Ogni mattina Alessandro Rinaldi entrava in camera con una bacinella di plastica azzurra piena d’acqua tiepida. Mi sistemava sotto la nuca un grande asciugamano di spugna, per non bagnare il cuscino, poi cominciava a passarmi sul viso, sul collo e sulle mani una spugna ruvida, di quelle economiche, con movimenti goffi e troppo concentrati.
Non sapeva farlo bene. A volte premeva più del necessario, altre sfiorava appena la pelle, come se avesse paura di farmi male. Però ci metteva una serietà quasi solenne, la stessa che avrebbe avuto davanti a un incarico tecnico importante, da cui dipendesse il funzionamento di un intero impianto.
Finito quello, prendeva la mia spazzola da massaggio e si metteva a districare i capelli annodati durante la notte.
Ogni tanto tirava.
Io stringevo i denti, facevo una smorfia, lasciavo uscire un sibilo di dolore. Ma tacevo.
La sera, invece, mi massaggiava la zona lombare e la gamba sana con una pomata riscaldante comprata in farmacia. Nel giro di pochi minuti la stanza si riempiva di un odore pungente di mentolo mescolato a qualcosa di chimico, quasi medicinale.
Alessandro respirava forte dal naso mentre, con entrambe le mani, lavorava sui muscoli irrigiditi. A volte le dita gli scricchiolavano piano, così come le nocche.
Durante quei massaggi mi raccontava, con voce regolare, le piccole imprese della giornata: era passato al supermercato, aveva telefonato in ufficio, aveva fatto una lavatrice, aveva cercato di capire quale pentola usare, aveva pulito la vasca oppure litigato con l’amministratore del condominio.
Io restavo distesa, gli occhi fissi al soffitto bianco, e aspettavo.
Aspettavo il trucco.
Ero certa che dietro quella premura tranquilla ci fosse qualcosa. Doveva esserci per forza.
La mia stessa impotenza mi faceva ribollire dentro, e sempre più spesso finivo per prendermela con lui.
— Hai messo troppo sale nella minestra, — sbottai un giorno, spingendo via la ciotola.
Nel brodo acquoso galleggiava della pastina ormai sfatta, e le rondelle di carota avevano un’aria pallida, triste, insapore.
— E le carote non le hai nemmeno fatte rosolare. L’hai assaggiata, almeno, questa roba?
— La prossima volta le faccio rosolare, — rispose lui, senza un filo di stizza.
Prese la ciotola con calma e asciugò con un tovagliolo una goccia di brodo caduta sul tavolino.
Nessun rimprovero.
Nemmeno un sospiro seccato.
Neppure la voce un po’ più alta.
Io mi voltai verso la parete e strinsi tra le dita il bordo del lenzuolo fino a farmi male.
Avrei voluto che perdesse finalmente la pazienza.
Che mi urlasse contro.
Che scaraventasse i piatti nel lavello.
Che sbattesse una porta.
Che se ne andasse da qualche parte per ore.
Quello lo avrei capito.
Quello avrebbe dato ragione a tutte le mie paure.
Invece la sua calma quotidiana — la polvere che toglieva con ostinazione, le pappe dense che imparava a cucinare, la mia biancheria stesa da lui in bagno — mi spaventava molto di più.
Continuavo a pensare che stesse solo portando sulle spalle un dovere pesante.
E che, prima o poi, mi avrebbe presentato il conto.
Passò un mese.
Una mattina di sabato, il trillo secco e metallico del campanello tagliò l’appartamento in due.
Alessandro andò ad aprire.
Dall’ingresso arrivò quasi subito una voce profonda, riconoscibile: era Giorgio Ferretti, un suo vecchio amico, compagno di università di tanti anni prima.
Si sentì il fruscio di una giacca che veniva sfilata.
Poi gli scarponi invernali batterono pesanti sul pavimento.
— Mamma mia che gelo, oggi! — esclamò Giorgio, espirando rumorosamente. — Tieni, ho portato del cognac, un po’ di salame, del formaggio. Lei come sta?
— È a letto, — rispose Alessandro, asciutto.
Si spostarono in cucina.
La porta della nostra camera rimase socchiusa, aperta appena di un paio di centimetri.
Da quella fessura, poco dopo, cominciò a infilarsi l’odore del salame affumicato e del fumo di sigaretta. A quanto pare Giorgio aveva aperto la finestra a vasistas e si era messo a fumare lì, in cucina, nonostante sapesse benissimo quanto detestassi le sigarette in casa.
Tintinnarono dei bicchierini.
Una gamba metallica dello sgabello graffiò il linoleum con un rumore sgradevole.
Io rimasi immobile, cercando perfino di non spostare la testa.
Sotto di me il materasso antidecubito ronzava con il suo ritmo monotono. Il compressore gonfiava e sgonfiava a turno le varie sezioni, come un respiro meccanico.
— Allora, racconta, — sentii dire da Giorgio.
Subito dopo arrivò il gorgoglio inconfondibile del liquido versato dalla bottiglia.
— Ti sei ridotto male, Ale. Guardati un po’. Hai due occhiaie nere. I pantaloni ti ballano addosso, e la cintura ormai l’hai stretta fino all’ultimo buco.
Un bicchierino batté sordo sul tavolo.
Probabilmente avevano bevuto.
— Va tutto bene, — disse piano Alessandro.
Frusciò un sacchetto.
Poi il coltello cominciò a colpire più volte il tagliere.
— Ieri Claudia Pellegrini è riuscita a mettersi seduta sul letto da sola. Senza che la aiutassi. Era sudata fradicia per lo sforzo, però ce l’ha fatta.
— Be’, se si è seduta, vuol dire che qualcosa si muove, — commentò Giorgio, masticando rumorosamente il salame. — Ma tu ti sei visto? Non dormi quasi più. Tra poco fai sessant’anni, e la pressione ti salta.
