilo di dolore, ma tacevo.

La sera, invece, mi massaggiava la zona lombare e la gamba sana con una pomata riscaldante comprata in farmacia. Nel giro di pochi minuti l’intera stanza si riempiva di un odore pungente di mentolo e di qualcosa di chimico.

Ignazio respirava forte dal naso mentre, con entrambe le mani, cercava di sciogliere i muscoli irrigiditi. Di tanto in tanto le sue dita, o forse le nocche, scricchiolavano piano.

Durante quei massaggi mi raccontava, con voce regolare, la sua giornata: era uscito a fare la spesa, aveva telefonato in ufficio, aveva messo una lavatrice, aveva combattuto con una pentola, pulito la vasca oppure litigato con l’amministratore condominiale.

Io restavo distesa, gli occhi piantati nel soffitto bianco, e aspettavo.

Aspettavo il trucco.

Mi pareva impossibile che dietro quella premura calma non ci fosse nascosto qualcosa.

La mia stessa impotenza mi faceva ribollire dentro, e sempre più spesso finivo per prendermela con Ignazio.

— Questa minestra è salata da morire, — gli dissi un giorno, spingendo via la ciotola.

Nel brodo acquoso galleggiavano fili di pastina ormai disfatti; la carota aveva un colore smorto, triste, senza sapore.

— E la carota non l’hai nemmeno fatta rosolare. L’hai assaggiata, almeno?

— La prossima volta la faccio rosolare, — rispose lui, senza un filo d’irritazione.

Prese la scodella con calma e asciugò con un tovagliolo una goccia di brodo finita sul tavolino.

Nessun rimprovero.

Nessun sospiro seccato.

Nemmeno una parola detta a voce più alta.

Io mi voltai verso la parete e strinsi tra le dita il bordo del lenzuolo fino a farmi male.

Volevo che perdesse la pazienza.

Che mi urlasse contro.

Che sbattesse i piatti nel lavandino.

Che chiudesse una porta con violenza.

Che uscisse di casa per qualche ora, ovunque, pur di andarsene.

Quello lo avrei capito.

Avrebbe confermato tutto ciò di cui avevo paura.

Invece la sua quiete quotidiana mi spaventava molto di più: la polvere che toglieva con ostinazione, le pappe dense che imparava a cucinare, la mia biancheria stesa da lui in bagno.

Continuavo a pensare che stesse solo portando sulle spalle un dovere pesante.

E che, prima o poi, mi avrebbe presentato il conto.

Passò un mese.

Una mattina di sabato, il trillo secco e metallico del campanello tagliò l’appartamento.

Ignazio andò ad aprire.

Dal corridoio arrivò quasi subito la voce profonda, inconfondibile, di Giovanni Grassi, un suo vecchio amico, compagno dei tempi dell’università.

Sentii frusciare una giacca che veniva sfilata.

Poi gli scarponi invernali batterono pesanti sul pavimento.

— Mamma mia, che gelo oggi! — esclamò Giovanni, espirando rumorosamente. — Tieni, ho portato del cognac. E anche salame, formaggio. Lei come sta?

— È a letto, — rispose Ignazio, asciutto.

Si spostarono in cucina.

La porta della nostra camera rimase socchiusa di appena un paio di centimetri.

Da quella fessura, poco dopo, arrivò l’odore del salame affumicato mescolato al fumo di sigaretta. Giovanni, a quanto pareva, aveva aperto la finestrella e aveva deciso di fumare lì, in cucina, pur sapendo benissimo quanto io avessi sempre detestato le sigarette in casa.

Tintinnarono dei bicchierini.

La gamba metallica di uno sgabello graffiò il linoleum con un suono sgradevole.

Io rimasi immobile, cercando perfino di non spostare la testa.

Sotto di me il materasso antidecubito continuava a ronzare con regolarità. Il compressore gonfiava e sgonfiava, una dopo l’altra, le sue sezioni d’aria.

— Allora, racconta, — sentii dire da Giovanni.

Subito dopo venne il gorgoglio riconoscibile di un liquido versato dalla bottiglia.

— Ti sei consumato, Ignazio. Guardati. Hai due ombre nere sotto gli occhi. I pantaloni ti stanno larghi e la cintura ormai l’hai stretta all’ultimo buco.

Un bicchierino toccò il tavolo con un colpo sordo.

Probabilmente brindarono e bevvero.

— Va tutto bene, — disse piano Ignazio.

Un sacchetto frusciò.

Poi il coltello cominciò a battere più volte sul tagliere.

— Ieri Beatrice Parisi è riuscita a mettersi seduta sul letto da sola. Senza aiuto. Era sudata fradicia per lo sforzo, però ce l’ha fatta.

— Se si è messa seduta, vuol dire che qualcosa si muove, — commentò Giovanni, masticando rumorosamente il salame. — Ma tu ti sei visto? Non dormi quasi più. Hai quasi sessant’anni, e la pressione ti va su e giù.

Amore o Soldi