“A chi serve un peso?” mi chiesi, mentre Ignazio tornava sempre più tardi

Vergognoso e triste, l'abbandono silenzioso della casa.
Storie

Poi sarebbero arrivati il deambulatore, le stampelle. Sempre che la guarigione procedesse senza intoppi.

Lo fissai senza riuscire, sulle prime, ad afferrare davvero il senso di quelle parole.

Un mese?

A letto?

Per me, che avevo passato la vita a correre da una stanza all’altra, a cucinare, correggere compiti degli studenti, mettere in ordine, fare la spesa e considerare la debolezza quasi una colpa, quella diagnosi suonò come una condanna.

Mi riportarono a casa soltanto due settimane più tardi.

Nel nostro palazzo, naturalmente, l’ascensore era di nuovo fuori uso. Ignazio Mariani si era organizzato in anticipo: aveva chiesto aiuto ad alcuni uomini del condominio perché mi sollevassero fino al quarto piano.

Mi portarono in camera con mille cautele e mi adagiarono sul nostro letto grande.

Ignazio Mariani aveva già preparato ogni cosa. Sopra il materasso normale ne aveva sistemato uno speciale, antidecubito, che emetteva un ronzio basso, regolare, quasi ipnotico.

Rimasi distesa supina.

Girarmi su un fianco da sola era impossibile.

Bastava un movimento minimo perché nella gamba si accendesse un dolore profondo, pulsante, come se le placche e le viti che tenevano insieme l’osso volessero ricordarmi la loro presenza a ogni respiro.

Avevo sempre la bocca asciutta.

In gola mi restava un nodo fastidioso.

Restavo immobile e ascoltavo i rumori della casa.

In cucina, Ignazio Mariani apriva e chiudeva gli sportelli.

Faceva sbattere le pentole.

Lasciava scorrere l’acqua.

Spostava oggetti da un posto all’altro.

A tratti sospirava pesantemente.

E io, a ognuno di quei sospiri, davo un significato tutto mio.

Mi sembrava già irritato.

Sfinito.

Pentito di essersi ritrovato addosso quel peso.

Aveva cinquantotto anni.

Un lavoro di responsabilità.

Disegni tecnici.

Riunioni.

Scadenze da rispettare.

La vita ordinata di un uomo che la mattina esce di casa sapendo che la sera troverà ad aspettarlo una moglie autonoma, efficiente, in piedi.

E invece adesso, nella camera da letto, c’ero io.

Trascurata.

Sudata.

Con i capelli che non si potevano lavare come si deve.

Così incapace di fare qualsiasi cosa che, certe volte, non riuscivo nemmeno ad allungare la mano fino al bicchiere d’acqua posato sul comodino.

Quella dipendenza mi spaventava più della frattura stessa.

L’odore dei farmaci, della canfora e delle pomate da ospedale si era ormai insinuato nella nostra stanza. Lo sentivo ovunque. E quasi aspettavo fisicamente il momento in cui Ignazio Mariani avrebbe cominciato a evitare quella camera.

Ne ero certa: sarebbe passata una settimana, forse due al massimo, e lui avrebbe trovato un pretesto per trattenersi fuori più a lungo.

In ufficio.

Da qualche conoscente.

In garage.

In qualunque posto.

Purché non dover rientrare lì, dove al posto della donna che aveva sposato lo aspettava una creatura inchiodata al letto.

La prima mattina a casa mi svegliò lo scatto secco del bollitore elettrico. Fuori non era ancora giorno del tutto: il cielo d’inverno premeva basso sui vetri, grigio, opaco. Nel corridoio le vecchie assi del pavimento gemettero sotto un passo pesante. Poco dopo la porta della camera si aprì appena, e comparve Ignazio Mariani.

Tra le mani teneva un vassoio di plastica consumato, con un disegno di fragole ormai quasi cancellato.

Sopra c’era la mia tazza preferita, azzurra, panciuta, piena di caffè solubile. Accanto, su un piattino, aveva messo una fetta di pane tagliata storta e, sopra, un pezzo di formaggio troppo spesso.

Ignazio Mariani posò il vassoio sul comodino con una prudenza esagerata, spostando prima le scatole degli antidolorifici. Poi si tirò su i pantaloni della tuta, che gli scivolavano sui fianchi, e si sedette con fatica sul bordo del letto. Il materasso cedette visibilmente sotto il suo peso.

— Allora, come va? — domandò, studiandomi il viso. — Coraggio, Beatrice Parisi, proviamo a sollevarti un poco. È ora di fare colazione.

— Tu dovresti prepararti per andare al lavoro — mormorai con voce roca, voltando la faccia verso la parete perché non vedesse i miei occhi rossi e gonfi dopo una notte senza sonno. — Lascia tutto qui. Dopo mangerò da sola. Vai.

— Ho preso un congedo — rispose lui, tranquillo, mentre si chinava a sistemarmi il copripiumino tutto storto.

Le sue dita erano ruvide, grosse, segnate dal lavoro; in alcuni punti la pelle conservava ancora tracce bluastre di penna a sfera, come se l’inchiostro vi si fosse inciso per sempre.

— Non retribuito. Il capo all’inizio ha fatto una scenata, com’era prevedibile, poi ha ceduto. Quindi non devo correre da nessuna parte. Di tempo, adesso, ne ho.

Pensai che stesse solo facendo il forte.

Ero convinta che avrebbe resistito due o tre giorni, forse un po’ di più, e poi non ce l’avrebbe fatta.

Invece i giorni cominciarono a scorrere uno dietro l’altro: lunghi, lenti, densi come il crepuscolo d’inverno, e dentro quella lentezza Ignazio Mariani rimase accanto a me.

Amore o Soldi